attività di base

  • L’ultimo articolo di questa mini-serie curata dall’autore dedicata ai più piccoli tocca l’argomento del tiro in porta. Alcune progressioni di lavoro e l’importanza di incentivare e “premiare” sempre questa gestualità.

    “Avrò segnato undici volte canestri vincenti sulla sirena e altre diciassette volte a meno di dieci secondi alla fine, ma nella mia carriera ho sbagliato più di 9.000 tiri. Ho perso quasi 300 partite. Per 36 volte i miei compagni si sono affidati a me per il tiro decisivo... e l’ho sbagliato. Ho fallito tante e tante e tante volte nella mia vita. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto”. Chi ha detto questa frase? Michael Jordan, probabilmente il miglior cestista al mondo, non ce ne voglia Lebron James.

  • Come organizzare questo momento prima di un incontro per avere tutti i benefici del caso coi ragazzi di 11-12 anni.

  • Come utilizzare queste esercitazioni con i ragazzi di 10-11 anni per stimolare le risoluzioni dei problemi che la gara propone.

  • L’organizzazione e la convenienza di iniziare a insegnare le finte coi bambini dell’attività di base.

    Nel mondo del calcio è consuetudine “etichettare” ogni singolo gesto tecnico con il nome del suo “creatore”: il tiro alla Del Piero, il cucchiaio alla Totti, la punizione alla Pirlo, la finta alla Cristiano Ronaldo. Se queste etichette diventano esempi formativi di fantasia, estro e creatività, allora possiamo utilizzarle come strumento allenante per i bambini. In ogni oratorio e a ogni Open Day calcistico al quale ho partecipato, ho sempre visto i bambini indossare le magliette dei loro idoli e questo mi fa capire come le “gesta” dei calciatori famosi siano ormai alla portata di tutti, anche dei più piccoli, che iniziano così a manifestare il loro interesse per il calcio. Ogni bambino tenta di emulare il proprio idolo, non c’è dubbio; gioca e si diverte immedesimandosi in un campione famoso; cerca di “copiare” le movenze del calciatore visto in televisione. Alzi la mano chi non ha mai fatto la telecronaca di una propria azione, mentre giocava a calcio da solo o con gli amici. Io mi ricordo questa: “La palla viene passata a Van Basten... finta, controfinta, tiro e gol!” Perdonatemi, ma l’attaccante olandese era il mio idolo di gioventù.

    CHE STORIE DI CALCIO!
    Uno dei gesti che più caratterizzano un calciatore (e caratterizzavano anche le mie telecronache) è proprio la finta: la ruleta alla Zidane, il doppio passo alla Ronaldo, la “bicicletta” alla Robinho, la “Cuauhte- minha” del messicano Blanco, l’elastico alla Rivelino (poi ripreso da Ronaldinho), la giravolta di Crujiff e molte altre ancora. Il catalogo è ampio e fantasioso ed esprime tutta la creatività del calcio. Durante le telecronache (quelle dei giornalisti, non le mie...) sentiamo spesso il termine “veronica” per mettere in risalto le movenze che un calciatore utilizza per spiazzare o sbilanciare il suo diretto avversario, allo scopo di superarlo. L’espressione “fare la veronica” deriva dalle corride spagnole e indica la tradizionale mossa alla quale ricorrono i toreri al fine di ingannare i tori e matarli.

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  • Partendo dall’importanza delle life skills si suggerisce come interessare coi giovani calciatori l’area cognitiva, quella emotiva e la relazionale.

    Cosa sono le life skills (LS)? Il significato più corretto lo esprime forse wikipedia, definendole “competenze per la vita”. In pratica… “Sono un insieme di capacità umane acquisite tramite l’insegnamento o l’esperienza diretta che vengono usate per gestire problemi, situazioni e domande comunemente incontrate nella vita quotidiana”.

  • Le tipologie di colpo di testa e una progressione didattica utile per insegnare il gesto ai bambini più piccoli.

    Il colpo di testa è uno dei fondamentali della tecnica di base. Tra tutti è sicuramente il meno allenato, in particolar modo nell’attività di base, vista anche la percentuale di utilizzo all’interno del modello di prestazione; considerato comunque che il calcio moderno prevede anche un gioco offensivo su giocatori dotati di buona struttura fisica, è necessario cercare di proporre esercitazioni che prevedano sempre di più la reiterazione di questo gesto nelle differenti modalità previste (tipologie di colpo di testa). Andiamo dunque a differenziare l’esecuzione inizialmente sulla base della zona del capo con cui viene colpita la palla e in seguito sui movimenti del corpo.

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  • In questo secondo articolo sui primi concetti tattici per i più piccoli, l’autore pone l’attenzione sulle situazioni di gioco semplici e sulla tecnica applicata.

