Il pensiero dell’allenatore del Padova: l’approccio al lavoro, le considerazioni sui giocatori e il percorso fatto.
Obiettivi chiari, metodo strutturato, attenzione ai dettagli e strategia in ogni fase del lavoro: questi sono i pilastri del modo di allenare di Matteo Andreoletti, allenatore del Padova, il più giovane tra i professionisti.
Ogni esercitazione ha uno scopo preciso, ogni scelta è inserita in un percorso che parte dalla costruzione delle conoscenze e si adatta alle caratteristiche della squadra. Nulla è lasciato al caso, perché tutto deve avere un senso, dalla didattica quotidiana all’analisi della prestazione. La tattica segue la stessa logica: la codifica è per chi non ha la palla, chi ce l’ha sceglie. Una separazione netta che permette ai giocatori di avere riferimenti chiari e, allo stesso tempo, la libertà di interpretare il gioco. Anche l’analisi post-partita diventa uno strumento fondamentale, perché per mister Andreoletti il video non è solo correzione, ma un racconto che aiuta la squadra a comprendere il proprio percorso. Nell’intervista emerge un approccio moderno, consapevole e coinvolgente, in cui il Gioco è visto non solo come uno sport, ma come un processo di apprendimento continuo, dove metodo e disponibilità della squadra si intrecciano per costruire una proposta di gioco efficace e sostenibile nel tempo.

“Capire di essere allenatore è stato naturale”
Mister, partiamo dal tuo percorso. Sei stato un calciatore prima di diventare allenatore. Quando hai capito che la panchina sarebbe stata il tuo futuro?
«La mia carriera da calciatore non è stata di altissimo livello, anche se ho avuto la fortuna di crescere per dieci anni nel vivaio dell’Atalanta, quello di Mino Favini. Un’esperienza che mi ha formato come persona prima che come giocatore, lì si insisteva tanto sui valori umani oltre che sulla tecnica. Poi ho proseguito in Primavera e in Serie C, ma avevo un limite fisico evidente: ero un portiere alto 178 centimetri, un po’ poco per il calcio moderno. A un certo punto mi sono reso conto di aver raggiunto il massimo di quello che potevo ottenere in campo. La verità è che la curiosità verso il ruolo dell’allenatore c’è sempre stata. Fin da ragazzo cercavo di capire il perché delle scelte tattiche, il metodo, la logica dietro ogni decisione. In principio era semplice interesse, poi è diventata una vera passione.»
C’è stato un momento preciso in cui hai compreso che allenare era la tua strada?
«Sì, ricordo perfettamente il mio primo allenamento da tecnico, con l’U16 della Pro Patria. Quel giorno ho provato emozioni che neanche nei momenti migliori della mia carriera da calciatore avevo mai sentito. Lì ho saputo che era la cosa giusta per me. Da allora allenare è diventato qualcosa che mi fa alzare la mattina con entusiasmo. Penso che la passione sia la base di tutto: se ami il tuo lavoro, lo trasmetti alla squadra, ai collaboratori, a chi lavora con te.»
Dopo quell’inizio hai fatto un percorso lungo, soprattutto in Serie D. Che esperienza è stata?
«Molto formativa. Ho allenato in Serie D per sette anni, tra Inveruno, Seregno e Sanremese, vivendo tutte le dinamiche di questo campionato: subentri, esoneri, playoff, momenti esaltanti, momenti difficili. In certe piazze la D è professionismo mascherato: c’è pressione, richieste altissime, strutture e ambizioni da “prof”. Per me è stata una palestra incredibile. Poi è arrivata la chiamata della Pro Sesto in Serie C, e lì ho avuto la conferma che il lavoro fatto prima mi aveva preparato bene. Siamo stati Campioni d’inverno, lottando contro squadre costruite per vincere. Quell’anno mi ha dato la consapevolezza di poter stare in questa categoria.»
Quindi Benevento, una realtà con ambizioni importanti…
«Esatto. È stato il mio primo impatto con il calcio di alto livello. Era un club che tre anni prima era in Serie A e che era sceso in C ma voleva risalire subito. Ho trovato un ambiente con pressioni enormi, giocatori abituati a un altro tipo di palcoscenico, una stampa molto presente. In quei sei mesi lì penso di essere cresciuto più che in tutta la mia carriera precedente.»
