Roberto Mancini, allenatore Italia (Foto: Italy Photo Press)

E' tempo di...

Ci sta che le qualificazioni all’Europeo possano non incendiare la fantasia dei tifosi. Magari ci sentiamo già alla fase finale, perché Armenia, Bosnia, Finlandia (avversario di sabato alle 20.45), Grecia e Liechtenstein non sono avversarie di prima fascia. Ma la Nazionale è sempre la Nazionale, dovrebbe essere sempre la prima squadra per la quale fare il tifo. La mancata partecipazione al Mondiale dell’estate scorsa, però, ci ha fatto comprendere quanto pesi stare a guardare quando gli altri giocano. Soffrono. Si infervorano. Insomma, quanto sia brutto fare gli… spettatori.

Se quella allenata da Ventura era oggettivamente una squadra “povera” rispetto alle Nazionali precedenti (chi gioca Baggio o Del Piero?), questa di Mancini è nettamente superiore: Bernardeschi ha preso coscienza delle sue qualità; Chiesa da quando segna con continuità è un giocatore totale; Zaniolo, malgrado i 19 anni, ha personalità, potenza, intuito. Anche El Shaarawy, a tratti, spolvera le giocate che lo avevano proiettato in azzurro. Può essere che al centro dell’attacco manchi ancora qualcosa, per ora Immobile deve sobbarcarsi il peso dell’attacco, ma fino a quando Quagliarella (capocannoniere della Serie A) gioca così, il “Mancio” può far espiare le ultime colpe a Balotelli, che a 29 anni potrebbe essere maturato definitivamente.

A centrocampo Barella, Verratti e Jorginho abbinano quantità e qualità, anche se l’ex Napoli in Inghilterra (un campionato migliore del nostro) fatica un po’… La difesa fino a quando Chiellini e Bonucci reggono (ma alle spalle c’è Romagnoli e pure Izzo non è da sottovalutare) è un reparto completo, il portiere poi è una certezza perché Donnarumma sta giocando la sua miglior stagione, proprio come Sirigu.

Questo è il momento di dimenticare per qualche giorno gioie e dolori che ci regalano le squadre del cuore, di mettere in soffitta le “telenovelas” e di concentrarci solo sul simbolo del nostro calcio, la Nazionale!

L'esultanza dei giocatori dell'inter Dopo la vittoria (Foto: Italy Photo Press)

E' tempo di...

Va come non ti aspetti, perché nessuno pensava che si potesse colorare di nerazzurro. L’Inter entra in campo come se il “giovedì nero” con l’Eintracht Francoforte non fosse assolutamente esistito e annichilisce il Milan per un tempo e alla fine vince 3-2. La squadra di Gattuso si rivede solo quando è sotto 0-2 e più che una reazione dettata dal gioco, quelle dei rossoneri sembra una reazione nervosa, anche perché spesso mancano gli equilibri.

La partita la vincono i calciatori, ma la preparano gli allenatori e questa volta Spalletti, criticatissimo nelle ultimi settimane, è stato più bravo di Gattuso, perché la superiorità tattica è stata bene visibile.

Il 4-4-1-1 con Vecino trequartista (Nainggolan è infortunato e Borja Valero è troppo compassato) crea problemi ai tre centrocampisti del Milan, le difficoltà maggiori sono di Lucas Paqueta, che troppo spesso non si avvede di ciò che accade alle sue spalle. Così dopo il gol del vantaggio l’Inter domina, crea un paio di palle gol e soffre solo negli ultimi 5’. La ripresa si apre con il 2-0 e, proprio qui, si vede la prima reazione del Milan, con la rete di Bakayoko.

Nel tentativo di recuperare Gattuso commette un errore: sbilancia la squadra, perché Kessie fatica a fare il terzino, mentre Calhanoglu e quattro giocatori offensivi (perché c’è anche Cutrone) sono troppi. L’Inter si porta sul 3-1 e il Milan accorcia ancora e si prende la metà campo avversaria solo perché i nerazzurri non hanno il coraggio di affondare con decisione.

Questa volta ha vinto il migliore: Inter a +6 e Milan a +4 sulla Roma sconfitta a Ferrara.

Foto: Italy Photo Press

E' tempo di...