  • Ivan Zauli, maestro della tecnica e consulente di diverse società professionistiche, ci porta alla scoperta dell’allenamento dei cambi di direzione, svolti in conduzione, finalizzati alla protezione della palla con il piede più lontano, dall’aggressione di uno o più avversari in un contesto situazionale.

  • L’esecuzione di questi gesti utili al giovane calciatore per modificare senso di marcia e difendere la palla da un avversario.

    Nel primo articolo abbiamo visto l’importanza del trattamento della palla nella formazione del calciatore in età evolutiva, sia dal punto di vista della conoscenza e della padronanza della sfera, sia da quello dei prerequisiti coordinativi fondamentali. In questo secondo scritto porremo l’attenzione sulla guida della palla attraverso l’utilizzo di cambi di senso finalizzati a proteggerla dalla pressione di un avversario e a conquistare spazio durante il gioco.
    Andremo ad analizzare le gestualità più efficaci e più utilizzate dai grandi campioni e ci concentreremo su 3 superfici anatomiche del piede:
    l’interno;
    l’esterno;
    la pianta.

  • Una strategia, quella della home practice, utile per aumentare il numero di ore di attività calcistica con bambini e ragazzi. Le soluzioni che si possono adottare.

  • Prendere informazioni su quanto accade in campo è fondamentale a qualsiasi livello e bisogna iniziare fin da piccoli. Alcune proposte pratiche a tale scopo.

    La palla va fuori. Si riparte con la rimessa dal fondo. Il portiere si appoggia al proprio difensore, questo la gioca con il centrocampista che è venuto a farsi dare la palla e con una bellissima soluzione di prima intenzione serve sui piedi l’esterno. Uno contro uno con il diretto avversario, superamento con un magnifico dribbling, giocata in mezzo per l’attaccante che va al tiro e... basta così per ora. Ognuno si immagini il finale che ritiene più opportuno. Non è certo questo che ci deve influenzare sul resto dell’azione. Il punto è: sono stati bravi i bambini a interpretare il gioco o hanno ascoltato ed eseguito alla lettera le richieste dell’allenatore?

    Per quanto mi riguarda credo che il gioco è dei giocatori, che all’allenatore spetta il compito di strutturare le sedute, ma saanno poi i calciatori in campo a organizzarsi a seconda delle variabili date dagli avversari.
    I bambini sono dotati di un loro cervello, il quale – se stimolato adeguatamente – potrà dare risposte probabilmente molto più fantasiose delle nostre, ma soprattutto non meritano di essere trattati come dei soldatini, cioè essere costretti a rispettare degli ordini. Hanno il diritto di esprimersi liberamente e di essere i veri protagonisti del gioco, del loro gioco.
    Noi allenatori possiamo considerarci dei facilitatori dell’apprendimento. Una volta che poi i giovani giocatori sono in campo, tutto deve dipendere da loro, da ciò che vedono, da ciò che pensano e anche da ciò che provano a livello emotivo.

  • Una proposta interessante per creare un ambiente di allenamento positivo e parlare in... inglese.

  • I princìpi utili per ricevere il pallone con traiettoria aerea di controbalzo. L’illustrazione delle soluzioni di pianta, di interno a chiudere e di esterno collo piede.

  • Il dominio rappresenta un “tu per tu” tra il bambino e la palla, nel quale si parte da un rapporto di reciproca conoscenza che col tempo migliora, fino a diventare un legame “fraterno”.

    Durante i primi anni della scuola calcio, l’allenatore si trova in una situazione nella quale deve sensibilizzare ogni allievo all’utilizzo dell’attrezzo palla. Il bambino sperimenta e compie una serie di nuove esperienze motorie all’interno di un contesto sociale differente da quello al quale è abituato (concetto di gruppo inteso come squadra), che lo porta a vivere anche dei processi emotivi diversi.

  • Stabilire la posizione in campo e i compiti, insomma il ruolo, è uno snodo importante per qualsiasi allenatore e giocatore. Quando lavorare in questa direzione, quando è meglio evitare e come comportarsi.

    Uno degli aspetti più delicati nella costruzione di un calciatore è la scelta del ruolo. Nel calcio è fondamentale che ciascun giocatore ricopra aree di campo particolari, muovendosi in modo sinergico coi compagni, utilizzando abilità motorie specifiche (“fisica”, velocità, resistenza, visione di gioco...) richieste dalle situazioni e dal compito da svolgere. Ciascun ruolo necessita della presenza sia di qualità tecniche e fisiche, sia di attitudini di tipo tattico e psicologico. Per uno sviluppo motorio efficiente sono fondamentali allenamento e apprendimento nel tempo. Ma c’è l’età giusta per apprendere un ruolo ben delineato?

  • Perché conviene coinvolgere giocatori e anche genitori in merito al “cambio” di ruoli. Alcune proposte pratiche sull’argomento, valide anche per obiettivi differenti.

