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Se il sabato è stato di Zaniolo, Gervinho e del Sassuolo che ha messo alle strette l’Inter, la domenica è tutta di Duvan Zapata e Luis Muriel, il primo autore di quattro gol, il secondo capace di dipingere due capolavori. Ma non è possibile dimenticare Fabio Quagliarella, 14 gol in stagione, 141 in Serie A…

Poi arriva la sera e appare il Napoli: 2 gol, tre pali (un quarto in fuorigioco) e la Lazio ridotta a comparsa per buona parte della gara. Tre punti più che meritati, anche se il gol di Immobile ha regalato qualche palpitazione, più per le palle buttate in area che non per il gioco espresso dalla squadra di Inzaghi, che quando è opposta a chi lotta per scudetto o Champions non riesce a conquistare punti.

Ancelotti, dopo il brutto epilogo dell’avventura con il Bayern Monaco, ha fatto ricredere chi lo pensava sul viale del tramonto. Il Napoli gioca un ottimo calcio, sceglie di fare la partita e di non subirla, i cambi spesso sono improntati a dare un volto ancora più offensivo alla squadra, mai a imbottire la difesa per congelare il risultato. Anche i numeri sorridono: nelle 20 partite giocate le vittorie sono state 15, i pareggi 2. Numeri eccezionali, se non fosse per la Juventus, che sta disputando una stagione praticamente perfetta.

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L’ha decisa Cristiano Ronaldo, perché le finali, nelle migliori tradizioni, le decidono i campioni. Juventus-Milan non è stata una partita bellissima, non ha offerto uno spettacolo indimenticabile, ma è stata tirata e, i punti che separano le due squadre in campionato (22; 53 contro 31) non si sono visti. Le partite secche sono così, nessuno si espone a rischi inutili, le occasioni si contano sulle dita di una mano e, non sono necessariamente cinque.

Ancora una volta, la Juventus non ha rinnegato il suo credo: ritmo controllato, centrocampisti che non sprecano una palla e attaccanti pronti a colpire alla prima occasione. In difesa è stato concesso il minimo sindacale, anche se Cutrone l’unica palla a disposizione la stava capitalizzando (la traversa ha salvato Szczęsny).

I numeri della Juventus, contro le squadre italiane sono spaventosi: 21 partite giocate tra campionato e coppe, 19 successi, 2 pareggi, 41 gol segnati, 11 subiti, con una differenza reti che recita + 30.

Il Milan ne esce meglio come squadra che come società: il teatrino intorno a Higuain poteva essere risparmiato. Da domenica, quando i rossoneri sono giunti a Gedda, si è parlato più del trasferimento dell’argentino al Chelsea che della partita. Sinceramente non il massimo…

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Il tempo delle parole è finito. Finalmente, il campo torna protagonista. Nulla di assolutamente epocale, ma in tempi di carestia anche la Coppa Italia non è assolutamente da disprezzare. E, a rendere gli ottavi di finale della Coppa nazionale un po’ più appetibili del solito, ci ha pensato il sorteggio che obbligherà il Milan a giocare a Genova contro la Sampdoria, la Fiorentina in trasferta a Torino e l’Atalanta a Cagliari. Apparente routine per gli altri match.

Fino allo scorso anno, negli ottavi giocava in casa la squadra meglio piazzata nella stagione precedente, ora non è così e su qualche partita è stato spruzzato un po’ di sale. Ma attenzione, perché chi a lungo ha evocato il sorteggio o l’inversione dei campi ora non ha più la possibilità di nascondersi dietro a un dito: in campo devono andare le squadre migliori, quelle che verrebbero in campionato, dove i tre punti valgono ben più dell’ossigeno.

La Lega si è impegnata a dedicare un week-end alla Coppa Italia, la Rai ha speso soldi pubblici per trasmetterla. Ora la devono onorare società, allenatori e giocatori.

