La variabilità della pratica sportiva, in particolar modo coi più piccoli, garantisce l’apprendimento di diversi schemi motori e abilità. Quali esercitazioni mutuare dalle altre discipline.

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Il gamification è una metodologia innovativa e coinvolgente, come sostiene un recente studio scientifico, utile a tutti gli allenatori che lavorano nell’attività di base. Scopriamo di cosa si tratta.

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Il tempo passa, gli stili di vita dei ragazzi cambiano ed è inevitabile che il calcio ne subisca le conseguenze. Come la tecnica. Per questo gli allenatori devono avere una marcia in più per insegnare le varie gestualità stimolando sia la ripetizione sia la libertà di espressione e la fantasia.

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Chi conosce o ha già sentito nominare Valerij Lobanovski si chiederà cosa potrebbe avere a che fare con il settore giovanile.

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Luglio adulti; agosto Allievi e Giovanissimi; settembre... attività di base.

Questa è stata la scansione del periodo precampionato che abbiamo pensato in vista della stagione calcistica 2019-20. E ora scendono in campo proprio i più piccoli, come avete potuto notare anche dalla copertina di questo numero dedicata proprio a loro. Scendono in campo probabilmente il maggior numero di “calciatori”, di squadre e di allenatori in quanto le prime fasce del vivaio sono sicuramente quelle più ricche di... potenziali “giocatori”. E fateci un favore: non chiamateli campioncini!

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Sono due importanti esperti a parlarci dei Piccoli Amici e dei Primi Calci: Giovanni Messina e Stefano Florit. Quando si affrontano le categorie dei più piccoli spesso ci si scontra con i problemi degli allenatori soprattutto relativamente al risicato spazio a disposizione per gli allenamenti.

Il primo consiglio è proprio relativo a questo: impostare la seduta in modo tale da riuscire a riutilizzare gli spazi, predisponendo le esercitazioni in una modalità tale da non dover spostare (o al massimo togliere piuttosto che mettere) il materiale. Il secondo suggerimento è quello di proporre lavori che abbiano il giusto grado di difficoltà. Compiti troppo facili o troppo difficili limitano molto l’apprendimento.

Addentrandosi nello svolgimento della seduta è importante che l’allenatore favorisca la multilateralità, stimolando il maggior numero di esperienze motorie, incoraggi le decisioni, proponendo giochi con una forte componente decisionale oltre che motoria, e utilizzi il questioning, avanzando ai bambini delle domande che permetteranno loro di esplorare nuove modalità di interazione.

Tutto quello che c’è da sapere su chi vuole intraprendere questa professione. I consigli di 8 esperti sul tema.

L'osservatore calcistico, nella veste di talent scout, ricerca gli atleti di talento ideali e/o funzionali per la società nella quale lavora. Nonostante questo tipo di concezione sia veritiera è, per alcuni aspetti, obsoleta. L’osservatore moderno, infatti, si ritrova il più delle volte a valutare calciatori già scoperti invece di... scoprirli. A conferma di questo, in alcune organizzazioni di club, ritroviamo i “segnalatori”: sono scout con il compito specifico di ricercare prospetti interessanti, appunto da segnalare ad altri osservatori, per valutazioni più approfondite.

Le motivazioni che hanno portato a questa nuova sfumatura del ruolo rispetto al passato sono diverse:
- il numero elevato di società, squadre e calciatori presenti sul territorio;
- la sempre più anticipata, in termini d’età, ricerca e selezione di giovani calciatori;
- il crescente numero di osservatori.

Tutti questi elementi fanno sì che l’osservatore non sia sempre all’apice della filiera della selezione, parliamo in questo caso dello “scopritore” a tutti gli effetti, ma collabori con il team ai fini di individuare il “calciatore obiettivo”, ovvero il profilo talentuoso, utile, che rispecchia le esigenze e i parametri richiesti dalla società. Quando, dunque, un giovane riesce a coronare il sogno di diventare calciatore professionista, ecco che compaiono diversi “padri” scopritori. Se da una parte questo è frutto del desiderio di notorietà di alcuni, dall’altra è determinato dal fatto che un giovane, nel suo percorso formativo (carriera), può aver incontrato più osservatori che, credendo nel suo potenziale, hanno contribuito a consentirne la progressione di categorie e livelli fino al calcio che conta.