E’ stata, forse, la partita più bella giocata dalla Juventus di Allegri. Il 3-0 inferto all’Atletico Madrid non solo è un risultato straordinario, ma straordinario è pure come è maturato. Intensità, concentrazione e tecnica, non è mancato nulla. Cristiano Ronaldo è stato semplicemente disumano: i due colpi di testa delle prime due reti rimarranno scolpiti per sempre nelle menti dei tifosi, mentre la freddezza con la quale ha calciato il rigore a una manciata di minuti dalla fine è stata esemplare.

Strepitosa anche la partita di Bernardeschi, che nel 3-5-2 non ha fatto l’esterno, ma l’interno di centrocampo con licenza di accentrarsi e muoversi a piacimento, trasformandosi in trequartista. Per Emre Can, invece, non esistono aggettivi: lui centrocampista centrale, ha fatto il terzo nella difesa a tre e a 20’ dalla fine si è trasformato in esterno della linea a quattro. Il tutto con qualità e intensità, come se giocasse per due.

Questa volta Allegri ha “incartato” Simeone, gli spagnoli non si sono mai visti, non hanno creato nulla e, errore concettuale, spesso hanno buttato palla alta e lunga, senza una prima punta che potesse contenderla a Chiellini e Bonucci. La vittoria contro l’Atletico è un ponte non verso i quarti di finale, ma verso la conquista di qualcosa di più grande. Perché la Juventus, dopo la prova dell’andata, era prossima all’eliminazione. Ora, invece, sognare è lecito.

In conferenza stampa, davanti a cronisti italiani e stranieri, Massimiliano Allegri non si è sbilanciato né sul sistema di gioco, né sulla formazione e neppure sull’utilizzo di Dybala, perché con l’assenza di Douglas Costa serve “Qualcuno che possa alzarsi dalla panchina e dare una scossa alla partita”.

Allegri ha puntato su altro, secondo l’allenatore per recuperare lo 0-2 dell’andata sarà fondamentale l’atteggiamento: aggressività e spensieratezza. Insomma, agonismo e serenità perché non è detto che il gol del vantaggio o, meglio, della speranza arrivi subito. Ci sarà da stare tranquilli, la Juventus dovrà continuare a giocare e non dovrà arrendersi, perché alla fine sarà fondamentale non avere rimpianti.

L’Atletico all’andata ha giocato la partita perfetta, non ha rischiato nulla e ha annientato la Juventus a metà campo, creando nella ripresa cinque palle gol, concretizzandone due. A Torino ci sarà da contenere la sfuriata iniziale, soprattutto ci sarà da colpire in contropiede, perché Diego Costa è squalificato e con Morata e Griezmann, la palla va giocata bassa, in verticale. Con il vantaggio che le punte non daranno punti di riferimento alla difesa della Juve, che se dovesse comprendere anche Caceres oltre a Bonucci e Chiellini potrebbe variare a 3 o a 4 senza particolari scossoni. Per la Juve questa è la sera della verità, gli investimenti estivi era chiaro a tutti non dovevano servire a rivincere lo scudetto, ma a sollevare la Champions. Comunque, non a uscire agli ottavi.

Foto: Italy Photo Press

E' tempo di...

Se si proseguisse così, lo scudetto la Juventus lo festeggerebbe al termine della giornata numero 32, il 13 aprile. Ma dove sarebbe finito lo scudetto lo si sapeva da inizio campionato: troppo forti i bianconeri per una concorrenza che non era riuscita a chiudere il gap scavato in sette anni di successi.

Ma che il campionato potesse essere così emozionante al capitolo zona Champions ed Europa League, non lo immaginava nessuno. Se il Napoli malgrado nelle due ultime giornate abbia conquistato un solo punto può sentirsi ancora tranquillo, ci sono sei squadre che possono sognare.

Milan e Inter (51 e 50 punti, si affronteranno domenica prossima) hanno un discreto vantaggio sulla Roma a 44 (in campo questa sera e tutta da scoprire con Ranieri), mentre Atalanta e Torino (con gli stessi punti dei giallorossi) rappresentano il nuovo che avanza.

Gasperini ha costruito una squadra capace di entusiasmare, mentre Mazzarri sta poggiando i suoi successi sulla solidità difensiva. Due modi diversi di intendere il calcio, due modi che stanno producendo frutti, perché se l’Atalanta è bella e imprevedibile, il Toro è organizzato a tal punto da rendere difficili le giocate alle avversarie (Sirigu ha subito un gol dopo sette “clean sheet” consecutivi). La Lazio, a 42, sembra distanziata, ma ha una partita da recuperare contro l’Udinese, quindi potrebbe incrementare la classifica.

