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Una giornata in meno. Due punti in più di vantaggio sul Napoli. Tra le prime dieci della classifica la Juventus è l’unica a segnare, perché le altre non riescono neppure a mettere a segno una rete striminzita. Che dire ancora. Miglior attacco, miglior difesa, logica la miglior differenza reti.

Dove finisca la scudetto non è difficile prevederlo. Ancora una volta una trentina di minuti sornioni, senza particolari scossoni. Poi si infortuna Pjanic, entra Douglas Costa che non sembrava dover essere impiegato e il brasiliano regala tre prodigi che stendono la Sampdoria. E spingono il Napoli (infrantosi su Donnarumma) a -6. Sei giornate alla fine, sei punti da recuperare, il gioco che non fluisce più come prima. Il Napoli non gioca più il calcio più bello, gioca semplicemente un bel calcio.

La lotta Champions sembra privilegiare ancora Roma e Lazio. Dell’Inter, invece, ci vien da dire: perché la squalifica di Brozovic ha porato al cambio di modulo? Perché la difesa a tre? Evidente, invece, che a fine anno il fosforo di Borja Valero dovrà essere sostituito da chi avrà più mobilità.

La lotta retrocessione ci regala un Benevento orgoglioso, un Verona impalpabile e indecifrabile. Ottima la Spal, alla quale Semplici ha dato un’identità. Il Crotone nelle prossime sei partite dovrà affrontare: Juventus, Napoli e Lazio; c’è chi è più fortunato.

Foto: Italy Photo Press

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Così no. Così fa male. Così va veramente male. La Juventus vista a Madrid è una squadra che gioca la partita perfetta, che domina in casa degli avversari otto giorni dopo aver perso 0-3 a Torino. Questa è un’impresa che può essere fatta solo da un gruppo di uomini veri, che hanno saputo guardarsi in faccia e si sono detti: “Se c’è anche una sola possibilità ce la andiamo a giocare”.

La Juventus vista a Madrid è stata praticamente perfetta, perché non solo ha segnato tre volte, che già di per sé è una prodezza su un campo sul quale si difendono tutti, ma ha pure creato delle occasioni, sbagliato un paio di gol. Questa è la risposta da grande professionista di un allenatore, Massimiliano Allegri, che ingiustamente diventa capro espiatorio quando la sua squadra non vince. Il 4-3-3 della Juventus è stato a lungo un rebus irrisolto per il Real e per Zinedine Zidane che guardava incredulo verso il campo, senza trovare le contromosse.

Tutto perfetto, fino a una manciata di secondi dalla fine quando Benatia ha contrastato Lucas Vazquez davanti a Buffon. Rigore? O si poteva lasciar correre? Ancora: si poteva lasciar correre, facendo in modo che le squadre si giocassero tutto ai supplementari?

Il portierone della Juventus ha detto che dopo una partita simile, in una situazione del genere se si fischia al posto del cuore si ha un bidone dell’immondizia. Che non si possono castrare così i sogni di una squadra. Parole forti, intrise di stizza e delusione.

A noi, invece, è rimasta la sensazione di aver visto una partita splendida, con una squadra che ha giocato come le imponeva la storia del club. Una squadra della quale andare orgogliosi.

L'esultanza di Alessandro Florenzi e Daniele de Rossi (Foto: Italy Photo Press)

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Una notte di sogni, di Coppa e di Campioni. E i campioni questa volta sono quelli che non ti aspetti, i campioni hanno le sembianze dei giocatori della Roma, non del Barcellona. De Rossi e Dzeko, ma anche Florenzi, Manolas, El Shaarawy e Under entrati a partita in corso.

Il gol di Dzeko dopo 7’ dà fiato all’Olimpico, perché i 70.000 prima dell’inizio della gara non sapevano se crederci o meno. Perché segnare tre volte non può bastare, se hai davanti Suarez e Messi è probabile che il tuo portiere un golletto lo prenda anche. Invece no!

Dzeko gioca da fenomeno, in una sera dimostra di valere ogni euro versato per l’acquisto del suo cartellino: gol, coraggio, forza, tecnica, leadership, lui troppe volte accusato di essere gelido, peggio algido. Dzeko segna e in apertura di ripresa si procura un rigore. Che “Capitan Futuro”, anni 34 anni, segna.

