Cesc Fàbregas. Carisma e idee chiare

Cesc Fàbregas. Carisma e idee chiare

Luca Bignami

L’intervista a Cesc Fàbregas, l’allenatore del Como, squadra che si sta distinguendo per un calcio d’attacco e propositivo, in entrambe le fasi, mettendo in luce giovani talenti. Il suo percorso formativo, il gioco che ama e l’importanza dello spogliatoio.

Il suo palmarès da giocatore parla da solo, è sufficiente citare un Mondiale e due Europei conquistati con la Spagna (anche se c’è tanto tanto altro) per far capire lo spessore del calciatore. Ma il mestiere di allenatore è un’altra cosa, ce lo dirà lui stesso nel corso di una lunga intervista svoltasi al centro sportivo del Como. “Lui” è Francesc Fàbregas Soler, detto Cesc. Personalità da vendere allora quando guidava i centrocampi di Arsenal, Barcellona, Chelsea e Monaco. Ma anche adesso, che ha intrapreso una nuova strada, quella che dal calcio giocato lo ha condotto su una panchina particolare.

La panchina dello stadio più bello del mondo secondo Gianni Brera (“Perché collocato nel posto più bello del mondo”), il Giuseppe Sinigaglia di Como. Cesc ha iniziato prima con la Primavera, quindi è volato in prima squadra. Con un duplice obiettivo: non solo la salvezza in questa stagione, ma anche un lavoro di prospettiva per dare una struttura sempre più d’élite al club dei fratelli Hartono. 

Basta preamboli, incominciamo immediatamente a riportarvi tutto ciò che ci ha detto, in esclusiva, nella settimana in cui preparava l’incontro con l’Udinese (poi vinto 4-1). C’è un aspetto però che non è semplice far arrivare sulla “carta”: la sua carica emotiva, la forza della sua voce, i gesti che spiegano e trasmettono tutta la passione e l’amore che ha Fàbregas per il calcio. Per il Gioco che è stato con lui e dentro di lui fin da piccolo.

Quando hai capito di dover cambiare strada, di lasciare il calcio giocato e diventare allenatore? C’è stato un momento particolare?
«Sì, ero a Monaco, quando è scoppiata la pandemia da COVID-19. La Ligue 1 ha chiuso subito, quattro mesi a casa. Lì ho pensato veramente che, forse, era arrivato il tempo di fare qualcosa di diverso. Ho iniziato a confrontarmi con allenatori, preparatori, analisti, ho frequentato corsi online, ho parlato di tecnica e tattica con tante persone, tra l’altro ho conosciuto in questo modo anche il mio secondo. Ho visto il calcio con occhi diversi. Sai, prima era tutto sabato-mercoledì-sabato, giocare giocare giocare, mai avuto tempo per pensare ad altro. E poi sei giovane, ti senti immortale, credi di poter scendere in campo per tutta la vita. Che non possa finire mai, in fine dei conti hai fatto questo quasi da quando sei nato…»

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Foto: Imago.
Il Nuovo Calcio, febbraio 2025, numero 384.