E’ giusto giocare una partita di calcio che assegna un trofeo in uno stato che applica norme di diritto così lontane da quelle del Mondo Occidentale? Probabilmente no. Ma è giusto farlo notare ora, a dieci giorni dalla gara e, soprattutto a qualche mese dalla stipula dell’accordo? No. No. No. Questa si chiama strumentalizzazione.

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Se entri in metropolitana, scendi alla fermata Lotto o San Siro, per andare a vedere la tua squadra del cuore, sei un tifoso.

Se parti da Varese e vai a “San Siro” a tifare per la tua squadra del cuore, sei un tifoso.

Se parti da Nizza, in Costa Azzurra, per andare a “San Siro” a vedere la tua squadra del cuore, sei un tifoso.

Se parti da Varese e Nizza, per andarti a unire ad altri che decidono di guerreggiare con chi segue la squadra avversaria, non sei un tifoso. Ma un delinquente che utilizza il calcio come pretesto per sfogare cattiveria, rabbia repressa e ignoranza.

Ed è il momento di chiamare ognuno con il proprio nome. È il momento di iniziare, una volta per tutte, a fare dei distinguo. C’è il tifoso. E c’è il delinquente.

Domanda. Se domattina mi svegliassi, mi infilassi, la maglia del Chievo, prendessi una pistola e andassi a rapinare una banca, come mi definireste?

Ricordo, quando nei primi Anni ’90 mi occupavo del Pavia Calcio, di aver attaccato duramente l’allenatore di allora per l’esclusione di un giocatore reduce da tre ottime partite. Un’esclusione immotivata, senza senso… Picchiai duro, forse esagerando un po’, lo feci perché quella panchina andava motivata, non a me. Ai tifosi. In settimana mi arrivò una telefonata: “Hai esagerato, non dovevi; il ragazzo ha fatto due volte le 4 del mattino…”. Ringraziai per la telefonata, ma in maniera ferma risposi: “Fate una conferenza stampa, non una telefonata… quello che si dice in privato non può essere reso pubblico…”

Cosa voglio dire? Che Gattuso, spiace scriverlo, escludendo Riccardo Montolivo dalla partita con la Fiorentina, ha commesso un errore gravissimo. E, visto che “la sfiga ci vede benissimo”, la sconfitta del Milan ha amplificato più del dovuto l’esclusione dell’ex capitano.

Se si vuole giocare 4-3-3 il regista titolare è Lucas Biglia, ma quando Biglia è infortunato il sostituto naturale è Riccardo Montolivo. Non Hakan Çalhanoğlu, come successo in passato. Non Josè Mauri, come si è visto a San Siro contro la Fiorentina. Se, invece l’allenatore opta per il 4-4-2 o per il 4-2-3-1, Bakayoko e Kessie sono scelte plausibili…

Tutto questo per dire che fino a quando qualcuno non fornirà una motivazione differente dalla “scelta tecnica”, l’allenatore è il primo responsabile. E, giustamente ne paga le conseguenze davanti ai tifosi e alla stampa. Per questo è bene che il Milan faccia presto chiarezza e risponda alla domanda: perché Montolivo non gioca?

C’è chi finge di sorridere, chi sorride e chi maledice l’urna. Spesso va così, perché sorteggi benevoli per cinque squadre non capitano mai, ma la Juventus, vincitrice del suo gruppo, non può essere entusiasta: l’Atletico Madrid, vincitore dell’ultima Europa League, allenato da Diego Pablo Simeone e con Antoine Griezmann, non è il meglio che possa capitare. Certo, c’è chi ironizza: prendiamo subito confidenza con il “Wanda Metropolitano”, lo stadio della finale. Ma da ridere non c’è moltissimo! L’Atletico, nella Liga, è secondo a -3 dal Barcellona e con due punti di vantaggio sul Real Madrid… Meglio è andata alla Roma, perché l’urna ha restituito la rivincita di tre anni fa contro il Porto. I portoghesi hanno vinto il gruppo meno interessante con Schalke 04, Galatasaray e Lokomotiv Mosca. Poteva andare peggio, perché PSG, Manchester City, Barcellona e Bayern, ad esempio, sembrano più attrezzate. La Roma, comunque, prima deve risolvere un po’ di problemi interni…