Dzeko fenomenale, ma straordinario pure De Rossi, che troppe volte ci aveva abituato a cadute di stile nel momento più importante. Del Barcellona non c’è traccia, c’è solo un po’ di tiki-taka: lento, prevedibile con Fazio, Juan Jesus e Manolas mai in affanno.

E a proposito di Manolas, quando a 9’ dalla fine la mette sul secondo palo, l’Olimpico diventa una bolgia. Diventa una bolgia come bar e salotti lontani da Roma, perché certe imprese si vivono tifando e basta.

L’ultimo pensiero, che poi dovrebbe essere il primo, è per Eusebio Di Francesco, secondo alcuni integralista del 4-3-3. Che questa sera ha vinto con il 3-5-2.

(Foto: Italy Photo Press)

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Dopo aver visto il gol in rovesciata che Cristiano Ronaldo ha segnato alla Juventus penso si possa scrivere qualsiasi cosa. Una però è chiara, banale: il Real è più forte, lo ha dimostrato l’anno scorso a Cardiff, lo ha confermato questa sera a Torino, 4 gol in finale, 3 nei quarti.

Che i Galacticos siano fuori portata i tifosi della Juventus lo hanno capito e hanno applaudito squadra del cuore e avversari. E non è da tutti, perché quando tifi per chi ha vinto sei scudetti consecutivi non è facile ammettere a sé stessi che ci possa essere qualcuno che ti è superiore. Invece lo “Stadium” ha riconosciuto la prodezza di CR7, la forza del Real l’impegno di una Juventus alla quale manca ancora qualcosa per raggiungere la vetta d’Europa.

Allegri ha scelto di affrontare il Real con il 4-4-2, ma la rete dello 0-1 segnata dal Real dopo 3’ non ha permesso di comprendere se la strategia dell’allenatore fosse giusta o meno. Di certo la Juve ha provato a reagire, Keylor Navas ha dimostrato che Gigio Donnarumma ai “Blancos” non serve, mentre la traversa ha salvato Buffon dal raddoppio (e dal poker) degli ospiti.

A chi diceva (e scriveva) che Dybala è l’erede di Messi o di qualche fenomeno consigliamo di rivedere la partita (non solo questa). L’argentino della Juventus è un ottimo giocatore, uno dei tre migliori del nostro campionato. Ma non è ancora al livello di chi da dieci anni domina la scena mondiale.

L'esultanza della Juventus a fine partita (Foto: Italy Photo Press)

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Per un attimo lungo 51 minuti, abbiamo pensato che dall’uovo di Pasqua si stagliasse la figura di Leonardo Bonucci. Il gol segnato alla “Stadium” nel quale aveva vinto sei scudetti prima di appoggiare la porta con una certa violenza e chiedere di essere ceduto, sapeva tanto di sentenza. E poi il Milan stava giocando bene, mentre la Juventus arrancava con un 3-5-2 nel quale trovavano posto sugli esterni Lichtsteiner e Asamoah, mentre Douglas Costa e Cuadrado erano solo autorizzati a guardare dalla panchina.

L’1-1 tra Juventus e Milan era un’ottima notizia per il Napoli, che aveva dovuto accontentarsi del pareggio in rimonta con il Sassuolo. Un Napoli che ancora una volta aveva dimostrato che l’esame di maturità è piuttosto indigesto e la tesi di laurea molto lontana. Perché se si vuole vincere lo scudetto e bisogna recuperare sulla Juve certe partite vanno vinte per forza.

Ma mentre Bonucci stava per vestire gli abiti dell’eroe di giornata, mentre ci apprestavamo a scrivere della rivincita di Leo che non si è sentito apprezzato fino in fondo, alla sua prima presenza nel 2018, Cuadrado con un colpo di testa ha detto a tutti che la ricreazione è finita. La Juve è a +4. E il settimo scudetto è sempre più vicino.