Da qui al 26 maggio le emozioni non mancheranno, perché anche in fondo alla classifica cinque squadre faranno di tutto per non accompagnare il Chievo in B.

Una rivoluzione. Nella quale sono cadute due teste! La prima quella di Eusebio Di Francesco, poi quella di Monchi, il mago del mercato. L’eliminazione in Champions, regala alla Roma un “day after” di quelli che verranno ricordati a lungo. Ma non era giusto esonerare l’allenatore, senza rescindere con il plenipotenziario di mercato.

Il doppio addio, comunque, non può essere frutto solo dell’eliminazione dalla Champions, ma è il conto presentato da James Pallotta, il presidente, per un mercato contraddittorio e una serie di prestazioni insufficienti sotto il profilo del gioco.

Che Di Francesco privilegi il 4-3-3 è noto a tutti, che nella prima stagione in Serie A a Sassuolo abbia giocato una decina di partite con il 3-5-2 è vero, ma la squadra allestita da Monchi era priva di senso per le esigenze dell’allenatore.

Di Francesco a Oporto ha dimostrato di essere in grande difficoltà, se non in confusione: la difesa a 3 non è particolarmente gradita alla squadra, mentre il centrocampo con due terzini in fascia non ha praticamente costruito nulla. L’aver cambiato il sistema di gioco nella partita più importante dell’anno (lo fece l’anno scorso con il Barcellona, ma la situazione era diversa, una sconfitta non avrebbe cambiato nulla) non è certamente simbolo di serenità. All’allenatore va il grazie per aver lanciato Zaniolo, ma la posizione di Cristante e l’aver provato Pastore interno di centrocampo non hanno convinto.

Al “Mago del mercato”, l’uomo che alla sua prima conferenza stampa annunciò l’addio al calcio di Francesco Totti, invece, le colpe da imputare sono molte di più. L’aver ceduto Alisson (per 80 milioni…) è un input della proprietà e l’addio di Nainggolan a posteriori non è stato doloroso, ma la cessione di Strootman è parsa inutile. Nella Roma di oggi l’uomo più importante è Daniele De Rossi, anni 37… Il numero esagerato di esterni offensivi e l’arrivo di N’Zonzi (la brutta copia di De Rossi) hanno fatto il resto. Come i 20 e più milioni spesi per Pastore… Il merito? Aver preteso Zaniolo dall’Inter, sulla scelta di Robin Olsen, invece, stendiamo un velo: in Italia abbiamo portieri migliori!

Cosa ci insegna il doppio ribaltone di Roma? Che le proprietà straniere non sono molto diverse da quelle italiane, che l’esonero è dietro l’angolo anche con americani e cinesi…

Eusebio Di Francesco Allenatore Roma (Foto: Italy Photo Press)

E' tempo di...

Ha vinto il Porto. Meritando. Poca Roma fino al pareggio di De Rossi su calcio di rigore, poi una decina di minuti discreti e al momento di riprendere il gioco, la Roma è mentalmente rimasta negli spogliatoi fino al 2-1 di Marega (53’). La squadra di Di Francesco ha provato a pareggiare, ma di occasioni vere e proprie non se ne sono viste, il Porto è parso più lucido e determinato, ma di reti prima del 90’ non se ne sono più viste. Il gol decisivo è arrivato su rigore al 116’, dopo un’occasione fallita da Dzeko, ma anche nei supplementari è piaciuto più il Porto della Roma.

Di Francesco ha iniziato la gara con il 3-4-3, ma il sistema di gioco che l’anno scorso aveva imbrigliato il Barcellona, non ha dato risultati, proprio come quest’anno a San Siro contro il Milan. A metà ripresa, con l’innesto di Cristante al posto di Marcano, si è passati al 4-2-3-1 (Manolas e Juan Jesus difensori centrali), ma la sensazione è stata quella di aver buttato gran parte della gara con una scelta che alla squadra non è piaciuta.