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E non solo dalle esercitazioni. Quanto è importante tener presente la complessità del calcio senza semplificare troppo tutte le situazioni così da far emergere veramente il reale potenziale dei calciatori.

Per far emergere il vero potenziale dei nostri giovani calciatori è bene partire non solo dalle esercitazioni, ma focalizzando l’attenzione sul gioco, per poter tenere conto della complessità del calcio.

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Sminuire il risultato coi più piccoli non sempre è la strada giusta. Vi sono dei valori, fondamentali nella vita di tutti i giorni, che possono essere trasmessi con saggezza solo dando il giusto senso a vittoria o sconfitta. Il ruolo dell’allenatore.

Come la notte e il giorno o l’estate e l’inverno, vincere e perdere fanno parte del gioco e della vita. Un percorso educativo serio insegna a giocare per la vittoria e ad accettare la sconfitta. Non sfugge né all’una né all’altra, non le esaspera o banalizza. Al contrario, ne coglie emozioni e spunti di crescita.

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Alcune riflessioni per analizzare le motivazioni per cui è opportuno lavorare sulle situazioni di gioco anche coi bambini più piccoli. Le proposte pratiche.

Quando si allenano i bambini più piccoli dell’attività di base il dubbio di diversi allenatori è quello di inserire nella propria programmazione le si- tuazioni semplici di 2>1 e 2>2, in quanto si rischia di sfociare in esercizi di “tatticismo” troppo difficili per queste età. Il pericolo nel quale si può incorrere è che la libertà del bambino, che si esprime nella fantasia di una finta e di un dribbling nell’1>1, venga limitata quando sono presenti altri compagni. Il dubbio è proprio questo: un eventuale lavoro sulle situazioni semplici può essere un modo per far esprimere la creatività dei bambini oppure no? E soprattutto, se la risposta è positiva, perché potrebbe essere utile agire in tale direzione? Proveremo a rispondere a queste domande spiegando alcuni aspetti favorevoli di queste esercitazioni, che ci permettono di riflettere sul tipo di intervento da attuare coi Piccoli Amici e i Primi Calci.

Perché sono utili
Per un’analisi ad ampio spettro sul tema, bisogna prendere in considerazione i vari aspetti che possono essere coinvolti: psicologici, regolamentari e tecnico-tattici. Durante questo periodo di crescita, dai 6 ai 12 anni, i bambini iniziano a sviluppare un pensiero più logico e maturo. La capacità logica, infatti, progredisce grazie allo sviluppo di nuove operazioni mentali: il bambino è ancora legato a esperienze specifiche, ma è in grado di compiere manipolazioni mentali e fisiche.

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Un giovanissimo calciatore deve anzitutto provare e sperimentare il maggior numero di attività possibili per poter arricchire il proprio bagaglio motorio. Da questa considerazione si sviluppa l’idea di proporre l’insegnamento della difesa della palla, attraverso varie forme di apprendimento, con il fine di educare i bambini alla gestione e al controllo del proprio corpo. Il tutto seguendo una progressione didattica che parte dal semplice fino ad arrivare al difficile, aumentando via via la complessità del compito richiesto. Le proposte pratiche si avvalgono inoltre di elementi ludici che consentono ai bambini di raggiungere l’obiettivo divertendosi, instaurando in questo tipo di allenamento un clima positivo (aspetto non trascurabile dato il contatto fisico con i compagni), in un ambiente di totale sicurezza.

Un estratto del nuovo libro di Andrea Biffi, disponibile da metà mese, dedicato a tutti coloro che lavorano nell’attività di base. In questo scritto si parla della sessione di allenamento, della sua organizzazione e si propone una delle tante tricks illustrate nel volume.

Il 30 novembre del 1979 uscì l’album The Wall del gruppo musicale britannico Pink Floyd, appena l’anno seguente avrebbe riscosso un enorme successo risultando il disco ad aver venduto il maggior numero di copie negli Stati Uniti.

È un concept album: racconta la vita di un antieroe di nome Pink, che è martellato e maltrattato dalla società fin dai primissimi giorni della sua vita e poi bla bla, bla bla e bla bla... fino ad arrivare alla traccia numero cinque del disco uno, Another Brick in the Wall. Ci limiteremo ad accennare il riferimento che il gruppo fa al sistema scolastico dei collegi britannici dell’epoca. Nel testo c’è proprio una relazione esplicita sulla scuola: un coro di bambini e ragazzi canta per affermare la propria indipendenza rispetto agli insegnanti, alle regole e ai codici di comportamento troppo opprimenti. Stiamo parlando di realtà che, generalmente, non appartengono ai nostri tempi né alla nostra scuola: professori che mancano gravemente di rispetto agli alunni, urlando loro contro e costringendoli a fare qualcosa contro il loro volere.

