Argentina-Croazia, la delusione di Gonzalo Higuain e Lionel Messi (Foto: Italy Photo Press)

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Messi, non pervenuto. Higuain (dal 53’), non pervenuto. Dybala (dal 67’) non pervenuto. Aguero (fino al 53’), non pervenuto. In sintesi: Argentina, non pervenuta, con il serio rischio di dover fare le valigie al termine della prima fase.

Costretta al pareggio dalla ruvidità degli islandesi, l’Argentina ha sbattuto nell’impegno successivo contro la tecnica e la fisicità dei croati. Dopo un primo tempo nel quale si sono visti solo due tiri in porta, senza lampi degli attaccanti, a inizio ripresa Caballero (sciagurato) portiere argentino ha regalato a Rebic il gol del vantaggio. Da qui in poi, l’Argentina è stata una vera delusione.

Messi, impalpabile fino ad allora, è letteralmente sparito dalla partita. La “pulce” non è mai riuscita a incidere e, il nulla mostrato nella prima ora di gioco, se possibile, è peggiorato quando Sampaoli ha giocato la carta Dybala.

Paulo, appena entrato, ci ha provato, ma dopo un tiro a giro non si è più visto, fagocitato dalla difesa croata e da una partita che non ha mai dato l’idea di poter sorridere all’Argentina. Se Messi ha galleggiato inutilmente sulla trequarti, di Higuain non c’è traccia nel tabellino: zero tiri, zero passaggi, zero dribbling. Zero.

Della Croazia non parliamo, perché se dovesse continuare a giocare così, avremo modo di parlarne molto più avanti.

Cristiano Ronaldo (Foto: Italy Photo Press)

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Un’altra giornata nella quale abbiamo visto partite sufficientemente brutte e noiose. E una domanda: ma avremmo fatto così brutta figura? La risposta è certamente no! Perché questa non è l’Italia alla quale eravamo abituati, ma per come hanno giocato oggi Spagna e Portogallo, ieri la Colombia e più in generale Argentina, Brasile e Germania, facile pensare che la Nazionale non avrebbe deluso. Almeno per ora!

Il Portogallo è Cristiano Ronaldo e poco più: il sospetto lo abbiamo avuto contro la Spagna, dalla gara con il Marocco abbiamo tratto la certezza che CR7 predichi nel deserto. Vedere i “Leoni dell’Atlante” mettere in difficoltà i campioni d’Europa è stata una vera sorpresa. Ora, i portoghesi hanno un punto di vantaggio sull’Iran sconfitto dalla Spagna e, nell’ultima giornata c’è lo scontro diretto. In altri tempi avremmo ritenuto la sfida una formalità, oggi un paio di dubbi li abbiamo.

Che dire anche della Spagna che ha vinto 1-0 con Diego Costa (alla terza rete)? Troppo poco, troppo poco per essere vero. E per non alimentare rimpianti in noi italiani.

Tra le due sfide si è giocato Urugay-Arabia Saudita. Qualcuno ha sottolineato che l’Arabia è migliorata rispetto alla sfida con la Russia. Una giustificazione misera per il solo gol segnato da Suarez.

Ecco perché, anche se questa non è l’Italia alla quale eravamo abituati, non vedere gli azzurri in Russia ci fa ancora più male.

Foto: Italy Photo Press

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Belgio e Inghilterra hanno fatto il loro dovere (con Mertens e Harry Kane su tutti), ma per un bel po’ abbiamo pensato che il Mondiale si divertisse a fare un altro scherzo. Dopo il pareggio dell’Argentina, al quale ha fatto seguito la sconfitta della Germania (inguardabile per più di un tempo, ma il Messico è stato super) e l’ics del Brasile (troppo gigioni e poco concreti i carioca), il Belgio non ha segnato nel primo tempo contro Panama e l’Inghilterra ha segnato solo al 91’ la rete della vittoria contro la Tunisia.

Normale pensare che sia un Mondiale livellato (anche se siamo all’inizio), un Mondiale che rispetta l’andamento dell’Europeo di due anni fa, quando in Francia le sorprese si sprecarono, perché il Galles in semifinale era impronosticabile…

L’atletismo delle formazioni meno dotate tecnicamente sembra mettere in difficoltà le squadre più accreditate. Panama (scarsino) fino a che ha tenuto ha respinto gli assalti del Belgio, mentre la Tunisia che ha concesso 17 turni in porta all’Inghilterra ha provato ad alzare un muro simile a quello degli islandesi contro l’Argentina.