Gigi Di Biagio (Foto: Italy Photo Press)

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Il gol del pareggio segnato da Insigne ci regala un po’ di ottimismo. Se contro l’Argentina, l’Italia non era piaciuta, con l’Inghilterra (che non ha schierato la formazione migliore) si è visto qualcosa in più. Immobile, che non vogliamo colpevolizzare, ha avuto e sprecato tre occasioni che potevano permetterci di passare in vantaggio e il gol di Vardy lo abbiamo subito nel nostro momento migliore.

Ma quanto più premeva a tutti, non era il risultato, ma la prestazione della squadra. Volevamo una Nazionale convincente, che ci regalasse una convinzione: al Mondiale non ci siamo andati per una serie di circostanze sfortunate, non perché i giocatori non sono all’altezza. Nel primo tempo Jorginho ha faticato, poi si è risvegliato, ma il regista della Nazionale deve essere lui; Insigne ha giocato maluccio, ma ha avuto il coraggio di calciare il rigore in una porta che inevitabilmente si era ristretta. Chiesa, quando è entrato ha dimostrato grande personalità, mentre Rugani lo aveva già fatto nella gara con l’Argentina.

Insomma, calciatori dai quali ripartire ce ne sono. Non siamo certamente all’altezza di Spagna, Germania, Francia, Brasile e Argentina (ieri surclassata proprio dalla Spagna), abbiamo pure qualcosa in meno di Belgio e Inghilterra, ma siamo più forti di squadre che in Russia ci andranno mentre noi ci mangeremo le mani davanti al televisore (lo avremmo fatto ugualmente, ma con gli azzurri in campo l’avremmo fatto per una giusta causa).

Per chiudere, il capitolo allenatore. Se Costacurta dice che il 21 maggio avremo il nome dell’allenatore è evidente che un accordo di massima sia già stato trovato con chi guiderà la Nazionale (almeno) nel prossimo biennio. Di pessimo gusto, invece, il teatrino allestito intorno a Gigi Di Biagio: inutili tutte le domande che gli sono state rivolte sul suo futuro, era il primo a sapere che l’incarico era a tempo. Due, forse quattro partite.

Lorenzo Insigne Insigne e Dries Mertens esultano a fine gara (Foto: Italy Photo Press)

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Il Napoli sfrutta al meglio il “super regalo” fatto dalla Spal e torna a -2 dalla Juventus. Campionato riaperto da un gol di Albiol che ha sbloccato una partita molto più complicata di quanto fosse lecito pensare alla vigilia.

La Spal ha ipnotizzato la Juve con le armi a sua disposizione: grandissima intensità, attenzione in fase di non possesso e densità (Semplici ha optato per i cinque centrocampisti contro i due della Juve), ma ha sfruttato anche una serataccia di una squadra che dopo 12 vittorie consecutive si è riposata. Così il posticipo del “San Paolo” si è trasformato in una partita fondamentale: bene il Genoa nella prima parte, male Hamsik che si infortuna e troppo egoista Mertens. Nella ripresa troppo importante vincere e dopo lo scossone dato da Sarri negli spogliatoi il Napoli ci ha provato con maggiore convinzione.

Sempre più avvincente la lotta per due posti in Champions. La Roma è al terzo successo consecutivo, mentre la Lazio che si era entusiasmata a Kiev, continua a balbettare in campionato. Il pareggio interno con il Bologna costa il sorpasso dell’Inter. E proprio la squadra di Spalletti è stata la vera rivelazione di giornata: un dominio totale e incontrastato non solo per i 5 gol, ma anche per la traversa, le parate di Viviano e per una serie di giocate che i tifosi attendevano da tempo. Ora la Lazio deve temere pure il ritorno del Milan: sotto alla fine del primo tempo, nel secondo tempo Gattuso ha visto quanto voleva.

La reazione rossonera ha spinto il Chievo sempre più giù, in una zona pericolosissima. Se il Sassuolo ha conquistato tre punti meritandoli, il Cagliari è stato parecchio fortunato: 80’ di nulla, poi l’ingresso di Farias al quale ha fatto seguito un cambio rivedibile di De Zerbi (fuori Djuricic per Billong) e i due gol nel recupero hanno regalato tre punti che formalmente cancellano la parola crisi (anche se la gara va analizzata con attenzione).