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Perché conviene coinvolgere giocatori e anche genitori in merito al “cambio” di ruoli. Alcune proposte pratiche sull’argomento, valide anche per obiettivi differenti.

Nel percorso di crescita individuale dei ragazzi nell’ambito di una sapiente formazione calcistica, è fondamentale far emergere una figura che spesso viene sottovalutata: lo psicologo dello sport. Una figura che può rientrare nella gestione dell’attività di comunicazione con gli istruttori e soprattutto con i ragazzi. Perché tale sottolineatura? Perché, nell’ottica di variare spesso, nell’attività di base, i ruoli dei ragazzi possono nascere alcune complicazioni.

Infatti, nel delicato periodo di formazione, i giovani calciatori possono sentirsi inadatti a ricoprire determinati ruoli, possono non essere a proprio agio in campo o presentare difficoltà di gestione dell’emotività. Sono questi i casi in cui un maggiore e sapiente sostegno si rende necessario. E lo psicologo dello sport può aiutare in tale direzione.

Inoltre, può interagire proficuamente anche con i genitori, i quali, vedendo il proprio figlio giocare senza un “ruolo fisso”, potrebbero pensare ad approssimazione e improvvisazione da parte dei tecnici e della società. È opportuno, infatti, far comprendere agli adulti il duplice scopo pedagogico e calcistico della “non scelta” specifica del ruolo e trasmettere l’importanza del mettersi in discussione e di provare esperienze nuove in zone differenti del terreno di gioco. Purtroppo ci sarà sempre chi penserà che il suo “piccolo campione”, un goleador da “10 reti a partita”, sia sacrificato a stare in difesa, senza immaginare che sarà il tempo a conferire il merito alle sapienti e non affrettate scelte del tecnico. Quanti genitori poi vorrebbero un figlio centravanti, un ruolo di “prestigio”, quello dei giocatori che segnano a raffica, con il nome sempre scritto a caratteri cubitali sui titoli dei giornali... locali. Pertanto, insegnare ai genitori a fidarsi della professionalità degli addetti ai lavori resta un passo fondamentale per far in modo che possano evidenziarsi capacità di adattamento del- l’intera squadra a diverse situazioni, con continui miglioramenti dei ragazzi.

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Prendere informazioni su quanto accade in campo è fondamentale a qualsiasi livello e bisogna iniziare fin da piccoli. Alcune proposte pratiche a tale scopo.

La palla va fuori. Si riparte con la rimessa dal fondo. Il portiere si appoggia al proprio difensore, questo la gioca con il centrocampista che è venuto a farsi dare la palla e con una bellissima soluzione di prima intenzione serve sui piedi l’esterno. Uno contro uno con il diretto avversario, superamento con un magnifico dribbling, giocata in mezzo per l’attaccante che va al tiro e... basta così per ora. Ognuno si immagini il finale che ritiene più opportuno. Non è certo questo che ci deve influenzare sul resto dell’azione. Il punto è: sono stati bravi i bambini a interpretare il gioco o hanno ascoltato ed eseguito alla lettera le richieste dell’allenatore?

Per quanto mi riguarda credo che il gioco è dei giocatori, che all’allenatore spetta il compito di strutturare le sedute, ma saanno poi i calciatori in campo a organizzarsi a seconda delle variabili date dagli avversari.
I bambini sono dotati di un loro cervello, il quale – se stimolato adeguatamente – potrà dare risposte probabilmente molto più fantasiose delle nostre, ma soprattutto non meritano di essere trattati come dei soldatini, cioè essere costretti a rispettare degli ordini. Hanno il diritto di esprimersi liberamente e di essere i veri protagonisti del gioco, del loro gioco.
Noi allenatori possiamo considerarci dei facilitatori dell’apprendimento. Una volta che poi i giovani giocatori sono in campo, tutto deve dipendere da loro, da ciò che vedono, da ciò che pensano e anche da ciò che provano a livello emotivo.

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Quali sono gli obiettivi collegati alle gestualità calcistiche in base alle varie fasce d’età dei giocatori. Lo schema della sessione di allenamento.

