Filipe Luis, la speranza brasiliana

Filipe Luis, la speranza brasiliana

Carlo Pizzigoni

In occasione della conquista della Copa Libertadores del Flamengo guidato da Filipe Luis vi ripoponiamo l’articolo scritto da Carlo Pizzigoni, sul numero di aprile de Il Nuovo Calcio (386).

Ha appena cominciato ad allenare ma Filipe Luis. ex terzino dell’Atletico Madrid, ora tecnico del Flamengo, si parla già come un predestinato. Merito di maestri importanti ma soprattutto di idee chiare che hanno subito impressionato tifosi e addetti ai lavori.

Juca Kfouri, uno dei più importanti giornalisti brasiliani, poche settimane fa ha evidenziato come lo sport del suo Paese stava vedendo nascere due nuove stelle: João Fonseca e Filipe Luis. Il primo è un giovanissimo tennista che gli esperti italiani della racchetta, cresciuti sideralmente negli ultimi anni, già hanno iniziato ad apprezzare e sanno che presto sfiderà il nostro Jannik Sinner; l’altro è l’ex terzino sinistro che qualcuno ricorda in maglia Atletico Madrid e Chelsea, oltre che con l’amarelinha, la divisa della nazionale brasiliana, indossata in più di quaranta occasioni. Filipe Luis, classe 1985, ha chiuso la carriera di calciatore nel dicembre del 2023, dopo aver disputato 176 partite col Flamengo. Gli ultimi anni di carriera gli hanno fatto crescere la voglia di diventare tecnico tanto che circa un anno prima della sua ultima gara aveva già frequentato i corsi per diventare allenatore.

E proprio in questo ruolo oggi gli si riconosce un futuro radioso tanto che Kfouri ne parla come abbiamo detto sopra e un grande ex campione, Tostão, uno dei cinque numeri 10 della Seleçao del 1970, oggi editorialista della Folha di San Paolo, il giornale più autorevole del Paese, lo propone come possibile nuovo CT della Nazionale, sempre in cerca di un nome forte per proseguire la caccia alla sesta stella nel prossimo Mondiale 2026. Cosa dunque ha rapito l’attenzione di un Paese per intravedere in Filipe Luis quel tecnico così impattante nonostante abbia iniziato da poco il mestiere?

Il percorso

A Filipe Luis viene subito offerta la guida dell’U17 del Flamengo. E scopre che quel lavoro poteva essere davvero il suo futuro: «È stato fondamentale il passaggio nel settore giovanile del Flamengo – ha raccontato recentemente. Sono sicuro che quell’esperienza con la squadra U17 sia stata molto preziosa: è lì che ho imparato a organizzare gli allenamenti, a creare uno staff, a riconoscere di cosa avevo bisogno al mio fianco, ed è lì che sono riuscito a mettere in pratica le mie idee e ho visto la squadra che giocava come volevo, che rispondeva alle mie sollecitazioni. Così mi sono detto che era possibile, che ero in grado di farlo, e sono diventato sempre più sicuro di me stesso e i risultati hanno iniziato ad arrivare». Per una circostanza favorevole (l’allenatore Mário Jorge viene chiamato alla guida dell’U17 dell’Arabia Saudita), arriva subito una nuova proposta: «Ho all’improvviso ricevuto l’offerta di lavorare con l’Under 20 e ho accettato. È stata una nuova sfida, prendere in mano la squadra a metà stagione era una esperienza diversa, a suo modo complicata ed è proprio lì che mi sono convinto definitivamente che questo mestiere lo posso fare. Una cosa è vedersi come allenatore, ma vivere come allenatore ti dà la consapevolezza che puoi starci, in panchina, ed è davvero la mia passione, è quello che amo fare e sono felice di essere di nuovo qui». Questa dichiarazione di Filipe Luis arriva al termine di una conferenza stampa in cui veniva presentato come tecnico della prima squadra: la vittoria della Coppa Intercontinentale U20 contro l’Olympiacos, vissuta nello straordinario palcoscenico del Maracanã, gli regala una grande visibilità. Quando Tite, alla guida della prima squadra del Flamengo, inizia a non trovare risultati, il club ha le idee chiare su chi debba essere il sostituto. Il tutto avviene in un momento in cui una delle più conosciute e importanti squadre del Sudamerica comincia una ricostruzione col nuovo presidente Luiz Eduardo Baptista (noto come Bap), mettendo sotto contratto José Boto, ex direttore sportivo dello Shakhtar e responsabile dell’area scouting del Benfica. L’ennesimo portoghese nel mondo brasiliano ma che regala a tutti una sua frase manifesto: «Voglio essere il direttore portoghese che metterà fine all’egemonia degli allenatori portoghesi in Brasile. Questo avverrà grazie al lavoro di Filipe!».