Dopo l’esonero, sei rimasto fermo sei mesi. Che impatto ha avuto su di te quel periodo?
«Molti vedono l’esonero solo come un momento negativo, ma per me è stato altamente formativo. Quando sei fuori, hai due scelte: aspettare o investire su te stesso. Ho scelto di investire. Sono stato due settimane in Portogallo, ho viaggiato per imparare, ho lavorato con uno psicologo sportivo e ho organizzato call periodiche con il mio staff, parlato con allenatori, direttori sportivi, preparatori, per continuare a crescere anche fuori dal campo.»
Ecco la chiamata del Padova…
«Nel calcio le occasioni arrivano, ma devi essere pronto a coglierle. Stranamente, dopo l’esonero ho avuto più proposte di quante ne avessi mai avute prima. Padova è stata la scelta giusta perché mi dava la possibilità di lavorare in una società importante, di tornare in una piazza dove l’obiettivo non era solo fare bene, ma provare a vincere.»
Sei un allenatore giovane in un mondo pieno di esperienza. Pensi che oggi ci sia più spazio per i tecnici emergenti?
«Sì. Oggi c’è la tendenza a dare la panchina ad allenatori giovani. Se guardiamo la Serie A e la B, l’età media dei mister si è abbassata tantissimo. È un cambiamento legato anche al modo in cui si lavora oggi. Il calcio è diventato totalizzante: ci sono dati, analisi video, report continui sugli avversari. Un allenatore moderno non può limitarsi a scegliere la formazione e dare indicazioni in campo, deve essere immerso nel lavoro tutti i giorni. Noi giovani siamo cresciuti con un metodo più analitico, questo, credo, ci stia dando un vantaggio.»

Il mestiere
Come interpreti la gestione dello staff e l’organizzazione della strategia di lavoro?
«È un aspetto che cambia in base alla categoria. Nei dilettanti spesso sei tu a occuparti di tutto: preparazione, gestione del gruppo, videoanalisi, parte atletica. Poi, salendo di livello, devi imparare a delegare, ma allo stesso tempo a gestire uno staff che non sempre è scelto da te. A Benevento, per esempio, sei su otto erano già miei collaboratori, a Padova l’unico che ho portato è il preparatore. Questo significa che devi essere capace di adattarti, trovare equilibri e valorizzare le competenze di chi lavora con te.»
«La “sfortuna” di chi lavora con me è che ho competenze trasversali. Da ex portiere, ad esempio, non riesco a essere completamente distaccato dal lavoro dell’allenatore dei numeri uno. Spesso i tecnici delegano tutto, io voglio essere coinvolto. Non perché non mi fidi, ma perché sento di poter dare un contributo. Lo stesso vale per la videoanalisi: ho fatto il corso a Coverciano e sono match analyst professionista. Dove invece lascio totale libertà è la preparazione fisica. Mi affido completamente a chi ha le competenze. So cosa voglio dalla squadra a livello di intensità, ma non entro nel dettaglio dei carichi o della gestione degli esercizi a secco.»
Quando inizi una nuova stagione, da dove parti? Dalla tattica, dalla tecnica, dal sistema di gioco?
«Sono molto schematico, fa parte del mio modo di ragionare. Prima di tutto, mi confronto con lo staff per definire gli obiettivi. Non mi interessa partire subito con moduli o esercitazioni: voglio che sia chiaro cosa deve saper fare la squadra. Ad esempio, il primo obiettivo in costruzione può essere riconoscere quando siamo in superiorità numerica e quando siamo in parità. Questo perché in quei due scenari dobbiamo adottare diverse soluzioni. Oppure in transizione: voglio che la squadra riaggredisca subito dopo la perdita del pallone. Ma all’inizio non entro nei dettagli, mi basta che lo facciano, anche sbagliando. Poi, man mano, affiniamo il principio.»
Insomma, dai dalle priorità e costruisci tutto il resto su quelle?