Facile capire chi sia stato l’uomo copertina: con 4 gol Mauro Icardi si riprende l’Inter, in attesa di conquistare la maglia “numero 9” della nazionale argentina.

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Doppio Italia-Spagna: Barcellona-Roma e Juventus-Real Madrid. L’urna di Champions ha gelato la Roma e raffreddato gli entusiasmi della Juve, perché ora ci saranno le dichiarazioni di facciata, ma c’era chi sperava potesse andare meglio.

Il Barcellona è più forte della Roma, a Di Francesco e ai suoi servirà un miracolo. Inutile nasconderlo, Valverde ha a disposizione un organico superiore: il Barça non è solo la squadra di Messi (anche se basterebbe per terrorizzare chiunque). Da qualche tempo Valverde è passato al 4-4-2 abbandonando il 4-3-3 che era diventato il marchio di fabbrica dei catalani, la squadra gioca bene e in patria non ha rivali (22 vittorie e 0 sconfitte in 28 partite). Cosa si inventerà Di Francesco? Raddoppiare Messi non basta, perché anche Suarez è un pericolo negli ultimi 25 metri e Dembelé è tornato a essere il giocatore visto a Dortmund. Poi ci sarebbe Iniesta, “Don Andres”, il calcio fatto uomo. E, in molti entrando al “Camp Nou”, si ricorderanno che un paio d’anni fa era finita 6-1. Non il massimo.

Juventus-Real Madrid è la partita che i bianconeri volevano giocare. Non nei quarti, ma in finale. Troppa ancora l’amarezza per il secondo tempo del giugno scorso a Cardiff, quando Cristiano Ronaldo alzò la Coppa al termine di una gara nella quale la Juve giocò solo per 45’. La Juve si sente menomata a causa degli acciacchi e delle squalifiche che all’andata la priveranno di Pjanic e Benatia, ma dalla sua ha i numeri di una stagione nella quale in Serie A ha perso solo 8 punti in 28 giornate. Il Real nella Liga ne ha già perse 5, ma negli scontri diretti sa fare male. Chiedere al PSG per avere conferma.

Paulo Dybala (Foto: Italy Photo Press)

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Un punto in più. E una partita in meno. La Juventus si è ripresa il primo posto in classifica e mercoledì sera potrebbe salire addirittura a +4. Il rendimento della squadra di Allegri è semplicemente mostruoso: 11 vittorie consecutive, 0 gol subiti nel 2018; 8 punti persi in 27 partite giocate. Avete letto bene: 8 punti persi, perché la classifica recita 23 vittorie, 2 pareggi e altrettante sconfitte. L’ultimo avversario ad essere superato con banale facilità è stato l’Udinese: 2-0, un rigore fallito e il lusso di non aver schierato per vari motivi: Mandzukic, Matuidi, Cuadrado, Pjanic, Bernardeschi, Lichtsteiner, Alex Sandro. E pure Gigi Buffon.

Il Napoli, che nelle ultime due partite ha conquistato un unico punticino, senza colpe particolari sembra aver ristretto le sue ambizioni. Ma non per questo è intenzionato ad arrendersi facilmente. Dicono che il bel gioco paga. Verità. Ma paga pure essere cinici e concreti, come lo è la Juventus che con i suoi avversari sa essere spietata.

La Serie A, quest’anno, è molto più divertente degli ultimi anni: avvincente la lotta scudetto, indecifrabile quella per i rimanenti due posti in Champions. Perché il risveglio di André Silva in gol al 94’ obbliga il Milan a credere nel quarto posto, che oggi dista 6 punti (ma c’è una partita da recuperare rispetto alla Lazio).

Che bella anche la lotta per evitare la B: Verona, Spal e Crotone hanno risucchiato Sassuolo, Chievo e Cagliari.

Mancano 10 giornate. E ne vedremo delle belle.

Tottenham-Juve 1-2 (Foto: Italy Photo Press)

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Due gol in tre minuti. La Juventus ribalta la partita con il Tottenham e conquista i quarti di finale di Champions in una serata che si stava mettendo terribilmente male.

