Sin da piccolissimi. Perché è lì che si incomincia ad amare veramente il calcio. E il ruolo dell’allenatore è fondamentale.
As American as apple pie (“Qualcosa di intrinsecamente americano”, la libera traduzione). E ora scopriremo subito il perché di questo incipit che ci porta dritti negli USA. Può un uomo essere alto un metro e sessanta fuori e due metri dentro? Tutti avrebbero risposto di no se un giorno in Italia non fosse apparso Dan Peterson, uno dei più celebri allenatori di pallacanestro esistenti, l’uomo che ha portato nelle nostre case l’America, il wrestling e il tè freddo, è diventato con il tempo una vera e propria leggenda vivente. Il segreto della sua statura interiore era solo uno: era capace di incendiare l’animo con le sole parole. Un giorno un suo giocatore disse: “Quando parlava indicando la via del successo, diventava alto più di due metri”.
Nato in Illinois, sobborgo di Chicago, Peterson è il coach per eccellenza, appartenente alla classe del 1936 come Burt Reynolds, Robert Redford, Ursula Andress e Don DeLillo, non aveva perso tempo ad aspettare che la grande torta si raffreddasse sul davanzale per prendersene una fetta. Il coach di basket del liceo, Jack Burmester, lo indirizzò fin da subito ad allenare, così dopo la laurea si fece immediatamente le ossa nel sistema universitario americano lavorando tra Michigan State, che parecchi anni dopo sarà nota a tutti grazie a un certo Magic Johnson, USNA e Delaware, il resto poi divenne storia.
Una storia che non ha intrecciato solo le trame dei campioni e dei titoli vinti nelle massime leghe, anzi, si è spinta fino ai margini, dove tutto inizia e nasce. Infatti, quella fetta di torta che coach Peterson si prese, è l’emblema di una formazione (cultura dell’insegnamento) messa ininterrottamente a disposizione dei giovanissimi atleti che sono cresciuti sotto la sua ala.
Foto: Imago.
Il Nuovo Calcio, gennaio 2025, numero 394.