«Esatto. All’inizio diciamo che ne ho quattro: come attacchiamo, come difendiamo, cosa facciamo quando perdiamo il pallone e cosa quando lo riconquistiamo. Nel primo mese devono essere chiare queste cose, poi si va avanti per step. La difficoltà sta nel capire quando voltare pagina. Non c’è un momento preciso, lo devi percepire: quando la squadra ha assimilato un concetto, puoi passare al successivo. Ma se vedi che ancora fa fatica su qualcosa, torni indietro e rinforzi.»
Una cosa che ho notato vedendo le prime partite del Padova è che la squadra ha assimilato velocemente le tue idee.
«È il risultato di un metodo chiaro e progressivo. Ho avuto la fortuna di allenare per dieci anni e di sbagliare tanto. Ogni errore è servito a migliorare il mio approccio. Mi piace fare questa metafora: guardare il Manchester City o l’Atalanta e dire “Voglio giocare così” è come andare al ristorante e dire “Mi piace la pasta al pomodoro”. Ma sapere come ti piace la pasta non significa saperla cucinare. Per arrivare a quel risultato devi sapere quali ingredienti servono, quanto deve cuocere, come preparare il sugo. Nel calcio è uguale: non basta avere un’idea, serve costruire un metodo per portare la squadra a raggiungere quel livello.»
Quanto conta la disponibilità dei giocatori in questo processo?
«Tantissimo. A Benevento avevo le stesse idee e lo stesso metodo, ma la squadra non giocava come il Padova. Perché? Perché ogni gruppo ha la sua mentalità, la sua storia, il suo background. Un allenatore deve trovare la chiave giusta per ogni giocatore. E qui entra in gioco un aspetto che non è tecnico ma fondamentale: la gestione umana. Non puoi allenare tutti nello stesso modo. In questi anni ho lavorato con uno psicologo dello sport per migliorare il mio approccio alla gestione del gruppo, e credo che sia stato un passaggio chiave nella mia crescita.»
Quindi il metodo è fondamentale, ma senza la giusta risposta dalla squadra non basta.
«Sì, il metodo è la base, ma se non trovi la chiave per ogni giocatore, non funziona. Per questo ogni squadra è una sfida nuova: non basta avere un’idea chiara di calcio, bisogna saperla trasmettere e farla assimilare.»

“Il modulo è un punto di partenza, ma contano gli spazi e l’organizzazione”
Parliamo della scelta del sistema di gioco. Alla fine undici giocatori vanno messi in campo e il modulo conta. Sei legato a un’idea precisa o ti adatti alla squadra?
«Spesso si dice che i numeri non contano, ma credo che nel calcio abbiano il loro peso. È vero che oggi si tende a sistemi fluidi, soprattutto in fase offensiva, e l’importante è occupare determinati spazi. Proprio per questo i numeri hanno un significato. La lettura della fase offensiva, in fondo, è più semplice di quanto vogliamo renderla: se l’avversario si chiude stretto, devi allargare il gioco; se difende largo, devi attaccare dentro; se alza la linea, devi andare in profondità. A Coverciano parlano di “contenitori” da occupare ed è una definizione che condivido. Se non si riempiono correttamente certi spazi, hai una fase offensiva “zoppa”. In dieci anni di carriera ho utilizzato tutti i sistemi. Ho adoperato in principio la difesa a tre, ma a Sesto e Benevento sono partito con il 4-3-3… per poi cambiarlo. Quest’anno abbiamo cominciato con un 3-4-2-1 in fase di possesso e stiamo cercando di mantenerlo, perché la squadra ha trovato un buon equilibrio. Ma non è il modulo in sé a fare la differenza, quanto l’organizzazione e la capacità di sfruttare gli spazi.»
Questo significa costruire sempre, avere il dominio della palla, portare tanti giocatori sopra la linea del pallone e attaccare gli spazi?