Nel precedente articolo abbiamo analizzato l’importanza di un “ritorno” all’insegnamento della tecnica di base nei giovani calciatori, tenendo presente l’evoluzione che ha avuto in questi ultimi 20 anni il calcio dal punto di vista fisico e tattico. Abbiamo inoltre illustrato quanto può essere efficace la presenza, all’interno di una scuola calcio, di figure che, più che essere allenatori, siano degli allenatori-maestri in grado prima di tutto di “saper fare per saper far fare”. Semplificando, di saper dimostrare in maniera corretta, qualsiasi gestualità calcistica. Essendo il calcio uno sport globale e multi-situazionale, poi, l’allenamento individuale diventa prioritario, soprattutto nelle categorie di età dai 7 ai 12 anni, per essere inserito successivamente in un approccio globale. Abbiamo spiegato, infine, le 4 aree didattiche utili per apprendere la tecnica e portarla nel contesto situazionale del gioco.

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Il secondo articolo di Stefano D’Errico fornisce un ulteriore approfondimento sul fenomeno inglese Football in the Community, che vede i club impegnarsi nel sociale con iniziative sportive, educative e di inclusione.

Questo progetto si propone di intercettare moltissimi partecipanti nelle nuove generazioni, cercando di: coinvolgere i partecipanti in maniera completa e in tutte le attività proposte, rendere l’esperienza positiva per ognuno, nonostante i bisogni e le aspettative differenti, promuovere una partecipazione continua, non limitandosi al breve periodo. L’autore illustra poi i concetti che si trovano alla base di questo progetto e del suo sviluppo: il gioco e il divertimento

Quando si lavora con i bambini bisogna essere sempre attenti alle loro esigenze. Quando proponiamo un esercizio e questo fallisce non bisogna pensare che i propri ragazzi abbiano fallito, bensì che essi ci stanno comunicando qualcosa in maniera del tutto involontaria. L’allenatore deve essere capace di capire qual è la difficoltà e creare un percorso alternativo per aiutare il bambino a migliorare e colmare le proprie lacune, anche a costo di fare qualche passo indietro e rifare qualcosa che si dava già per consolidato, ma che così non era.

Roberto Ferrario espone nel suo articolo la sua filosofia di allenatore, spiegando come alla base dell’allenamento per i bambini ci debba essere il divertimento e che ciò non esclude la possibilità di fare in modo che i piccoli apprendano anche concetti del calcio dei grandi. Tre percorsi motori differenti illustrano la proposta pratica che ha come obiettivo quello di fornire ai bambini l’opportunità di ricevere stimoli, di fare esperienza.

Stabilire la posizione in campo e i compiti, insomma il ruolo, è uno snodo importante per qualsiasi allenatore e giocatore. Quando lavorare in questa direzione, quando è meglio evitare e come comportarsi.

Uno degli aspetti più delicati nella costruzione di un calciatore è la scelta del ruolo. Nel calcio è fondamentale che ciascun giocatore ricopra aree di campo particolari, muovendosi in modo sinergico coi compagni, utilizzando abilità motorie specifiche (“fisica”, velocità, resistenza, visione di gioco...) richieste dalle situazioni e dal compito da svolgere. Ciascun ruolo necessita della presenza sia di qualità tecniche e fisiche, sia di attitudini di tipo tattico e psicologico. Per uno sviluppo motorio efficiente sono fondamentali allenamento e apprendimento nel tempo. Ma c’è l’età giusta per apprendere un ruolo ben delineato?

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La gestione sopraffina del pallone rappresenta un indubbio vantaggio per il giocatore di qualsiasi livello. I vantaggi di agire in tale direzione fin da piccoli e la progressione di attività.

Le migliori prestazioni e le vittorie delle più grandi squadre di tutti i tempi non sono esclusivamente dovute al loro collettivo, alla preparazione atletica e neppure a una buona impostazione tattica. Sempre più spesso la differenza viene fatta dalla “classe” e dalla qualità tecnica dei singoli. Un esempio tangibile è il Real Madrid guidato da Zidane, vincitore di tre Champions League consecutive nelle ultime tre annate, un undici ricco di talento. Ma cos’è il talento?