“La pressione mi piace”

Il Brasile è un posto complicato per ogni allenatore. Il vorticoso e continuo cambio di panchine non aiuta lo svolgimento di un progetto tecnico e a questa situazione si aggiunge anche la superlativa frequenza di partite, tra campionati statali, quello nazionale, la Coppa del Brasile e le competizioni sudamericane. La necessità di un allenatore è quindi quasi di sopravvivere su una panchina: due-tre partite sbagliate possono portare già all’esonero. Difficile quindi lavorare così. Filipe Luis ha però iniziato bene, eliminando in semifinale il Corinthians e poi battendo l’Atlético Mineiro nella finale della Coppa nazionale, alzando così il suo primo trofeo. L’approccio soprattutto nella prima gara, con una pressione alta o medio-alta ha colpito molto gli appassionati brasiliani e soprattutto i tifosi del Flamengo. Che cercavano una svolta netta e una proposta più coinvolgente. Dopo la prima serie di risultati Filipe Luis era stato chiaro: «Mi piace molto attaccare. A volte eccedo, proprio perché non ho timore. Questa è la mia idea, inoltre, la squadra è già stata ben allenata, ha già convinzioni radicate a livello difensivo e quindi trovo più naturale aggiungere qualcosa davanti. Cercherò di mettere in pratica la mia idea di gioco, che è diversa da quella precedente, in modo da vedere la squadra attaccare alla mia maniera, e spero di vedere tanti gol e tante occasioni. La storia del Flamengo parla chiaro, la torcida vuole questo tipo di calcio».

La squadra del Flamengo.

Una dichiarazione che è apparsa potente, soprattutto per chi conosceva il tecnico prima del suo arrivo sulla panchina principale del Mengão. In una bella intervista di circa un anno e mezzo prima, quando solo aveva il desiderio di allenare e non aveva ancora iniziato il suo percorso nelle giovanili, aveva mostrato la sua idea di calcio. Che proveniva dalla sua storia di calciatore. 

«Quando si inizia a giocare, c’è molta pressione. Le critiche quando si gioca male sono difficili. Ma all’età di 28, 29 anni ho capito che amo questa vita. Più la situazione era delicata, più mi sentivo vivo. Poi, a 31 o 32 anni, ho avuto un infortunio muscolare. Ero triste e sentivo già il desiderio di fare l’allenatore. Analizzavo le partite col mio compagno Tiago, all’Atlético Madrid. Pensavamo a cosa avremmo fatto se fossimo stati allenatori in una determinata partita. Quando ho ricominciato a giocare, abbiamo perso una gara per 1-0. Ero sotto la doccia, triste. Ma poi ho pensato: sono vivo, è la cosa migliore del mondo, sono dove voglio essere. E c’è un’altra cosa: quando l’allenatore fa un discorso pre-partita, ci dice come dobbiamo pressare, ci mette in campo, leggo in anticipo certe situazioni. E di solito ci azzecco. Perché non continuare, mi sono detto.» 

La torcida del Flamengo.

I maestri

Un incontro importante è stato quello con suo attuale vice, lo spagnolo Ivan Palanco, un tipo che ha lavorato in giro per il mondo partendo, dopo un passaggio a La Masia, da direttore della scuola calcio del Barcellona in Giappone per poi diventare assistente dell’esperto tecnico iberico Miguel Ángel Lotina che allenava appunto nel Paese del Sol Levante. Lotina era stato tecnico di Filipe Luis al Deportivo La Coruña, il suo primo vero club dato che all’Ajax, che lo aveva preso dal Figueirense di Florianopolis già giovanissimo, aveva solo frequentato la prima squadra senza troppe soddisfazioni. «Lotina mi ha insegnato a difendere» e poi, anni dopo, gli ha consigliato Iván Palanco. È solo l’inizio. L’incrocio con allenatori di livello ha completato la sua idea di gioco, perché Filipe Luis mantiene una idea forte ma ha l’intelligenza di farsi permeare da altre visioni e sembra che abbia lavorato fino ad oggi solo per diventare allenatore. 