I primi cinque giorni di Russia 2018 ci hanno regalato una certezza: potremo anche vedere qualche partita “bruttina”, ma non mancherà l’equilibrio. E proprio il tanto evocato equilibrio che manca nei vari campionati europei, sarà il sale delle competizioni per nazionali. Da qui in avanti…

Lional Messi (Foto: Italy Photo Press)

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Lionel Messi non ha risposto a Cristiano Ronaldo. Anzi, Messi ha steccato. Il rigore sbagliato è un incidente di percorso, meno lo è la prestazione. In Argentina sono preoccupati per l’1-1 con gli islandesi che hanno badato a correre e difendersi più che a costruire, ma a non lasciar dormire i tifosi dovrebbe essere la prevedibilità del gioco della squadra di Sampaoli.

Messi è fuori forma (magari ci smentirà tra qualche giorno), non gioca alla velocità solita, è prevedibile e pretende di giocare tutti i palloni che transitano dalle parti dell’area di rigore. I compagni di squadra subiscono la personalità della “Pulce” e non si inventano la giocata, non rischiano come dovrebbero. Il Ct, ora si trova già a un bivio: il girone non è tenero e la prossima partita con la Croazia è pericolosa.

Sampaoli dovrà dimostrare che le dichiarazioni di Messi, più volte ha fatto intendere di non poter (o voler?) giocare con Dybala, vanno ricondotte a affermazioni di un calciatore, non sono dogmi per l’allenatore. Che ha il compito di trovare soluzioni, che i calciatori talvolta neanche immaginano. Anche Higuain merita di stare in campo più di 10’, mentre Angel Di Maria da qualche stagione non è più il giocatore del Real Madrid.

Ronaldo ha battuto tre colpi… Messi ne ha sbattuto uno!

Cristiano Ronaldo (Foto: Italy Phptp Press)

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L’aggettivo “immenso” solitamente non è riduttivo. Ma lo diventa per definire Cristiano Ronaldo, CR7. Se il Real Madrid è una delle due o tre squadre più forti del mondo, altrettanto non si può dire del Portogallo, perché per un pronostico in molti punterebbero su Germania, Argentina, Brasile, Inghilterra, Francia e Spagna. Pure su Croazia e Belgio, magari anche sulla Colombia.

Ma lui, non ci sta, vuole vivere il Mondiale da protagonista e in una partita nella quale la Spagna si dimostra superiore per singoli e qualità di gioco, segna tre gol. Che valgono il 3-3.

Dopo Russia-Arabia Saudita, Uruguay-Egitto e Marocco-Iran, arriva finalmente una gara che dà l’idea di essere spettatori (in tutti i sensi vista l’assenza dell’Italia) di un Mondiale. E la sensazione arriva ancor prima che le due squadre scendano in campo. Poi è battaglia. Proprio così battaglia: perché il Portogallo segna, ma la Spagna è conscia di essere molto più forte e allora che fanno CR7 e compagni? Chiudono, almeno, provano a chiudere le linee di passaggio, si mettono compatti al limite della propria area di area di rigore e provano a ripartire come fulmini (chiamasi contropiede, tattica a noi ben nota) per sfruttare una possibile superiorità numerica.

La Spagna, bella e sfortunata (il gol del 2-1 di Cristiano non sarà annesso ai capolavori), ha dimostrato di esserci, di essere una squadra di quelle da tenere in considerazione per la vittoria finale. Almeno, così pare. Ora è il momento della Francia e dell’Argentina. Finalmente vale la pena di incollarsi alla tivù.

Florentino Perez (Foto: Italy Photo Press)

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Ci sono presidenti ai quali piace cacciare gli allenatori. Ma non ammettono che uno di loro se ne possa andare, possa dimettersi. Florentino Perez è uno di questi: a gennaio ha pensato di cacciare Zidane, ma quando “Zizou” ha lasciato la panchina dei Blancos ha perso la testa.

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Un gioco. Poco più di un gioco. Non un pronostico. Solo un sogno, la partita che vorremmo vedere. La partita che vorremmo vedere con in palio il trofeo più prestigioso, la Coppa realizzata dallo scultore Silvio Gazzaniga che ideò il trofeo con i due calciatori felici che sorreggono il Mondo alzato per la prima volta nel 1974.

