FILIPPO D’ALESIO: apprendere giocando

FILIPPO D’ALESIO: apprendere giocando

Perché il gioco è fondamentale per stimolare l’apprendimento nei giovani calciatori. Le strutture da utilizzare e l’importanza delle emozioni.

I termini istruttore e formatore sono spesso usati come sinonimi, ma a mio parere sono esattamente l’uno il contrario dell’altro: l’istruttore è colui che istruisce, che dà istruzioni, che trasmette il suo “sommo” sapere, che dice “si fa così”; il formatore invece è colui che aiuta il “formando” ad acquisire una propria forma, una propria identità. A tal proposito è chiaro che i bambini non sono vasi da riempire, ma fiaccole da accendere. Proprio da questo concetto sono voluto partire al Master de Il Nuovo Calcio, in merito al quale vi propongo un sunto del mio intervento in aula e sul campo.

Tornando al discorso precedente, spetta a noi la scelta da compiere: dobbiamo capire cosa vogliamo essere per i nostri ragazzi: vogliamo “riempirli” di nozioni oppure considerarci una scintilla per provare a innescare quel fuoco che ogni singolo ragazzo alimenterà nel tempo in base alle sue potenzialità. Spesso pensiamo che il bravo “allenatore” sia quello che spiega tanto, che corregge, che dà consigli durante una seduta, una partita, che guida la squadra, ma siamo sicuri che così facendo aiutiamo un giocatore a esprimersi al meglio e soprattutto ad acquisire competenze di gioco durature? Secondo il pedagogista americano Edgar Dale, mediamente una persona dopo due settimane tende a ricordare il venti per cento di ciò che ascolta e il novanta per cento di ciò che fa. Nel primo caso si parla di un apprendimento di tipo passivo, utile nello sviluppo di memoria a breve termine, mentre nel secondo di apprendimento attivo, in cui viene sollecitata la memoria a lungo termine, elemento prezioso poiché, se ben stimolato, permette al giocatore di interiorizzare determinate competenze che lo renderanno, nel tempo, indipendente dall’aiuto dell’allenatore che lo ha sempre guidato in ogni situazione.

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