Filippo Fusco. Il coraggio del direttore sportivo

Filippo Fusco. Il coraggio del direttore sportivo

Luca Bignami

Dopo l’intervista sullo scorso numero a un ex CT della nostra Nazionale, Cesare Prandelli, che ha proposto una disamina sullo stato attuale del calcio, giovanile e non, ci siamo rivolti a un conosciuto direttore sportivo, Filippo Fusco, per approfondire ancora il tema e per capire il valore e le attenzioni che deve avere questa importantissima figura. 

Filippo Fusco è un nome molto noto nel calcio italiano (e non solo, ci sentiamo di specificare). Un direttore sportivo con diverse esperienze alle spalle, una formazione in giurisprudenza (1992) e i primi passi mossi al Napoli, da giovanissimo dirigente, eravamo a metà degli anni Novanta, una sorta di team manager ante litteram. Un ruolo che – come ci ha confessato – è servito tantissimo per vivere lo spogliatoio («Dall’interno, molti calciatori erano miei coetanei, parlavo spagnolo, portoghese, inglese, mi confrontavo con gli stranieri di allora, c’era Cruz, Ayala, insomma imparavo…»), capire cosa avviene dentro quelle quattro magiche e inviolabili mura, e apprendere certe finezze che gli sarebbero servite parecchio nel corso della sua carriera.

Tra le varie squadre seguite, oltre al Napoli, citiamo il Bologna, il Verona, la Juventus Next Gen agli albori (un lavoro fatto allora che sta dando i suoi frutti adesso), la SPAL. Con lui parliamo del ruolo di “direttore”, delle attenzioni da avere, e della situazione del nostro movimento calcistico.

Ha detto che vivere quello spogliatoio, quello del Napoli di metà anni Novanta, è stato fondamentale: perché? Cosa le è tornato utile?
«Ho imparato giorno dopo giorno il linguaggio dello spogliatoio, ho capito che il primo compito di chi lavora a stretto contatto coi giocatori è guardare, osservare, capire. Oltre ad ascoltare. Boskov e Simoni, due allenatori di allora, sono stati determinanti per me, mi hanno fatto intuire l’importanza di quelle piccole sfaccettature che bisogna saper leggere dentro i giocatori. Con Gigi Simoni – e poi con Ottavio Bianchi – ho affinato anche l’arte dello scout, sono stato con loro in Sudamerica, ho cercato di “rubare” quelle loro finezze, quella sensibilità che alla lunga fa la differenza. Adesso ci sono i video, fondamentali ti direi, ma andare sul posto e “ascoltare” il campo è una cosa diversa.»«E poi, la parola scout è francese, vuol dire proprio “ascolto”, fonte Tex Willer, dice sorridendo.»

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Foto: Imago.
Il Nuovo Calcio, gennaio 2025, numero 383.