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Mario Balotelli (Foto: Italy Photo Press)

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Mettiamola così: Balotelli ha segnato. E quando segna Balotelli, sono 14 i suoi gol in azzurro, la Nazionale non perde. Ma non è ciò che accade quando segna l’eroe della semifinale europea con la Germania del 2012 che più ci interessa. Quanto ci interessa è che 4 anni (circa) dopo l’ultima partita in azzurro Mancini lo abbia schierato e lui abbia ripagato l’allenatore con un gol.

Inviso a qualche senatore per il comportamento sopra le righe tenuto in Brasile, Balotelli era stato epurato: se Conte non lo gradiva, Ventura lo ha ignorato. E, se il primo aveva tutte le ragioni per farlo (due pessime stagioni…), il secondo ha avuto colpe enormi, perché a Nizza “SuperMario” è tornato a essere un calciatore, un attaccante. Del quale la Nazionale aveva bisogno.

Non santifichiamo certamente Balotelli per aver fatto gol all’Arabia Saudita in un’amichevole vinta 2-1 a fine maggio, ma siamo felici di aver rivisto uno dei giocatori con maggior talento tornare in azzurro.

Roberto Mancini, il neo ct, non si è curato del passato, ha guardato al presente, non solo lo ha convocato e schierato in campo dal primo minuto, lo ha insignito dei gradi di vicecapitano. In pratica ha fatto capire al gruppo che Mario sarà una presenza centrale, non una figura marginale.

L’allenatore che lo fece esordire in A all’Inter, in questi giorni, non solo ha parlato del calciatore, ma ha parlato dell’uomo: dall’altare alla polvere, certo, ma anche la possibilità di riscattarsi, attraverso la doppia paternità che lo avrebbe maturato.

Mancini che lo ha pure portato al Manchester City, nominandolo “vice capitano” lo ha “imposto” al gruppo. A Mario il compito di non deludere.

Foto: Italy Photo Press

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Mai inno si è sposato meglio con la squadra per la quale è stato scritto. Pazza Inter, che in 2’ si fa raggiungere e rimontare dalla Juventus. Pazza Inter, che in 3’ la ribalta con la Lazio e conquista la Champions, dalla quale era uscita in una notte del marzo 2012 contro l’Olympique Marsiglia.

Pazza Inter, perché malgrado la Lazio a lungo abbia giocato meglio, ma alla fine è ugualmente uscita con i tre punti dall’Olimpico. Pazza Inter, perché quando tutto sembrava perso, ha trovato una palla sporca sulla quale conquistare un rigore, che Icardi ha segnato dopo aver giocato 78’ da incubo (per lui e i tifosi). Pazza Inter perché ha giocato una stagione contraddittoria: in testa fino a inizio dicembre prima di spegnersi e ritrovarsi solo quando è fiorito Rafinha e Brozovic ha trovato la giusta collocazione tattica.

Pazza Inter, perché neppure Spalletti è riuscito a “normalizzarla”: anche un allenatore, tra i migliori e i più esperti del campionato ha dovuto subire le “lune” di un gruppo al quale era lecito chiedere di vincere in casa con Crotone e Sassuolo e a Ferrara, quando il pareggio della Spal è giunto all’89. Pazza Inter, perché non è lecito, per una grande squadra, giocare una partita come quella di Genova contro il Genoa.

Pazza Inter, perché quando tutto sembrava perso ha segnato due gol. Due gol che vogliono dire qualificazione in Champions.

Gigi Buffon (Foto: Italy Photo Press)

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Che l’universo maschile e quello femminile siano distanti tra loro anni luce ne abbiamo nuovamente avuto la prova. Sabato 19 maggio, due avvenimenti hanno dominato la cronaca: il Royal Wedding, il matrimonio reale, tra Harry e Meghan e l’addio al calcio di Gigi Buffon.

Se, noi innamorati di calcio, ci siamo lasciati scivolare sulla pelle l’”I will” pronunciato a Saint George, così non è stato per le immagini trasmesse dalla tivù alle 16.21.

