Il Pisa di Filippo Inzaghi. I giocatori vengono prima di tutto

Il Pisa di Filippo Inzaghi. I giocatori vengono prima di tutto

Alberto Nabiuzzi

Quello del titolo è uno dei concetti cari all’allenatore del Pisa. Ci parla del lavoro di squadra, di come è cambiato il calcio e del gioco che gli piace. Intervengono anche il secondo, Maurizio D’Angelo, il preparatore Luca Alimonta e l’assistente tecnico, Simone Baggio.

Era piena estate, il 3 luglio, e il Pisa comunicava ufficialmente che Filippo Inzaghi sarebbe stato l’allenatore per la stagione 2024-25. Sul sito c’era la sua faccia, quella di un attaccante unico del suo genere prima, di un allenatore competente, educato e signorile adesso, di fianco alla torre pendente. Una nuova avventura per il già tecnico di Milan, Venezia, Bologna, Benevento, Brescia, Reggina e Salernitana. Con lui, si leggeva nel comunicato, il vice Maurizio D’Angelo, i preparatori Luca Alimonta e Daniele Cominotti e il collaboratore Simone Baggio.

Li abbiamo intercettati durante la sosta delle nazionali dello scorso novembre e ne è nato questo articolo che mette in luce il gioco che desidera il mister, l’evoluzione del calcio e l’importanza dello staff tecnico al suo fianco. E, a proposito di gioco, il concetto caro a “Pippo” è che i calciatori vengono prima di tutto. Per una proposta di calcio verticale, con una squadra compatta, che sa difendere bene e attaccare veloce. Che è capace di pressare alto, ma anche stare nella propria metà campo. Perché, ormai, gli undici di livello sanno riconoscere i momenti delle partite e adattarsi. 

Mister, hai allenato in parecchie categorie, giovani compresi, e in contesti molto diversi, come si riesce a coniugare una chiara identità tattica con gli obiettivi della squadra?
«Negli ultimi anni il calcio è profondamente cambiato dal punto di vista tattico. Si sente spesso dire che i moduli non esistono più, ma non sono d’accordo. I moduli ci sono ancora: rappresentano il sistema di riferimento da cui parte una squadra, che sia un 3-5-2 o un 4-2-3-1. Tuttavia, riconoscerli chiaramente durante una partita è sempre più complicato, perché il gioco è diventato molto più fluido. Quando ho allenato in Serie A, preparare le partite contro squadre come la Fiorentina di Italiano, il Milan di Pioli o il Bologna di Thiago Motta era estremamente difficile, soprattutto dal punto di vista difensivo. Queste squadre sono dinamiche, si muovono continuamente e variano il loro sistema in base alle situazioni.»

«Anche quest’anno, in Serie B, ci troviamo ad affrontare undici come il Catanzaro o la Juve Stabia – stanno facendo un campionato straordinario, tra l’altro – che costruiscono con strutture variabili come il 3+2, 3+1, 4+1 o 4+2; sfruttano rotazioni e movimenti, con il mediano che si abbassa o il difensore che si alza. Non sai mai con precisione come le troverai in campo.»

Quindi…
«Un tempo si diceva: “La mezzala esce sul terzino”, ma oggi ragionamenti del genere non sono più applicabili, perché il calcio è diventato imprevedibile. Per questo, anch’io parto sempre da un sistema di riferimento, ma lascio che la squadra si adatti alle situazioni. Il 4-3-3 è il modulo che preferisco, ma durante la mia carriera mi sono sempre adattato. A Venezia ho scelto il 3-5-2 e abbiamo avuto ottimi risultati. A Bologna ho mantenuto il 4-3-3 con risultati purtroppo non buoni, mentre a Benevento sempre con il 4-3-3 è andata molto bene. Quest’anno a Pisa mi sono trovato con una squadra che aveva già nelle corde il palleggio, abituata a giocare a quattro dietro, ma anche a costruire a tre. Adattarmi a queste caratteristiche è stato naturale. Dico sempre che un allenatore deve “cucire il vestito giusto” per i giocatori che ha. Non possiamo imporre un modulo rigido se i calciatori non hanno le caratteristiche per sostenerlo.»

«Se, per esempio, voglio che la squadra giochi molto dal basso ma mi accorgo che alcuni giocatori non sono adatti, cerco di aiutarli a migliorare, ma senza ignorare le loro caratteristiche naturali. Adattarsi è fondamentale: un allenatore che si focalizza troppo su un unico sistema rischia di essere poco efficace. Certo, ci sono contesti ideali in cui si possono costruire undici su misura, ma oggi questo accade raramente. Il calcio moderno richiede tecnici in grado di massimizzare il potenziale dei giocatori che hanno a disposizione. È questa capacità di adattamento che rende una squadra competitiva e, allo stesso tempo, vicina all’identità del proprio mister.»