In Europa League, Inter e Napoli, avevano la quasi certezza di non pescare malissimo, così Icardi giocherà a Vienna all’Allianz Stadion contro il Rapid, mentre Ancelotti sarà ospite dello Zurigo nella gara di andata. Insomma, i problemi dovrebbero sorgere dagli ottavi di finale in poi… Chi, invece, ha il diritto di imprecare è la Lazio, che affronterà il Siviglia, secondo in Liga con l’Atletico Madrid.

Ora due mesi di letargo, dal 12 febbraio si riprende con l’eliminazione diretta. Insomma, un’altra Coppa.

Mauro Icardi (Foto: Italy Photo Press)

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Alla fine hanno vinto tutte. Ma che fatica! L’Inter trova i tre punti al Var; la Juventus li conquista per l’enorme stupidaggine commessa da Zaza; il Napoli segna al 90’. E per ultima la Roma, sufficientemente brutta e fortunata riesce a stendere il Genoa.

Ed è proprio della squadra di Di Francesco che voglio parlare. In fase di mercato, alla voce acquisti e cessioni, spesso gli allenatori non hanno molta voce in capitolo e, per come è stata congegnata la Roma è evidente che DiFra non abbia detto molto.

I 20 e più milioni spesi per Pastore e i 26 per Cristante sono lo specchio. Di Francesco gioca con il 4-3-3, quindi senza fantasista. E Pastore è un fantasista! Che l’allenatore ha provato, prima dell’infortunio, a schierare centrocampista con scarsi risultati. Tentativo effettuato per non buttare l’investimento, ma il fallimento è stato evidente.

Quindi si è passati al 4-2-3-1 e qui Cristante, che ha segnato anche contro il Genoa, non può giocare “secondo talento”, perché i due mediani non dovrebbero fare gli incursori (pena lo squilibrio tattico…). Quindi? Quindi, ne esce una prestazione senza capo né coda come quella contro il Genoa nella quale l’allenatore si è rifugiato nel 3-4-3.

Pallotta, il presidente, ai suoi diesse chiede di fare trading con i calciatori, ma non sempre le cose vanno per il verso giusto. Così, quest’anno Monchi ha toppato. Ora correrà ai ripari. Scialacquando quattrini, che in estate potevano essere spesi meglio. Nel frattempo la pazienza (malgrado il 3-2 al Genoa) dei tifosi è praticamente al caffè.

Il finale è stato degno della peggior partita al parco: i raccattapalle che buttavano palloni in campo per disturbare le azioni della disperazione sono una vergogna.

Ma il Milan non è uscito per gli ultimi 5’ nei quali l’Olympiakos, in vantaggio 3-1, si è comportato in un modo che dovrà essere punito dalla Uefa. Il Milan esce perché paga la serataccia con il Betis a San Siro, esce perché in casa ha subito due gol contro il Dudelange. E, ad Atene, nel momento di massimo bisogno, si è presentato con più cerotti che calciatori, non riuscendo a pareggiare o contenere la sconfitta.

Le recriminazioni del Milan passano anche dal rigore concesso all’Olympiakos a 10’ dalla fine per un contatto Abate-Torosidis per il quale non aveva protestato neppure l’ex difensore della Roma. Ma c’è da dire che sono state commesse una serie di ingenuità che alla fine hanno finito per pesare sulla qualificazione: la principale è Castillejo che parla con l’arbitro sul calcio d’angolo dell’1-0.