    Nel percorso di crescita individuale dei ragazzi nell’ambito di una sapiente formazione calcistica, è fondamentale far emergere una figura che spesso viene sottovalutata: lo psicologo dello sport. Una figura che può rientrare nella gestione dell’attività di comunicazione con gli istruttori e soprattutto con i ragazzi. Perché tale sottolineatura? Perché, nell’ottica di variare spesso, nell’attività di base, i ruoli dei ragazzi possono nascere alcune complicazioni.

    Infatti, nel delicato periodo di formazione, i giovani calciatori possono sentirsi inadatti a ricoprire determinati ruoli, possono non essere a proprio agio in campo o presentare difficoltà di gestione dell’emotività. Sono questi i casi in cui un maggiore e sapiente sostegno si rende necessario. E lo psicologo dello sport può aiutare in tale direzione.

    Inoltre, può interagire proficuamente anche con i genitori, i quali, vedendo il proprio figlio giocare senza un “ruolo fisso”, potrebbero pensare ad approssimazione e improvvisazione da parte dei tecnici e della società. È opportuno, infatti, far comprendere agli adulti il duplice scopo pedagogico e calcistico della “non scelta” specifica del ruolo e trasmettere l’importanza del mettersi in discussione e di provare esperienze nuove in zone differenti del terreno di gioco. Purtroppo ci sarà sempre chi penserà che il suo “piccolo campione”, un goleador da “10 reti a partita”, sia sacrificato a stare in difesa, senza immaginare che sarà il tempo a conferire il merito alle sapienti e non affrettate scelte del tecnico. Quanti genitori poi vorrebbero un figlio centravanti, un ruolo di “prestigio”, quello dei giocatori che segnano a raffica, con il nome sempre scritto a caratteri cubitali sui titoli dei giornali... locali. Pertanto, insegnare ai genitori a fidarsi della professionalità degli addetti ai lavori resta un passo fondamentale per far in modo che possano evidenziarsi capacità di adattamento del- l’intera squadra a diverse situazioni, con continui miglioramenti dei ragazzi.

  • Alcune dritte per programmare anche i propri comportamenti al di là delle proposte pratiche da campo. Sei aspetti da tenere nel proprio bagaglio di tecnico e sei da evitare di utilizzare.

  • Quando si lavora con i bambini bisogna essere sempre attenti alle loro esigenze. Quando proponiamo un esercizio e questo fallisce non bisogna pensare che i propri ragazzi abbiano fallito, bensì che essi ci stanno comunicando qualcosa in maniera del tutto involontaria. L’allenatore deve essere capace di capire qual è la difficoltà e creare un percorso alternativo per aiutare il bambino a migliorare e colmare le proprie lacune, anche a costo di fare qualche passo indietro e rifare qualcosa che si dava già per consolidato, ma che così non era.

    Roberto Ferrario espone nel suo articolo la sua filosofia di allenatore, spiegando come alla base dell’allenamento per i bambini ci debba essere il divertimento e che ciò non esclude la possibilità di fare in modo che i piccoli apprendano anche concetti del calcio dei grandi. Tre percorsi motori differenti illustrano la proposta pratica che ha come obiettivo quello di fornire ai bambini l’opportunità di ricevere stimoli, di fare esperienza.

  • Tutte le tipologie di ricezione possibili per il giocatore, da fermo e in movimento. L’illustrazione delle tre principali: apro di interno, chiudo di interno e “chiudo” di esterno piede.

  • Una proposta tecnica-coordinativa da poter utilizzare coi più piccoli per ricercare diversi obiettivi, il tutto grazie alla semplicità e alla “plasticità” del setting di base.

    Si prepara un quadrato di dimensioni variabili in base all’età dei bambini (l’ideale è di 2-3 metri di lato) con dei paletti. Sempre secondo le capacità si lega un nastro colorato a un’altezza modificabile, creando una sorta di ring. Lontano da ogni lato circa 8-10 metri (in base a ciò che si intende realizzare) si organizzano le 4 posizioni di partenza dei giocatori. Per ognuna di queste possono stare in fila 3-4 elementi al massimo. Pertanto, si riescono a seguire contemporaneamente in uno spazio molto ridotto diversi bambini. La proposta di base (quella che aiuta a comprendere il meccanismo del gioco) prevede che i bimbi corrano verso la posizione opposta superando il nastro legato ai paletti e raggiungano questa senza scontrarsi tra di loro. Dopo la partenza dei primi 4 bambini, si muovono gli altri della fila a un segnale del mister (coi più grandicelli anche a uno dei partecipanti). Compresa l’organizzazione (che coi più grandi può essere efficace anche per altri obiettivi – rapidità/coordinazione), si può passare all’inserimento del pallone, coi giocatori che in conduzione raggiungono la posizione più lontana da loro valicando i nastri.

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