Gli incroci, dicevamo. Per esempio con Jorge Jesus, tecnico portoghese con cui vinse, da titolare, la Copa Libertadores del 2019, in finale contro i favoriti del River Plate. «Jorge Jesus prendeva decisioni tattiche che non condividevo. Ma non è che lui avesse ragione e io torto: nel calcio non esiste una cosa del genere. Esiste ciò che funziona. Ma il mio compito come giocatore era quello di fare quello che mi chiedeva. Quando la partita era finita, e di solito funzionava, andavo a parlare con gli analisti e chiedevo perché era stato fatto così, se non era meglio farlo nel modo che avevo immaginato io. Mi confrontavo continuamente. Ricordo una partita chiave contro il Santos di Sampaoli. Hanno avuto sempre la palla, hanno dominato, ma noi abbiamo vinto per 1-0. Non ero d’accordo, perché nella preparazione lui (Jesus) ci ha detto: “Oggi giocheremo solo diretto per il nove, Bruno Henrique, e andremo sulle seconde palle”. Stavamo volando, perché non fidarsi di noi, perché cambiare così lo stile che avevamo? Ma abbiamo fatto tutto quello che ci ha chiesto. Un gioco più diretto e verticale. Sono andato a parlare con gli analisti, per chiedere se non avremmo potuto vincere più facilmente, e mi hanno detto che il Santos era la squadra che aveva segnato più gol rubando la palla nell’ultimo terzo di campo. Ho compreso che c’erano ancora molte cose che non capivo…» Jorge Jesus ma non solo: «Ho avuto Simeone all’Atlético, ti entra dentro, ti trasforma e ti migliora. Era solito dire che il modo migliore per rispettare tutti era assicurarsi che fossero pronti quando ne aveva bisogno. Simeone è stato il grande punto di svolta della mia carriera. È stato il punto in cui sono scattato e sono diventato un vincente nella testa, un vero campione. È stato tutto merito suo, gliel’ho già detto. È stato il più grande privilegio che abbia mai avuto. Gli sono molto grato. Era molto bravo a trattare con le persone? No, ma era in grado di sopprimere il suo orgoglio. Con alcuni aveva un buon feeling, con altri è più professionale. Si comporta bene con i giocatori? Sì, ma non è uno dei migliori con cui ho lavorato. Tite invece era un fuoriclasse da questo punto di vista. Fa sentire tutti super-importanti, la sua oratoria è straordinaria. E riesce a convincere i giocatori a partecipare, ad andare nella stessa direzione. In questo senso, è forse il migliore che abbia mai avuto. Anche sul campo erano diversi: per me è stato facile giocare con Tite, perché sapevo dove ci sarebbe stata una linea di passaggio, dove erano i miei compagni di squadra. Quando un centrale sale, l’altro si chiude, gli piace che il terzino vada dentro. Mi ha tolto ogni dubbio. Non si preoccupava dell’avversario al contrario di Simeone».

Nella testa dei giocatori

La tattica, la strategia ma anche la gestione. Filipe Luis sa che sono molto importanti: «Ho letto molti libri al riguardo. L’esperienza che abbiamo avuto come giocatori è fondamentale, ma ci sono persone che hanno un dono. Bisogna conoscere i propri limiti e rendersi conto che in una squadra tutti non saranno mai felici. Per me Gerson è il miglior centrocampista del Brasile di oggi. Se gli fai credere di essere il migliore, ma allo stesso tempo gli fai capire che se non gioca bene verrà messo in panchina, sei sulla strada giusta. Se arriva sapendo che non verrà mai messo in panchina, allora c’è un problema. Il giocatore deve dare al calcio, perché il calcio darà a lui. L’aspetto tecnico-tattico era ancora in formazione in quel momento, ma l’aspetto più complicato è quello del dialogo diretto col giocatore». 

Filipe Luis e Bruno Henrique.

«Non si tratta di parlare, ma di convincere. Prendo mio figlio, lo faccio sedere sul letto e gli dico: “Non correre di lato, corri di profilo, con il collo che guarda di lato”. Poi guardo il campo e lui corre di lato, come un giocatore di tennis. Allora penso: “So come convincere?”. Quando vedo una squadra che fa quello che voglio e che ha successo, capisco che ho questo potere. Devo definire cosa mostrare ai giocatori, quando mostrare i video, dove entrano in gioco la parte fisica e la tattica. Ma voglio capire.» Ha imparato in fretta, e ora la sua squadra ha una proposta convincente ed efficace, muta sistemi di gioco, riconosce i momenti della gara e interviene con prontezza, adattandosi: ha trovato una formula che funziona ed è al comando di una squadra vincente e con un intero Paese che crede di avere davanti un tecnico davvero differente. 

C’è un aspetto ulteriore da tenere in considerazione. L’impatto che tale approccio avvenga in una squadra molto importante come il Flamengo. Nella squadra, peraltro, dove nacque e si consolidò negli anni Trenta la cosiddetta “Diagonal”, il sistema inventato dall’allenatore Flavio Costa, e che metterà le basi per la difesa a 4 poi per il 4-2-4 successivo e celeberrimo. Un modello poi per tutto il calcio brasiliano negli anni. 

A Filipe Luis auguriamo lo stesso percorso. La sua mescolanza di stili, dal punto di vista tecnico e gestionale, funziona, così come funziona la sua comunicazione coi media, molto apprezzata per proprietà di linguaggio ed equilibrio nell’elaborazione del concetto. Sentiamo ancora il giornalista Kfouri: «È attento, educato, ammette gli errori quando deve, interviene coi suoi giocatori quando vanno sopra le righe, insomma è un allenatore molto diverso da quello che siamo abituati a vedere in giro per il Paese.»
Ci crede, e in Brasile sono molti a farlo.

Foto: Imago.