Mentre il cielo di Torino dopo essersi imbronciato stava iniziando a regalare le prime gocce di pioggia, Gigi Buffon lasciava il campo. Sostituito. Sostituito per permettere a tutti di fermarsi e omaggiarlo per quello che ha fatto dal 1995 a oggi, con le maglie di Parma, Juventus e Nazionale. Il miglior portiere del mondo, quello che ti faceva sbagliare con la sola presenza tra i pali, a 40 anni, lascia il campo senza essere vinto dal tempo. Come aveva detto: “Io sono Buffon e voglio continuare a essere Buffon. Non posso accontentarmi”. Pienamente d’accordo. Un pensiero che non fa una grinza, non avremmo sopportato di vedere Gigi con la maglia di una squadra di seconda schiera (con rispetto per tutti), perché i grandi campioni non possono “svernare”.

Buffon alle 16.21 ha lasciato la Juventus tra applausi, sorrisi e lacrime. La festa scudetto, si è tramutata nella sua festa: compagni e avversari sul campo hanno reso omaggio alla sua grandezza, altri lo hanno fatto sui social. Nei giorni prossimi sapremo se sarà un dirigente della Juventus oppure il portiere di PSG, Real Madrid o Liverpool, ma oggi la sua uscita dal campo ci ha permesso di rimarcare ancora una volta la differenza tra uomini e donne (senza generalizzare e offendere): noi abbiamo pianto per Buffon. A lui, Harry e Meghan gli auguri di buona vita.

L'esultanza della Juventus per la vittoria dello Scudetto (Foto: Italy Photo Press)

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“Sei un mi7o”: è lo slogan coniato dalla società, che ogni anno celebra lo scudetto con un “claim” differente. La Juventus pareggia contro la Roma e festeggia un tricolore che era già stato festeggiato sette giorni fa quando il Napoli fu raggiunto sul 2-2 dal Torino, da un gol di De Silvestri (che ha segnato pure oggi alla Spal).

La Juventus ha meritato lo scudetto, malgrado il Napoli con 88 abbia firmato il record per una squadra che si classifica al secondo posto. Ma proseguendo sulla strada dei numeri, la Juve ha il miglior attacco e la miglior difesa del campionato, in casa ha subito solo 7 gol. Non ci sarebbe molto altro da aggiungere.

Invece, da aggiungere c’è tantissimo. Perché i numeri non possono dire tutto. I numeri non rendono appieno il valore di Buffon, Chiellini e Barzagli, campioni straordinari che hanno “griffato” tutti e sette gli scudetti e così sarebbe stato anche per Marchisio, attore non protagonista a causa della guarigione da due infortuni che non gli permettono di brillare come in precedenza.

Se a centrocampo Khedira per qualcuno è lento, per altri indispensabile, in attacco Douglas Costa ci ha impiegato un po’ a capire il nostro calcio, ma quando ha abbandonato i tocchi inutili e certe giocate leziose è stato veramente travolgente.

Impossibile tacere le qualità di Mandzukic, uno con il quale andremmo in guerra con la certezza di uscirne vincitori. Malgrado il talento, non sempre abbiamo visto il miglior Dybala, in certi frangenti impegnato in contenziosi extracampo che hanno irritato la dirigenza bianconera. Higuain è questo, piaccia o non piaccia: all’azione partecipa il minimo indispensabile. Però fa gol. E incarna in pieno il verbo di Giampiero Boniperti: “Vincere non è importante è l'unica cosa che conta”. E la Juve lo ha fatto per la trentaquattresima volta.

La Juve festeggia la vittoria della Coppa Italia (Foto: Italy Photo Press)

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E’ bastato un tempo, il secondo, per festeggiare con quattro gol, la vittoria della quarta Coppa Italia consecutiva. La Juventus, dopo un primo tempo scialbo, nel quale comunque si era visto un Dybala pienamente recuperato, ha accelerato e segnato quattro volte a un Milan che ancora una volta ha evidenziato limiti di condizione e finalizzazione.

Non è stata una gran partita. Non è stata una partita giocata con l’intensità di una finale, probabilmente i due allenatori erano consci delle scarse energie a disposizione e hanno deciso di non forzare. Il Milan si è chiuso con tutti i giocatori sotto linea della palla e il solo Cutrone in avanti, la Juventus (con Higuain in panchina) si è accontentata di “fingere” di pungere per evitare che il Milan potesse prendere troppa confidenza.