La Roma esce dalla Champions contro un avversario più che abbordabile, forse il più debole tra le squadre giunte agli ottavi. Ma l’uscita di scena è il degno corollario di quattro giorni da incubo: dopo il derby perso 3-0 con la Lazio, si è ipotizzato un esonero di Di Francesco in caso di uscita contro il Porto. Bene, dalla società non si è alzata una sola voce a difesa del tecnico. Anzi, si è fatto di peggio: è pure stato fatto filtrare che alla gara avrebbe assistito Paulo Sousa, che da tempo ha “puntato” la panchina della Roma… Insomma, come provare a farsi male! E riuscirci!!!

Massimiliano Allegri, allenatore della Juventus (Foto: Italy Photo Press)

E' tempo di...

Più 16. Che letto come si dovrebbe è più 17, perché gli scontri diretti si colorano di bianconero. La Juventus vince 2-1 a Napoli e si cuce l’ennesimo scudetto. Dicevamo da tempo che il titolo di Campione d’Italia era in cassaforte, ora ci aggiungiamo la doppia mandata. Perché la Juve ha lasciato per strada solo 6 punti in 26 partite, perché a 12 giornate dalla fine del campionato non vediamo cosa possa accadere per consentire il sorpasso al Napoli.

C’è un però. E riguarda il gioco. In Italia quanto ha fatto la squadra di Allegri è stato più che sufficiente.

Utilitarista. Cinica. Sparagnina. Aggiungete altri aggettivi, comunque sinonimi. Ma evidentemente, questo modo di giocare, in Europa non sembra essere sufficiente.

Se la partita con il Napoli, doveva essere un test in chiave Atletico, c’è qualcosa da rivedere, perché la Juve non ha convinto a fondo. Qualcuno è fuori forma, qualcun’altro ha giocato male. Ma un quesito ci tormenta: Cristiano Ronaldo sta giocando male perché non è in forma e ha problemi fisici oppure perché soffre l’appannamento di Mario Mandzukic? Perché se soffrisse l’appannamento del croato sarebbe molto più grave.

Luciano Spalletti, allenatore dell'inter (Foto: Italy Photo Press)

E' tempo di...

Ha meritato il Cagliari, che ha vinto 2-1. Ha meritato perché ha giocato meglio. Perché Maran ha preparato la partita meglio di Spalletti, che anche alla vigilia ha privilegiato la polemica alla sostanza.

Ha vinto il Cagliari, che ha corso e pressato. L’Inter, invece, a lungo è vuota di energie, perché ad Appiano in questi giorni si parla più di arbitri (Abisso) e degli assenti (Icardi) che dei presenti. E, dopo aver perso a Torino e in casa con il Bologna è arrivata la terza sconfitta del girone di ritorno, in pratica il suicidio perfetto perché ora il Milan potrà superare i nerazzurri e la Roma li potrà raggiungere. Soprattutto l’Inter nel ritorno non ha ancora incontrato nessuna avversaria diretta, ma si è fatta erodere un vantaggio enorme dalle dirette concorrenti.

Ora, però, la società deve farsi sentire. Deve prendere provvedimenti. Se Icardi è sano deve giocare (senza la fascia), mentre l’allenatore deve lavorare sul campo e tacere fuori. Conquistare un posto in Champions è vitale per il futuro. Per il momento, invece, sono solo tornate d’attualità le barzellette del passato.

La Juventus ha vinto, ma più del risultato, a Bologna, contava la prestazione. E la prestazione non è stata in linea con le attese.

Dopo il ko di Madrid, ci si attendeva una squadra che giocasse con il sangue agli occhi. Contro il Bologna terzultimo, benché Mihajlovic abbia cambiato volto alla squadra rilevata da Inzaghi, la Juventus non è mai riuscita a mettere in seria difficoltà l’avversario. Nel primo tempo, addirittura, non ci sono stati tiri in porta, Non un buon segnale, perché le grandi squadre, dopo un ko europeo, spesso hanno sfogato la loro rabbia sul primo avversario offerto dal calendario.

Se lo scudetto, lo scriviamo ancora una volta, non è in discussione, a preoccupare i tifosi della Juventus, è la condizione della squadra che non sembra avere le forze per reagire al momento di difficoltà iniziato a gennaio con la ripresa del campionato.

La partita l’ha decisa Dybala, entrato dalla panchina. Uno dei peggiori di Madrid non segnava in trasferta dall’aprile scorso quando realizzò contro il Benevento. Almeno questo è un segnale confortante!

