Ball mastery, il dominio della palla

Ball mastery, il dominio della palla

Quanto conta per un giocatore avere una padronanza assoluta nella gestione del pallone. La tecnica di ball mastery e le strutture da utilizzare.

All’interno dello speciale “Settore Giovanile” avevo iniziato a trattare l’argomento relativo al “dominio” del pallone nell’articolo “Diamo del ‘tu’ alla palla”. La maestria nel gestire l’attrezzo, infatti, a qualsiasi livello, deve essere uno degli obiettivi dell’allenatore. Il lavoro di sensibilità piede-palla ha poi delle caratteristiche ben precise, ovvero:

  • qualità dei tocchi;
  • precisione;
  • ripetizione continua dei gesti;
  • ritmo e tempo di esecuzione.

Perché un’esercitazione sul trattamento di palla possa risultare efficace, l’allenatore deve principalmente porre l’attenzione sulla qualità del tocco, curandone nel dettaglio l’esecuzione; contemporaneamente è essenziale che il tocco stesso sia preciso, facilitando di conseguenza la continua ripetizione. Questa ne determinerà il ritmo e il tempo di svolgimento. Tali aspetti sono fortemente legati tra loro e non possono prescindere gli uni dagli altri.

Un altro particolare che caratterizza la ball mastery è collegato all’utilizzo di entrambi i piedi: infatti, alcune combinazioni tecniche diventano efficaci solo se il giovane allievo migliora la propria sensibilità sia con l’arto abile sia con quello “debole”. Inoltre, le tecniche di dominio devono prevedere l’uso di tutte le superfici del piede perché il feeling con la palla non cali di efficacia a prescindere dalla porzione di piede scelta. Da un punto di vista articolare queste esercitazioni non possono che stimolare la mobilità di caviglie e anche, nonché portare un sensibile miglioramento coordinativo che può progressivamente aumentare di difficoltà, integrando ai classici esercizi di ball mastery varianti che prevedano attrezzi quali scalette, meduse…

Due aspetti, infine, determinanti sono attenzione e concentrazione. È decisamente difficile eseguire questo tipo di esercitazioni senza il giusto interesse e impegno: ecco che diventa essenziale come l’allenatore presenta ai propri allievi le proposte pratiche su tale tipologia di lavoro. Infatti, non parliamo di giochi che a primo impatto risultano tra i più divertenti, anzi vengono sicuramente percepiti dai più piccolini come meno piacevoli: questo può accadere maggiormente nei momenti iniziali, quando un po’ di frustrazione potrebbe portare il bambino a scoraggiarsi.

Ed è in questo momento che l’allenatore entra prepotentemente in gioco. Con il suo carisma, il suo entusiasmo e le sue competenze. Avevamo accennato nello scorso articolo, a tal proposito, quanto fosse importante per un bambino trovare durante il suo percorso sportivo delle esercitazioni adeguate, un metodo di allenamento efficace e, non ultimo, un bravo istruttore che attraverso strategie pedagogiche adeguate sia in grado di ottenere il massimo, anche nei momenti un po’ più didattici. È proprio con la ball mastery che l’allenatore deve riuscire a trovare la chiave giusta affinché il gruppo percepisca l’utilità di tali esercitazioni. Come già ripetuto più volte (Do. Method – Metodo del fare di Coach B), l’allenatore è colui che sa raccontare il calcio, che riesce ad appassionare e coinvolgere emotivamente gli allievi che ha di fronte (alcune strategie comunicative saranno affrontate nel libro curato dall’autore in uscita a giugno).

L’animazione

Le esercitazioni di ball mastery possono essere svolte in diverse forme, in base all’età degli allievi, al loro livello di preparazione tecnico-coordinativa, al numero di partecipanti. In un primo momento possono essere efficacemente preparate in forma statica: lungo una linea (figura 1), in uno spazio (magari un quadrato – figura 2), davanti a un punto di riferimento (conetto o delimitatore – figura 3). In principio raccomandiamo strutture ben definite, precise, ordinate e pianificate con cura affinché l’attenzione dell’allievo sia completamente focalizzata sul pallone all’interno di uno spazio pertinente. Consigliamo di creare delle vere e proprie griglie di lavoro a gruppi di 6-8 allievi, che progressivamente faranno da apripista a semplici giochi di sincronismo e collaborazione tra compagni (ad esempio esercitazioni a specchio o a cascata). A seguito dei progressi constatati, alla ball mastery statica seguirà una forma dinamica: in griglia (vedi il prossimo paragrafo) oppure lungo il perimetro di una forma geometrica,
aumentando progressivamente sia il livello di difficoltà delle proposte tecniche sia il grado di sincronismo con i compagni. Lasciamo come ultimo step le esercitazioni sul trattamento di palla in forma libera nello spazio: non avendo punti di riferimento fissi, contemplano un alto grado di concentrazione da parte del giocatore e l’acquisita consapevolezza sul valore della qualità del tocco di palla. Insomma, è una forma più libera che può lasciare l’interpretazione del tutto personale all’allievo di essere meno controllato. All’inizio è quindi la meno consigliata. Le esercitazioni sulla ball mastery non devono avere durata
inferiore ai 20’ a seduta, in base all’età degli allievi, al livello di attenzione e cognitivo del gruppo. Spetta all’allenatore dividere questi minuti in più o meno sezioni nel corso della sessione. Con i più piccoli è consigliabile suddividere il lavoro sulla ball mastery in mini-blocchi da 5-6’, alternandoli continuamente a giochi e duelli. Con il tempo, una volta acquisite le tecniche di controllo, anche lo spazio dedicato può crescere e la concentrazione non calerà.

Tre esempi di ball mastery.

Aggiungi un posto a tavola…

In chiave moderna però non possiamo relegare la ball mastery ai soli momenti specifici; vorrebbe dire trattare queste gestualità come elementi a sé stanti. Dobbiamo invece cercare di inserire gli esercizi sul dominio e sulla sensibilità all’interno di quante più esercitazioni possibili. Un allenatore francese anni fa catturò la mia attenzione quando, prima di un duello, fece eseguire a chi stava partendo con il pallone dei precisi tocchi di palla che portavano poi a un particolare gesto che altro non era se non il segnale di partenza per iniziare l’1>1. In poche parole, il giocatore che si apprestava al duello effettuava prima della partenza dei tocchi intermedi di interno piede (classica e semplice ball mastery) e poi un movimento a “V” che aveva la funzione di dare il via alla sfida.

Provate a pensare quante ripetizioni di quel particolare “fondamentale” (movimento a “V”) potrebbero essere effettuate dai bambini in una singola proposta di 1>1: moltiplicatele per una settimana di lavoro, poi un intero mese e infine una stagione completa. Il numero di ripetizioni sarebbe sicuramente importante e non dovremmo poi dimenticare tutti i tocchi di interno piede eseguiti precedentemente al gesto richiesto. Ed ancora, immaginate se un “cappello introduttivo” del genere venisse applicato non solo ai duelli, ma fosse il preliminare di diverse partenze
come le esercitazioni di tecnica applicata, i tiri in porta, i giochi di possesso…

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