Il Milan, però, deve fare un profondo esame di coscienza per come ha affrontato la partita: i greci, che non sono uno squadrone, andavano attaccati, messi in difficoltà, perché hanno una difesa traballante. Invece, lasciando campo, in un ambiente caldo, si è finito per pagare non solo la brutta prestazione, ma anche il clima instaurato dai tifosi. E ora? Testa bassa, lavorare e puntare ai primi quattro posti in campionato. Ora bisogna centrare la qualificazione in Champions!

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Abbiamo accarezzato il sogno di portare quattro squadre agli ottavi di Champions, poi siamo caduti dal letto e ci siamo svegliati: avanti Juventus e Roma; Inter e Napoli rimandati in Europa League.

Il “super martedì” è finito nel modo peggiore, perché l’Inter ha regalato il gol del vantaggio al PSV, perché troppe volte ci è chiesti come si sarebbe comportato il Barcellona, senza pensare che prima era necessario guardare in casa propria (come ha dimostrato l’1-1 di San Siro). Il Napoli, invece, più del gol segnato da Salah, paga la rete del 3-1 subita dalla Stella Rossa, perché una sconfitta 1-0 a Liverpool ci può stare (anche se nella prima parte si poteva fare molto di più).

Spalletti privo di Vecino e Nainggolan (in panchina con pochissime possibilità di essere utilizzato) si è inventato la mossa Candreva sulla linea dei centrocampisti, ma ha pagato una prestazione opaca in fase di costruzione. L’Inter ha sbagliato troppo, soprattutto nel primo tempo, ma ha saputo comunque creare occasioni da gol. Bene Icardi, bene Politano, da rivedere la prestazione di Perisic che ancora una volta non ha inciso. Immenso Skriniar.

Il Napoli è stato subito messo in difficoltà dal Liverpool e si è svegliato solo dopo la beffa di Salah a Ospina (gol sul palo del portiere). Subito il gol dell’1-0, la squadra si è svegliata e la gara è diventata bella perché tutte e due le squadre hanno cercato il gol. Strepitoso Alisson su Milik in pieno recupero. E così, anche il Napoli è finito in Europa League.

Per concludere: leggendo accuratamente il “Regolamento del Giuoco del Calcio” non ho trovato traccia dell’obbligo di sostituire Politano. Ancora una volta si è trattato di un avvicendamento non facilmente comprensibile.

Gennaro Gattuso, allenatore del Milan (Foto: Italy Photo Press)

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La Juve è imprendibile. E questo è un dato di fatto. Il Napoli, a -8 dalla prima, ma con 6 punti di vantaggio sull’Inter terza, molto probabilmente finirà seconda. Un pronostico non lontano dalla realtà.

Poi ci sono le altre: Inter, Milan e Lazio, forse la Roma, magari Atalanta e Torino si giocano due posti in Champions. Per organico, l’Inter è avvantaggiata, ma nella giornata appena archiviata, la quattordicesima, in parecchi hanno buttato dei punti al vento. Punti, per rendere meno sicura la terza posizione dell’Inter.

Il Milan, che ha chiuso il turno, ha dimostrato ancora una volta di essere un'incompiuta: il 4-4-2 di Gattuso ha sofferto a lungo il gioco del Torino, che grazie alla superiorità numerica a centrocampo, ripartiva e affondava il colpo. Solo negli ultimi 25’ i rossoneri hanno accelerato andando vicino al gol del vantaggio. Poco. Troppo poco, perché c’era l’opportunità di recuperare tre, non un punto, all’Inter, sconfitto 1-0 dalla Juventus.

La Lazio, sabato sera, era convinta di aver vinto: niente di tutto questo. Il 2-2 finale con la Sampdoria, dimostra come neanche un gol segnato al 96’ può dare la certezza della vittoria. Il pareggio di Saponara al 99’ ne è la conferma. La squadra di Inzaghi è afflitta da una strana sindrome: non sempre parte benissimo, poi confeziona parecchie palle-gol che cestina quasi con il sorriso sulle labbra. Da non credere, perché a fine partita da ridere c’è proprio poco.