La delusione di Cristiano Ronaldo (Foto: Italy Photo Press)

E' tempo di...

Il bilancio della serata di Madrid, per la Juventus sconfitta 2-0, è semplicemente disastroso. E poco importa se al ritorno la squadra di Allegri ribalterà il risultato.

Questa è una serata nella quale le cose da ricordare sono poche, visto che la prima conclusione in porta, eccettuata una punizione di Cristiano Ronaldo da 30 metri, è giunta al minuto numero 90, con Bernardeschi che si è visto deviare in corner da Oblak un tiro dal limite.

L’Atletico, dopo un primo tempo nel quale si è giocato molto a metà campo e non si sono risparmiati interventi decisi, nella ripresa ha mostrato di averne di più. Prima Diego Costa ha sprecato solo davanti a Szczęsny; poi Grienzmann si è visto deviare sulla traversa un tiro dal limite; quindi l’arbitro e il Var hanno annullato un gol a Morata; poi sono arrivate le reti di Giménez e Godin.

Ma cosa si può salvare della serata di Madrid? Nulla. Nulla, perché ancora una volta quando gli avversari alzano il ritmo, la Juventus mostra di non essere abituata a giocare ad alta intensità. Paragonare Atletico Madrid e Atalanta può sembrare irriguardoso per la squadra di Simeone, ma è andata così anche a Bergamo. Allegri ha certamente commesso un grosso errore rinunciando a Cancelo (finito in panchina perché era l’unica arma per cambiare volto alla partita?), che le assenze di Cuadrado, Khedira e Douiglas Costa abbiano pesato parecchio.

Poi ci sono le considerazioni su Paulo Dybala: impalpabile. Qualcuno dirà che il centrocampo non ha costruito, che oltre la metà campo la Juventus ci è andata poche volte, ma Cristiano Ronaldo ha cercato di farsi dare la palla per “inventare” qualcosa. Dybala no. E questo basta a farlo salire sul banco degli imputati. Almeno fino al 12 marzo, quando si giocherò il ritorno.

Massimiliano Allegri (Foto: Italy Photo Press)

E' tempo di...

Con lo scudetto (ri)cucito sul petto, la Juventus entra nella fase cruciale della stagione, quella della conquista della Champions. E poco importano le dichiarazioni di facciata di Paratici e Allegri, perché il club ha acquistato Cristiano Ronaldo (più Cancelo, Emre Can e Bonucci) raddoppiando l’indebitamento non per rivincere lo scudetto, ma per puntare al bersaglio grosso. La Coppa dalle “Grandi Orecchie”.

Per questo la partita con l’Atletico Madrid (mercoledì ore 21.00) è il match più importante giocato fino a oggi. Contro i Colchoneros, però, non basterà amministrare, giocando sottoritmo, come spesso la Juventus ha fatto in Italia. Al “Wanda Metropolitano” ci sarà da reggere il ritmo che gli spagnoli impongono alle loro avversarie. Pressing serrato, grandissima intensità, interventi decisi, difesa ferrea: in questi anni sono state queste le caratteristiche di un gruppo che ha vinto una Liga, perso due finali di Champions e conquistato un’Europa League. Insomma, l’Atletico, con interpreti nettamente superiori e con più qualità, ha le stesse caratteristiche dell’Atalanta e tutti sappiamo come sia andata a finire a Bergamo tre settimane fa…

Allegri è bravissimo a imbrigliare gli avversari: la Juventus (come i suoi Cagliari e Milan) chiude tutte le linee di passaggio e “morde” alla prima disattenzione avversaria. Con il rientro di Mandzukic, Cristiano Ronaldo è cresciuto, mentre è da verificare se ci sarà Dybala e quale sarà il suo raggio d’azione.

Quanto vale realmente la Juventus? Qualcosa in più di un indizio lo avremo mercoledì sera alle 23.00.

Krzysztof Piatek (Foto: Italy Photo Press)

E' tempo di...

Il sabato è di Piatek, la domenica dell’Inter vedova di Icardi. L’attaccante del Milan ha giocato la partita perfetta, segnato due gol straordinari e regalato tre punti importantissimi in chiave Champions. La girata di sinistro e lo stacco immarcabile sono il manifesto del nuovo Milan, che gioca con brillantezza ed entusiasmo. L’arrivo di Lucas Paqueta a dare fantasia a centrocampo e quello di Piatek a cancellare l’apatia di Higuain, hanno rigenerato una squadra alla quale Gattuso non ha mai fornito alibi.