Per ammissione degli stessi giocatori della Juve, gli inglesi hanno dominato per 50’ contro una squadra priva di idee e incapace di reagire, con Barzagli costantemente saltato da Son, Kane imprendibile per Benatia e Chiellini più Dale Alli che si materializzava sempre dove non c’era una maglia gialla. Per tacere di Eriksen. Difesa in difficoltà, centrocampo surclassato e attacco inesistente. Non c’è che dire, un bel quadretto.

Poi la Juve si è ricordata di essere una grande d’Europa, l’orgoglio di tutti e un paio di cambi di Allegri hanno fatto il resto. Asamoah terzino sinistro, Lichtsteiner a destra; Benatia acciaccato e un inutile Matuidi a riflettere in panchina. La squadra di Allegri ha iniziato a crederci, ha segnato con Higuain troppo spesso accusato di incidere poco nelle gare a eliminazione diretta, quindi il “Pipita” ha messo una palla fantastica per Dybala che per 67’ era parso un corpo estraneo alla partita.

La Juve, fredda, cinica e concreta da lì in poi ha ingabbiato la manovra inglese e ha chiuso tutti i corridoi. Ha protetto la propria area e ha dimostrato ancora una volta che quando c’è da soffrire il “gruppo” non ha rivali.

Al fischio finale di Marciniak (visto questo fischietto d’ora in poi sarà impossibile criticare i nostri) un lampo: la Juve aveva un piede e mezzo fuori dalla Champions. In tre minuti li ha rimessi tutti e due. Un segno del destino verso il palco della premiazione a Kiev?

Davide Astori (Foto: Italy Photo Press)

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Basta la notizia in sé. Senza approfondimenti, che non aggiungono e non tolgono nulla alla tragedia. E’ morto Davide Astori, 31 anni, capitano della Fiorentina e giocatore della Nazionale.

Lo sport è gioia, spensieratezza, leggerezza, anche il più accanito dei tifosi dell’Inter capisce che il 5 maggio non è un dramma, ma l’epilogo sfortunato di un campionato. Come in precedenza lo hanno compreso i fan di Milan e Juventus, quando le loro squadre hanno lasciato uno scudetto all’ultima giornata.

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Paulo Dybala (Foto: Italy Photo Press)

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Alzi la mano chi vedendo Lazio-Juventus non abbia esclamato: “Ma la Juve è tutta qui?”. Oppure sia andato giù più pesante con un: “Questi vorrebbero vincere lo scudetto?”. La Juve all’Olimpico ha giocato male, non ha creato praticamente nulla, disputando la partita più piatta dell’anno. Ma... Ma a 30 secondi dalla fine un gol di Paulo Dybala le ha regalato la vittoria. Dal nulla, Dybala ha segnato un gol che può valere lo scudetto. E che ha condizionato la partita del “San Paolo”.

Il gol segnato al 93’30’’ non sposta di una virgola il giudizio sulla prestazione e lo sanno per primi i tifosi della Juventus, che per avanzare in Champions contro il Tottenham ci sarà da giocare con più intensità. Però, il gol di Dybala ha spostato gli equilibri.

A Napoli, infatti, durante gli ultimi minuti di Lazio-Juventus c’era chi sognava il +6 sui bianconeri. E c’era chi, questo sogno, lo accarezzava con sfrontatezza, quella stessa sfrontatezza che ha fatto dichiarare a un dirigente, Nicola Lombardo (ex caporedattore di Sky TG 24 e SkaySport, quindi uno che dovrebbe saper pesare le parole) che: “Quest’anno almeno 15 o 16 volte gli avversari hanno chiesto all’arbitro di non far disputare il recupero”. Ai più queste dichiarazione sono parse un’esagerazione, una caduta di stile. Pagata alla prima occasione utile.

Il gol di Dybala ha affievolito le forze del Napoli, che dopo aver segnato il gol del vantaggio ne ha subiti 4 (poco importa che Mertens abbia segnato la rete del 2-4). Un poker negativo che ha avvicinato la Juventus, che ora ha un punto e una partita in meno della squadra di Sarri.

E così, un sabato all’improvviso la Juventus ha messo una mano sullo scudetto!