Di conseguenza alla preparazione di una partita è necessario dedicare molto tempo, perché ogni settimana è diversa dall’altra in quanto ogni avversario richiede adattamenti precisi e dettagliati…
«In realtà, la direzione che stiamo seguendo è quella di avere sempre dei princìpi di gioco chiari, sia offensivi sia difensivi, che non cambiano a prescindere dall’avversario. Per esempio, Maurizio (D’Angelo, nda) è stato un precursore nel Chievo dei miracoli di Delneri ed è un maestro nella cura della fase difensiva. Su questo aspetto investiamo molto tempo ogni settimana per consolidare i concetti della linea difensiva e della struttura generale della squadra. Quest’anno, ad esempio, partiamo spesso dal 3-4-2-1, ma in fase difensiva ci riconosciamo pure in un 5-4-1 applicando comunque i fondamenti della linea a zona. In pratica, diamo ai giocatori un canovaccio, ma lasciamo loro un certo margine di interpretazione in campo. Nella fase di pressing, per esempio, prepariamo le uscite ma poi esiste per forza una capacità di interpretazione da parte del singolo. Se l’avversario gioca con un play? Possiamo chiedere all’attaccante di pressarlo, ma il movimento successivo dipende dalla situazione. Dietro, se il braccetto non può uscire perché bloccato, lo farà il mediano; se il mediano è già impegnato in marcatura, toccherà al quinto. La lettura è determinante, e per questo lasciamo ai giocatori una certa libertà in base a come si sviluppa la gara.»

Lo stesso avviene in fase di possesso?
«Sì, i nostri movimenti sono fluidi: il quinto può diventare mediano, il mediano può abbassarsi a fare il terzino, e il braccetto può inserirsi in area per chiudere un’azione. Ad esempio, spesso il nostro difensore centrale, Caracciolo, si alza fino a diventare un regista. Questo movimento non è casuale, perché spinge l’attaccante opposto ad arretrare, liberando spazio per il portiere e consentendo una costruzione più libera e dinamica. Questa struttura propone nuove difficoltà agli avversari: non sanno mai esattamente chi marcare o dove posizionarsi, perché i nostri giocatori si spostano continuamente, rompendo gli schemi tradizionali.»

Come bilanciare il miglioramento individuale e l’organizzazione collettiva? Considerando che in prima squadra gli allenamenti sono spesso collettivi, come gestite le necessità del singolo che può avere aspetti specifici da perfezionare?
«Da quest’anno, stiamo cercando di alzare l’asticella sul perfezionamento individuale, perché ci siamo resi conto che, in un calcio in cui i princìpi collettivi di base sono fondamentali, il miglioramento della squadra passa necessariamente attraverso quello del singolo. In passato, soprattutto in Italia, si è spesso privilegiata l’organizzazione tattica collettiva, magari con esercitazioni come il classico 10>0 o partite tattiche. Questo approccio, pur utile, tendeva a trascurare la componente individuale. Oggi, però, il calcio moderno richiede giocatori che sappiano interpretare le situazioni e gestire meglio anche le proprie basi tecniche. Stiamo cercando di intervenire molto su questo punto, serve tempo e rappresenta un vero cambiamento culturale, qualcosa che all’estero è più diffuso. Il nostro scopo è trovare un equilibrio, anche se sappiamo di non essere ancora al livello che vorremmo.»

Quanto sono importanti i video per il tuo lavoro?
«Sono fondamentali. Durante la settimana spesso ci focalizziamo su video dedicati a singoli reparti, come la difesa, e poi portiamo subito il lavoro sul campo. In caso di errori, agiamo tempestivamente: grazie alle registrazioni di allenamenti e partite, possiamo mostrare clip di pochi secondi per evidenziare situazioni specifiche e far riflettere i ragazzi. Questo metodo li aiuta a prendere coscienza delle prestazioni e a crescere, non solo per contrapporsi all’avversario, ma per lavorare sulle proprie caratteristiche. Anche in campo insistiamo molto su concetti chiave, soprattutto in fase difensiva. Poniamo grande enfasi sul blocco squadra: dobbiamo stare compatti. Che non significa stare bassi, ma corti e stretti. Lo stesso vale per la fase di possesso: lavoriamo sul movimento continuo e sull’occupazione degli spazi, partendo da concetti semplici. Il movimento serve a liberare spazi per il compagno, per la conduzione della palla o per creare una linea di passaggio. Sono fondamenti che cerchiamo di sottolineare sempre.»

Lavori con il tuo staff da molto tempo, questo è un valore aggiunto, vero?
«Assolutamente, ci capiamo molto velocemente. C’è un bellissimo rapporto, sono tutti importantissimi. Con alcuni di loro siamo insieme quasi dai miei inizi, anche per questo ci tengo che possano esprimere il loro punto di vista in questa intervista, perché sanno molto di calcio e hanno parecchio da trasmettere.» 

Allora, prima di passare allo staff, chiudiamo con un consiglio per chi ci legge, la maggior parte allenatori dilettanti o di settore giovanile: cosa ti senti di dire loro?
«Ripeto una cosa che mi dicono spesso i miei ex allenatori quando li sento: ti diverti ad allenare? La mia risposta è sì, anche se ormai ho tante panchine alle spalle, mi piace questo mestiere, mi piace trasmettere quello in cui credo, provare a migliorare i giovani, curare i particolari… ecco questo è ciò che mi sento di affermare: amate il mestiere di allenatore e divertitevi.»

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