A proposito di entusiasmo, senza il capriccioso Icardi, Perisic, Brozovic e Nainggolan hanno trascinato l’Inter. Dopo un primo tempo noioso, la squadra è rientrata decisa a vincere: Lautaro non è Maurito, ma poco importa, perché prima viene la maglia poi il giocatore. Chi, nelle settimane scorse aveva fatto notare all’assistito di Wanda Nara che in campo si va per lottare e non per girovagare, ha raddoppiato forze ed energie. “San Siro” ha applaudito, è stato vicino alla squadra, perché giocare senza l’attaccante più forte non è certamente facile.

Ora testa all’Europa League e al Rapid Vienna, nella speranza che sui social media la coppia si prenda una pausa di riflessione. Di solito, tra adulti, ci si parla tra quattro mura…

Il titolo non è irrispettoso. E’ la pura e semplice verità. Spazientito (eufemismo) per le continue esternazioni di Wanda Nara, Marotta ha deciso di togliere la fascia di capitano a Mauro Icardi.

L’amministratore delegato dell’Inter ha compiuto un gesto forte, subito apprezzato dai tifosi nerazzurri, stanchi di vedere la società in balia dei comportamenti sopra le righe del procuratore del capitano.

Ed è sul termine che bisogna fare chiarezza. Il procuratore deve fare gli interessi del proprio assistito, ma gli interessi non sono solo quelli economici. Un procuratore deve esigere rispetto per il proprio assistito, ma al tempo stesso deve avere rispetto del datore di lavoro del calciatore. Un procuratore non twitta in maniera folkloristica, non si fa “selfie” con i contratti e neppure si fa selfie del tutto inopportuni.

Icardi via dall’Inter? Può essere, ma siamo convinti che non ci sia un grande club che possa sopportare una presenza ingombrante come quella di Wanda Nara. E, non è difficile immaginare la reazione di Florentino Perez, della dirigenza dello United o dello sceicco del City alla sua prima esternazione.

Ps: l’Inter è sopravvissuta all’addio di Giuseppe Meazza, Benito Lorenzi, Sandro Mazzola, Mario Corso, Giacinto Facchetti, Roberto Boninsegna, Alessandro Altobelli, Walter Zenga, Giuseppe Bergomi, Ronaldo (ripeto Ro-nal-do), Bobo Vieri, Samuel Eto’o e tanti altri che non citiamo. Siamo convinti possa fare a meno di Icardi. L’unica cosa alla quale il tifoso non rinuncerebbe mai sono i colori: il nero e l’azzurro.

“È una notte magica, sono davvero felice perché oggi ho realizzato uno dei sogni che avevo da bambino.” Lui, Nicolò Zaniolo, ha commentato così la doppietta segnata al Porto e a Iker Casillas nella prima gara da professionista ad eliminazione diretta.

La Champions ha un fascino particolare, giocarci è il desiderio di qualsiasi calciatore; segnare un sogno che si avvera; vincerla il traguardo di una carriera. Ebbene, il giocatore che l’Inter ha sacrificato per arrivare a Nainggolan, ha dato una dimostrazione straordinaria del suo talento: doppietta e una partita da far brillare gli occhi a tutti. Certo, se la Roma non avesse subito gol a 10’ dalla fine sarebbe stato meglio, ma non si può avere tutto dalla vita. A Oporto non si potrà perdere 1-0.

La strepitosa gara di Zaniolo, che in Serie A ha già segnato tre gol e distribuito assist, conferma le qualità di un calciatore dal fisico eccezionale (è alto 191 centimetri) e di grande tecnica, che si è imposto all’attenzione di tutti alla sua prima stagione con i “grandi”. Un calciatore offensivo, che sa giocare largo per accentrarsi oppure che si posiziona centralmente a fare il fantasista, ma sempre pronto a rincorrere l’avversario, ad aiutare nella fase di non possesso. La Roma lo coccola, Mancini pure perché il ragazzo, ha già mostrato di avere colpi simili a quelli di “Bobby gol”.

Ultime Notizie