Semifinale di ritorno di Coppa Italia: Lazio - Milan (Foto: Italy Photo Press)

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La finale sarà Juventus-Milan, la nobiltà del nostro calcio ha avuto la meglio sulla sfrontatezza dell’Atalanta e sull’imprevedibilità della Lazio. Se, con il Napoli che si era arreso ai quarti, la Juventus poteva essere ampiamente pronosticata, il passaggio del Milan non era poi così scontato. Gattuso prima ha dovuto vincere il derby, poi si è trovato davanti un ostacolo non facile da aggirare. Il successo ai rigori, dopo 120’ non esaltanti, ma equilibrati, ne è la prova.

Per la Juventus la finale di Coppa Italia, con annessa vittoria (Allegri ne ha vinte tre consecutive) è una piacevole abitudine. Dalle parti di Vinovo non si rinuncia a un obiettivo (ogni riferimento ad altri club è puramente voluto), ma si gioca sempre per vincere. La rosa ampia permette di variare la formazione, ma Allegri è sempre molto bravo a motivare i suoi. L’Atalanta ci ha provato in tutti i modi: ha aggredito la Juve, ci ha provato e ha colpito un palo (cosa che ha fatto pure Douglas Costa), ma alla fine ha dovuto arrendersi a una squadra più forte.

Lazio e Milan non hanno segnato né in 180’ né nei successivi 30’, anzi hanno pure faticato ai rigori, perché dei primi 5 ne sono stati parati 4. Ma Rino Gattuso ha compiuto l’ennesimo capolavoro, tattica e cuore. L’allenatore che ha sostituito Montella ha ribaltato la squadra, via la difesa a 3 e spazio alla linea a 4, ha scelto il 4-3-3 e fatto giocare tutti nel proprio ruolo. Quello di Gattuso non è un calcio complicato, ma il Milan ora è una squadra ordinata, che sa difendere, ripartire e impostare, la confusione della prima parte di stagione non c’è più. Il successo ai rigori è meritato.

E tanto per cambiare, un trofeo si assegna ancora con una finale tra Juventus e Milan.

Rino Gattuso (Foto: Italy Photo Press)

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Dopo la vittoria 2-0 sulla Roma è ufficiale: il Milan, da qui alla fine della stagione, sarà un pessimo cliente per tutti. Una squadra da affrontare con le dovute cautele: solida in difesa, pronta a fare male in attacco. E il merito è di una persona, Rino Gattuso. Allenatore, che fino a tre mesi fa non aveva fatto nulla di così eccezionale da meritarsi la panchina di una grande squadra. Ma ex calciatore di grande livello e uomo di grande intelligenza.

Gattuso, prima ancora di dare un gioco alla squadra, si è impossessato della testa dei giocatori. Li ha convinti che non era quella la posizione che avrebbero dovuto occupare in classifica, che nel Dna del Milan c’è la vittoria, non il vivacchiare. Gattuso, soprattutto, ha fatto intendere a tutti che senza fatica e orgoglio non si va da nessuno parte. Che in paradiso non ci vanno solo i belli, ma anche i brutti che si impegnano, che danno tutto. Che lottano. E che grazie a tutto questo vincono.

Gattuso, così pretende la legge dei diritti tv deve parlare due volte a settimana, prima e dopo le partite, regala conferenze stampa e interviste esilaranti, per praticità e semplicità. Rino, ne siamo convinti, di questa squadra non si sente solo l’allenatore, ma anche un giocatore che momentaneamente deve stare a guardare. E, vista la situazione, è costretto a incitare i suoi “compagni” a dare tutto in allenamento.

Eusebio Di Francesco, allenatore delle Roma (Foto: Italy Photo Press)

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Non per fare i catastrofisti. Ma ha perso anche la Roma. Le gare di andata del primo turno a eliminazione diretta ci ricordano che in Champions la Juventus ha pareggiato in casa e, ora, la Roma ha perso in Ucraina contro una buona squadra, che nulla a che vedere con quelle viste ieri sera. In Europa League, invece, il solo Milan ha alzato le braccia perché, seppur in modo diverso, Lazio e Atalanta sono uscite sconfitte da Bucarest e Dortmund, mentre il Napoli ha issato bandiera bianca contro il Lipsia.

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