A inizio ripresa, però, la Juventus ha cambiato marcia e dopo un paio di accelerazioni ha trovato il gol di Benatia. Qui, il Milan che fatica a segnare ha capito che la situazione era precipitata. E c’è stato il crollo. Il crollo di Gigio Donnarumma, ottimo portiere, ma che deve ancora lavorare moltissimo per raggiungere il livello dei migliori al mondo. Inutile che il suo procuratore continui a spingere: Donnarumma non è ancora un top, per dirla fuori dai denti: non può essere il numero uno di Real, Barça, United, City, Bayern

Donnarumma ha regalato due gol e la quarta rete della Juventus è frutto di un errore di Kalinic.

Mentre la Juventus festeggia con moderazione, in attesa di festeggiare ufficialmente lo scudetto domenica sera, il Milan si interroga sul futuro immediato. Atalanta e Fiorentina spaventano. E per andare in Europa serve arrivare settimi.

Foto: Italy Photo Press

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Il pareggio di De Silvestri a 7’ dalla fine ha consegnato alla Juventus il settimo scudetto consecutivo. Non che dopo la sconfitta di Firenze il Napoli avesse troppe possibilità di scucire il triangolino dalla maglia della Juve, però l’aritmetica e il “Dio del calcio” sembravano non essersi ancora pronunciati. Invece, la vittoria in affanno dei bianconeri sabato sera contro un Bologna molto più che dignitoso e il 2-2 del Toro dell’ex Mazzarri al “San Paolo” sono serviti a emettere la sentenza: 7 scudetti, tre firmati da Antonio Conte, quattro da Max Allegri.

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La seconda impresa non riesce e la Roma esce a testa alta. Che all’Olimpico potesse finire 3-0 o 4-1 erano in pochi a crederlo, anche perché la superiorità del Liverpool nella gara di andata era parsa evidente.

Così abbiamo finto per una settimana di credere che l’impossibile (o quasi) si potesse verificare, ma la squadra di Klopp ci ha impiegato 9’ a mettere le cose in chiaro.

Alla Roma va il merito di avere vinto 4-2, di aver dato tutto e di aver convinto fino in fondo il proprio pubblico di essere un’ottima squadra. Di Francesco, più in Europa che in Italia, ha visto la squadra dei sogni: 3-3 (con rammarico) contro il Chelsea poi battuto 3-0, 3-0 al Barcellona e questa serata nella quale la Roma ha giocato e creato occasioni.

Il nostro calcio abbandona la Champions con una certezza: sia la Juventus sia la Roma hanno reso onore alla Serie A, il divario tra le nostre migliori e le migliori d’Europa non è così esagerato. Una cosa: la Champions premia ancora una volta chi segna e non chi si difende, in Europa, poi, la tattica non è vitale come in Serie A.

In Champions i campioni prendono per mano le loro squadre, i calciatori migliori vincono i duelli e creano superiorità numerica. La Champions dimostra che non c’è una medicina per fermare Ronaldo, Messi, Suarez, Neymar, Salah, Dzeko, Higuain, Benzema….

Poi dovremmo parlare degli arbitri, ma sono un male comune. Da un paio d’anni ne sa qualcosa il Bayern Monaco.

Roberto Mancini (Foto: Italy Photo Press)

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Roberto Mancini sarà il prossimo CT della Nazionale? Sembra proprio di sì! Nella sua casa, l’allenatore dello Zenit San Pietroburgo ha ricevuto il commissario della Figc Fabbricini e il suo vice Billy Costacurta. Dopo il no di Carlo Ancelotti, i vertici federali hanno virato su Mancini che ha più volte detto che guidare la Nazionale sarebbe un onore.

Mancini avrebbe anche già chiaro il sistema di gioca da utilizzare il 4-2-3-1 e le sfide da vincere. L’idea del futuro Ct è di giocare un buon calcio e recuperare in azzurro Mario Balotelli che inizialmente non sarebbe titolare, perché gli verrebbe preferito Immobile.

Per una panchina che sembra sistemarsi, ce ne è una che potrebbe liberarsi: Maurizio Sarri sta sfogliando la margherita, ama Napoli e il Napoli, ma il progetto che gli sottopone il Chelsea è di altissimo profilo. E lui, potrebbe decidere di emigrare a Londra, da bancario nella City ci era già stato.