La Roma, invece, a Cagliari ha giocato una partita masochistica: in vantaggio 2-0 a 10’ dalla fine si è fatta raggiungere da una squadra in 9, per via di due espulsioni. Ma il peggio, se possibile, si è visto dopo il 90’, quando Di Francesco negli spogliatoi ha affermato: “Cambi? Ma avete visto chi avevo in panchina” e da Boston, James Pallotta ha minacciato provvedimenti. Solo rimandati?

Mario Mandzukic (Foto: Italy Photo Press)

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Alla fine ha segnato Marione! L’ha decisa Mandzukic, l’uomo al quale Allegri non vorrebbe mai rinunciare. Juventus-Inter, terminata 1-0, è stata una bella partita, perché per un tempo c’è stato equilibrio o, forse, la squadra di Spalletti ha giocato meglio, creando un paio di occasioni di quelle che anderebbero concretizzate.

La Juve per un po’ ha sofferto perché Cancelo a destra andava a sbattere contro Perisic e non poteva garantire la spinta di sempre. Così Allegri ha spostato il portoghese a sinistra, dove difronte aveva Politano che non avendo le doti atletiche del croato non ha potuto arginare il portoghese. Nella ripresa la Juventus è piaciuta di più (ha pressato più alto rendendo difficile l’avvio della manovra avversaria) e ha segnato su una punizione battuta celermente con l’Inter che si era assopita lasciando libera la fascia sinistra.

Vincere 14 partite e pareggiarne su 15 è un record clamoroso, difficilmente battibile, ma per descrivere la Juve sono già stati spesi tutti gli aggettivi possibili e immaginabili. Allora proviamo a guardare il bicchiere mezzo pieno di chi è uscito dall’“Allianz Stadium” sconfitto, ma non battuto.

L’Inter per più di 45’ ha messo in difficoltà la Juventus, cosa che era riuscita solo al Napoli. E questo, nel lavoro di Spalletti, è importante, perché è la dimostrazione che la squadra c’è, necessita solo di qualche aggiustamento, che in estate sarà effettuato.

La Juventus, invece, si scopre ogni giorno più forte: Mandzukic è fondamentale quanto Cristiano Ronaldo. Il croato, che in passato si era sacrificato anche in fase di copertura, è tornato a essere un attaccante che in area di rigore fa sentire tutto il suo peso e la sua cattiveria agonistica. Latita invece Dybala, che sembra soffrire la presenza di Cristiano Ronaldo.

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No, Juventus-Inter non sarà mai solo una partita. Juve-Inter è la partita. La partita che ogni juventino vorrebbe vincere, possibilmente 4-0. E’ la partita nella quale ogni interista vorrebbe trionfare. Ovviamente, la rivalità deve solo essere sportiva, non deve sfociare in cori beceri che nulla hanno a che fare con quanto avviene sul campo.

La vigilia, come sempre, è carica di attese: la Juventus vuole proseguire nella sua marcia sensazionale, fatta di sole vittorie e un inspiegabile pareggio, mentre l’Inter ha un’andatura che ancora non permette la definitiva consacrazione. Chiedersi se il gap tra le due squadre è cresciuto o diminuito rispetto alla scorsa stagione è domanda non propriamente esatta. La Juve è più forte. E l’Inter pure. Di certo, la Juve è partita da un livello altissimo ed è planata sulla casella “straordinario”: ormai non bastano più scudetto e Coppa Italia, l’obiettivo è quello grosso, la Champions. Per la quale è favorita, più di Barcellona e City.

