Il gioco è il miglior maestro

Il gioco è il miglior maestro

Perché insegnare i princìpi di gioco in luogo di schemi ripetitivi coi giovani. L’importanza di saper scegliere.

Mi è capitato recentemente di ascoltare un noto allenatore affermare che i ragazzi fino a 16 anni non devono fare tattica, ma soltanto tecnica; un altro sosteneva che alcuni mister di settore giovanile dovrebbero essere allontanati dal campo perché propongono esercizi tattici a bambini di 10-11 anni. Probabilmente questi tecnici di alto livello per tattica intendevano, per capirci, le proposte per una diagonale difensiva oppure la ripetizione di schemi preconfezionati.

Infatti, la tattica è l’arte del saper scegliere una soluzione in base all’obiettivo che si vuole raggiungere; la tecnica al contrario è l’abilità di saper fare, cioè mettere in pratica con appropriate gestualità ciò che il pensiero ha deciso. Ogni azione, ogni gesto è sempre preceduto quindi da un pensiero tattico più o meno consapevole o intuitivo: per tale motivo, tattica e tecnica non possono essere separate e il loro apprendimento va perseguito simultaneamente fin dal primo momento in cui il bambino inizia a giocare.
Molte difficoltà nella formazione di un calciatore derivano proprio dall’agire a compartimenti stagni, dividendo i vari apprendimenti senza considerare che in ogni azione messa in atto vengono espresse contemporaneamente qualità tattiche, tecniche, fisico-motorie e psicologiche.

La complessità del gioco

Un altro errore di metodo frequente è quello di programmare (quando lo si fa) proposte pratiche senza focalizzarsi sull’apprendimento della complessità del gioco. Per fare capire l’importanza di elaborare un pensiero tattico e come procedere per indirizzare un’esercitazione all’apprendimento del gioco, vi consiglio di sperimentare un semplice 3>1 in uno spazio sufficientemente ampio e a tocco libero (figura 1) e analizzare quanto accade.

Inizialmente, se osservate i ragazzi svolgere l’esercitazione, noterete giocate frenetiche, errori frequenti e un numero limitato di passaggi riusciti. Le cause di tutto ciò non sono tanto da attribuire alle carenze tecniche (si tratta in fin dei conti di eseguire passaggi a breve distanza, quasi sempre di interno piede), ma alle scarse conoscenze dei princìpi di gioco, a un insufficiente dominio dello spazio e del tempo, all’incapacità di lettura delle situazioni e al focus sull’obiettivo.

Il fine dell’esercitazione in questione, infatti, è quello di mantenere il possesso in una chiara situazione di superiorità numerica, creando difficoltà al difensore fino a farlo desistere dal cercare di impossessarsi della sfera. Per riuscirci, i due elementi compagni del possessore devono fungere da appoggi, offrendo due linee di passaggio a chi ha la sfera, il quale deve effettuare il passaggio un attimo prima che l’oppositore entri nel suo raggio d’azione, qualche volta ritardando il gesto, altre anticipandolo. Ciò dipende sempre dal comportamento dell’avversario e dei propri compagni. Il possessore deve utilizzare passaggi forti sulla figura, all’occorrenza delle finte e muoversi sempre dopo ogni esecuzione per garantire ulteriori soluzioni all’elemento che riceverà.

Guidare, durante questa esercitazione, all’apprendimento di determinati princìpi di gioco, alla valutazione costante degli spazi e dei tempi, alla lettura delle situazioni e alla loro risoluzione consapevole, significa dare al giocare quelle competenze indispensabili per imparare a giocare. Proporre la stessa esercitazione senza focalizzarsi su questi obiettivi, magari in spazi ridotti e a tocchi limitati perché lo si è visto fare da squadre evolute, può portare all’automatismo di giocate irrazionali e frenetiche, ben lontane dalla formazione di un giocatore intelligente e pensante, cioè capace di riconoscere e di risolvere velocemente i vari problemi che il calcio ripetutamente propone. Per imparare a far questo, il giocatore deve rivivere numerose volte esperienze simili, per cui sarà indispensabile utilizzare un metodo situazionale che abbia l’apprendimento del gioco sempre come finalità principale.

La pratica

Il gioco deve, per quanto appena detto, essere il punto di partenza e l’obiettivo finale (figura 2) e andrà alternato a esercizi e a esercitazioni scomposte utili a facilitare e a rinforzare l’apprendimento. Per capire di cosa si tratta, immaginiamo di voler portare una squadra di Esordienti a costruire gioco. Partiamo dall’esercitazione globale che vediamo in figura 3.

La squadra in possesso può usufruire della collaborazione dei 4 jolly A, B, C e D che agiscono fuori dal campo di gioco. Il punto viene assegnato quando un jolly, ad esempio A, serve un compagno interno e la palla, senza che venga toccata dagli avversari, arriva al jolly opposto (D). La sfera non può essere trasmessa direttamente da jolly a jolly. Questi, però, se nel momento della ricezione hanno spazio, possono entrare in campo in conduzione cercando così di creare una superiorità numerica. Una volta trasmesso il pallone il jolly deve ritornare nella propria posizione.

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