«Assolutamente sì. Il nostro compito è mettere la squadra nelle condizioni di sapere cosa fare in ogni momento del gioco. Ogni tanto sento allenatori dire con orgoglio: “Siamo a dicembre e non ho ancora fatto un lavoro specifico sulla difesa”. Ma non è un vanto, perché il calcio è fatto di entrambe le fasi. Per me il concetto chiave è l’equilibrio. Voglio una squadra che domini il gioco, tenga il pallone e sappia occupare bene gli spazi, senza sbilanciarsi. Se porti tanti giocatori sopra la linea della palla e poi non sei equilibrato nella riconquista, rischi di trasformare la partita in un continuo attacco-difesa. Oggi, con il livello di preparazione degli avversari, non puoi permettertelo. Per lo stesso motivo, la fase difensiva non è solo una questione di numeri. Difendersi bene non significa farlo in tanti, ma farlo in pochi e in modo efficace. L’obiettivo deve essere subire il meno possibile coinvolgendo il minor numero di uomini, mantenendo sempre la possibilità di ripartire.»
Nella trasmissione dei concetti ai giocatori, come bilanci lavoro sul campo e teoria?
«Il salto di qualità della mia carriera è stata l’analisi video. È uno strumento imprescindibile, perché ti consente di ottimizzare i tempi di apprendimento. Rispetto alla lavagna, il video è nettamente più efficace. I giocatori poi sono abituati agli smartphone, ai contenuti visivi, e un’analisi video ben fatta accelera la comprensione. Senza video, dubito che la mia squadra avrebbe assimilato così in fretta certi princìpi. Sul campo cerco di mantenere un’alta intensità e di fermarli il meno possibile. Ma non sono un allenatore che lavora solo sul gioco e sulle correzioni dentro la partita. Credo ancora molto nell’analitico, soprattutto per la fase difensiva e per i dettagli individuali. Non è di moda, ma per me resta fondamentale.»
Come bilanci l’allenamento settimanale tra il lavoro sulla tua squadra e la preparazione dell’avversario?
«Credo molto nell’aspetto strategico. Durante la preparazione estiva si lavora esclusivamente sulla propria identità, hai un mese e mezzo per costruire i princìpi generali. In stagione, tutto diventa strategia. Non faccio nulla che non sia funzionale alla partita successiva. Anche un’attivazione tecnica deve avere un senso strategico. Se l’avversario difende alto, l’esercitazione avrà un focus su l’attacco della profondità; se gioca con un rombo, lavoriamo sui cambi di gioco. Nulla è lasciato al caso.»
«Il lunedì mattina è l’unico giorno in cui lavoriamo su noi stessi, rivedendo la partita precedente a video. Poi archiviamo la gara e ci concentriamo sull’opponente successivo. Il mercoledì è il primo giorno di vera preparazione, con “analitico” e prime esercitazioni mirate. Il giovedì introduciamo l’analisi video dell’avversario e una partita tattica. Il venerdì un lavoro molto strategico con simulazioni del match. Il sabato rifiniamo le palle inattive e gli ultimi dettagli.»
Come gestisci pre-partita e intervallo?
«La formazione la dico un’ora e mezza prima, con un primo intervento motivazionale, senza aspetti tattici. Poi, appena ho l’undici dell’avversario, ne faccio un secondo diviso in due fasi: non possesso e possesso con transizioni. Tutto è già stato preparato in settimana, quindi sono solo richiami. Durante i primi 10’, cerco di verificare che l’avversario si comporti come previsto. Poi, in partita, sono molto presente, anche troppo… All’intervallo, ho una lavagna divisa in due colonne: possesso e non possesso. In 5’ faccio una sintesi: cosa sta funzionando e cosa va corretto.»
Dopo l’incontro prepari il video per il lunedì mattina. Ti aspetta una nottata di lavoro?
«Sì, questo è il lato duro. Se la partita è alle 20.30, esco dallo stadio a mezzanotte e devo avere il video pronto per le 10.00. Dormo quattro ore, ma se ami quello che fai non ti pesa. Il video del lunedì ha un aspetto tecnico ma anche psicologico. Devo selezionare le clip in base all’impatto emotivo sulla squadra. Deve raccontare una storia e aiutare la squadra a migliorare.»
Un consiglio per tutti gli allenatori prima chiudere?
«Il primo aspetto è la passione. Senza passione, questo lavoro non si può fare. E poi, smettiamola di scimmiottare i grandi allenatori. Non dobbiamo “fare Conte” o “fare Ancelotti”, dobbiamo essere noi stessi, lavorare sui nostri punti di forza e migliorare i nostri limiti.»
Foto: Simone Boccardo e Davide Boggian.