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Chi sono stati gli allenatori dei grandi campioni di oggi e quali esercitazioni proponevano ai loro allievi quando erano piccoli? Partendo da questa domanda Filippo D’alesio ha illustrato la sua filosofia, che vede il gioco come protagonista. I campioni di oggi non hanno avuto allenatori che continuavano ad insegnare loro come porsi rispetto al pallone, come mettere il piede…ma sono cresciuti giocando in strada, sui campi di periferia o degli oratori. Il gioco rappresenta, quindi, il più potente strumento formativo attraverso il quale il bambino apprende in maniera del tutto spontanea e naturale.

Giocare può generare creatività, empatia, coraggio, ma soprattutto porta a dover prendere una decisione e adottare una strategia. Inoltre, il giocatore ha la possibilità di sbagliare, con l’errore che non rappresenta un problema almeno fino a quando esso non viene ripetuto e viene quindi a mancare l’autocorrezione del giocatore.

Allenare la conclusione a rete con i Pulcini attraverso esercitazioni che combinano più obiettivi e gesti.

Proposta n°2 - Finalizzazione con finta
Il giocatore in posizione A gioca palla sulla corsa (1) al calciatore in postazione B, che riceve e guida veloce (2), rincorso dal blu che gli ha servito la sfera (3). Il rosso deve condurre oltre il “cancello” formato dai due cinesini rossi per decidere se calciare immediatamente nella porta più vicina (4) oppure, in caso il difendente in rincorsa sia accanto a lui pronto a sottrargli il pallone, effettuare un cambio di senso o una finta (5) per segnare in quella più distante (6).

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Una proposta tecnica-coordinativa da poter utilizzare coi più piccoli per ricercare diversi obiettivi, il tutto grazie alla semplicità e alla “plasticità” del setting di base.

Si prepara un quadrato di dimensioni variabili in base all’età dei bambini (l’ideale è di 2-3 metri di lato) con dei paletti. Sempre secondo le capacità si lega un nastro colorato a un’altezza modificabile, creando una sorta di ring. Lontano da ogni lato circa 8-10 metri (in base a ciò che si intende realizzare) si organizzano le 4 posizioni di partenza dei giocatori. Per ognuna di queste possono stare in fila 3-4 elementi al massimo. Pertanto, si riescono a seguire contemporaneamente in uno spazio molto ridotto diversi bambini. La proposta di base (quella che aiuta a comprendere il meccanismo del gioco) prevede che i bimbi corrano verso la posizione opposta superando il nastro legato ai paletti e raggiungano questa senza scontrarsi tra di loro. Dopo la partenza dei primi 4 bambini, si muovono gli altri della fila a un segnale del mister (coi più grandicelli anche a uno dei partecipanti). Compresa l’organizzazione (che coi più grandi può essere efficace anche per altri obiettivi – rapidità/coordinazione), si può passare all’inserimento del pallone, coi giocatori che in conduzione raggiungono la posizione più lontana da loro valicando i nastri.

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Quanto conta per un giocatore avere una padronanza assoluta nella gestione del pallone. La tecnica di ball mastery e le strutture da utilizzare.

Sullo scorso numero, all’interno dello speciale “Settore Giovanile” avevo iniziato a trattare l’argomento relativo al “dominio” del pallone nell’articolo “Diamo del ‘tu’ alla palla”. La maestria nel gestire l’attrezzo, infatti, a qualsiasi livello, deve essere uno degli obiettivi dell’allenatore. Il lavoro di sensibilità piede-palla ha poi delle caratteristiche ben precise, ovvero:
• qualità dei tocchi;
• precisione;
• ripetizione continua dei gesti;
• ritmo e tempo di esecuzione.

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Le basi della tattica… e non solo: questo rappresenta la situazione di 2>2, nella quale a partire dai bambini dell’attività di base si possono insegnare importanti princìpi nelle due fasi di gioco.

Nel percorso formativo dei giovani calciatori esiste una correlazione che non dovremmo mai perdere di vista, ovvero la necessità di sviluppare un pensiero tattico congiuntamente al miglioramento delle abilità. Nei primi anni di attività questo “collegamento” risulta ancora sbilanciato, in quanto nelle sedute dovrà essere ancora preponderante la parte dedicata alle esercitazioni analitiche volte al perfezionamento della destrezza fine dei singoli gesti, mentre lo sviluppo tattico si appoggia in maniera quasi totale sui duelli 1>1. Come già detto in precedenti articoli, personalmente ritengo più opportuno non scindere il fondamentale tecnico dal pensiero tattico, piuttosto conviene cercare proposte formative nelle quali il “gioco” (con tutte le sue “indivisibili” proprietà) sia centrale e le gestualità trovino al loro interno un’espressione funzionale ad alto valore formativo.