L’Inter è in crescita, in estate ha aggiunto pedine importanti, ma il terreno da recuperare è parecchio, perché quasi in ogni ruolo la Juve è superiore, senza contare la panchina sulla quale, a Torino, siedono praticamente dei titolari. Quali saranno le scelte di Allegri e Spalletti non è facile da anticipare, soprattutto perché l’allenatore della Juventus ha un tale ventaglio di scelta che può utilizzare qualsiasi sistema di gioco. L’Inter, invece, spera nel recupero dell’ultimo momento: Nainggolan, però, se dovesse giocare non può fornire una prestazione gemella a quella vista a Londra contro il Tottenham. E neppure la squadra può scendere in campo impaurita.

Palla al centro con due certezze: i punti per la classifica sono tre, ma per i tifosi valgano dieci volte tanto!

La rubrica E' TEMPO DI... di Cesare Barbieri >> 

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Da sempre, almeno fino alle semifinali, la Coppa Italia, non è il trofeo più sentito, ma perdere dovrebbe infastidire tutti. Così, il quarto turno che inizia oggi, nel quale è probabile vengano schierati giocatori che in campionato sono meno utilizzati, non è banale.

Proprio così, perché giocare vuol dire potersi mettere in mostra, insinuare un tarlo nella testa dell’allenatore, soprattutto se la propria squadra in campionato non ha un rendimento straordinario. Quindi, vorremmo vedere otto belle partite, nelle quali si pensi più a fare gol che a non prenderlo, magari che si giochi a buona intensità e che non si attenda il 60’ per fare la partita.

Leggendo gli accoppiamenti, poi c’è chi non può perdere (il Toro contro il Sud Titol e il Sassuolo con il Catania) perché un risultato negativo con una squadra di C innescherebbe polemiche che andrebbero a riflettersi sul successivo turno di campionato, ma anche il Bologna tremolante di inizio stagione non può certamente permettersi una figuraccia contro il Crotone, vera delusione della B. Ma anche Juric, a rischio esonero, non può permettersi una figuraccia in un derby ligure nel quale la quasi totalità dei tifosi dell’Entella non saprà da che parte stare.

E ancora: Benevento e Cittadella si giocano la possibilità di andare a “San Siro” perché diciamo la verità, una partita in quello stadio è il sogno di ogni ragazzino, non importa se l’avversario si chiami Inter (come sarà) oppure sia il Milan. Una tra Novara e Pisa, invece, sarà all’Olimpico, che per via della pista ha meno fascino dello stadio di Milano, ma è sempre un tempio del calcio.

Tre giorni, otto partite. Verrebbe da dire, attenti alle figuracce che in Coppa Italia sono sempre in agguato.

Il go di testa di Mauro Icardi (Foto: Italy Photo Press)

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E pazienza se ai puristi la partita non è piaciuta. Roma-Inter è stata una partita bellissima, di quelle che infiammano il pubblico e fanno rabbrividire gli allenatori, perché la voglia di vincere spinge chi è in campo a commettere una quantità infinita di errori tattici.

Il calcio, però, diverte quando si gioca per vincere, quando la qualità è al servizio delle emozioni e mai come all’Olimpico i calciatori hanno cercato la vittoria, i tre punti, perché il pareggio, il 2-2 finale, aggiunge poco alla classifica dominata dalla Juventus che sta cannibalizzando la Serie A.

Roma-Inter ci dice che malgrado le sconfitte in Champions, le due squadre sono in salute e non mancano di coraggio. Non tutti gli uomini sono al massimo della forma, questo è evidente, ma anziché puntare il dito su chi arranca, scegliamo di parlare di chi ci è piaciuto. Nicolò Zaniolo, sacrificato dall’Inter per arrivare a Radja Nainggolan.

Certo, il “Ninja” è il “Ninja”, è pronto subito e questo serviva a chi ha una voglia matta di centrare costantemente l’accesso alla Champions. Ma Monchi, che in questo periodo ha subito parecchie critiche un merito lo ha: l’aver compreso più di tutti che il ragazzo cresciuto nella Fiorentina, passato all’Entella e acquistato dall’Inter fosse un gran giocatore!

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