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L’importanza del riscaldamento per i bambini più piccoli come mezzo per raggiungere gli obiettivi tecnici stabiliti nella seduta. Alcune proposte pratiche.

All’interno della programmazione dell’allenamento capita di considerare il riscaldamento come una fase distaccata dagli obiettivi che ci siamo prefissati di raggiungere. Molti istruttori lo pensano solo ed esclusivamente come un momento ludico di divertimento, di aggregazione e di attivazione motoria. Ovviamente, questi aspetti sono imprescindibili in un contesto di scuola calcio e devono far parte anche del warm-up, che però non può essere scollegato dal resto delle proposte. Per questo conviene stabilire immediatamente gli obiettivi della sessione. In linea generale, questi possono essere divisi in due categorie: avremo gli obiettivi primari, ovvero i più importanti all’interno dell’allenamento, che risultano il filo conduttore di tutte le esercitazioni proposte; poi vi sono quelli secondari, che rappresentano il “contorno” e sono una sorta di conseguenza dei primari.

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L’insegnamento di questo fondamentale calcistico importantissimo coi più piccoli tenendo presente il ruolo della capacità di differenziazione. La parte analitica, i giochi e le situazioni.

La potenza è nulla senza il controllo. Recitava così, negli anni ’90, lo slogan pubblicitario di una famosa marca di pneumatici che utilizzò come testimonial atleti del calibro di Carl Lewis e Ronaldo Luìs Nazàrio de Lima. E questa frase può fare al caso nostro per introdurre l’argomento dell’articolo, ovvero la conduzione di palla. Partiamo però dal fatto che noi istruttori, o meglio formatori, citando Horst Wein, abbiamo il dovere di guidare i nostri bambini alla scoperta di se stessi e del gioco in tutte le sue tappe. In natura ogni cosa ha il suo periodo di gestazione, tutto è programmato con un ordine e senza fretta. La natura infatti non compie salti. Lo sviluppo in ambito calcistico del bambino non si sottrae a questa legge e questo è il motivo per cui le programmazioni devono essere impostate secondo un criterio progressivo, lento e senza soluzione di continuità.

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Riparte il progetto ideato da Giovanni Giorgetti, che porterà nelle scuole italiane degli incontri che mirano alla sensibilizzazione contro le dipendenze e l’abuso di fumo e alcol. L’importanza dell’attività fisica.

Il progetto Next Generation, ideato e portato avanti da Giovanni Giorgetti ripartirà il 18 gennaio 2019 dall’Istituto “Besta-Gloriosi” di Battipaglia (Sa), diretto dalla dirigente scolastica e professoressa Silvana D’Aiutolo. L’evento, incentrato su “I fattori di rischio dei tumori, le dipendenze e l’importanza dello sport”, si rivolge agli studenti del terzo, quarto e quinto anno.

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A TUTTO GIOCO
Quando si lavora con categorie di piccoli giocatori bisogna cercare di unire l’aspetto ludico a quello motorio. L’idea di fondo è quindi quella di consentire ai nostri bambini di apprendere attraverso il gioco, consentendo loro di avere anche uno spazio di libertà utile a stimolare la scoperta autonoma. Questo è il senso delle esercitazioni suggerite. Si tratta di proposte che mirano a includere il bambino mediante un gioco, non obbligatoriamente sport-specifico, che sviluppa contemporaneamente un obiettivo motorio relativo alla coordinazione.

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Come rendere “analitica” un’esercitazione situazionale? Proposte pratiche per insegnare il gesto tecnico attraverso il gioco, manipolando le regole e stimolando i ragazzi a un apprendimento mediato dalle richieste spazio-temporali e cognitive dettate dal contesto.

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Quali finalità perseguire e come farlo coi bambini di 8-11 anni. L’importanza del gioco, dei contesti situazionali e della coordinazione, con l’apprendimento tecnico che deve essere perfezionato e consolidato.

La categoria maggiormente rappresentata in termini di soggetti praticanti, nel modo del calcio, è quasi sicuramente quella dei Pulcini e di conseguenza è proprio quella in cui troviamo il più alto numero di addetti ai lavori.

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