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Silvio Berlusconi cede il Milan e chiude un’era ricca di successi e povera di delusioni. Ma più delle vittorie, negli anni, sono convinto che il Milan di Silvio Berlusconi sia ricordato per le scelte innovative, per la rivoluzione attuata in campo e fuori.

Per Berlusconi il fine non ha mai giustificato i mezzi. Il fine, cioè il successo, andava perseguito e ottenuto con il bel “giuoco”, che doveva divertire i tifosi e conquistare il pubblico neutrale; impossibile “gufare” chi giocava così divinamente. Inutile sottolineare che l’intuizione di affidare la squadra a Sacchi abbia fatto la differenza, come è inutile ricordare che le prime difficoltà non abbiano scosso il presidente, che in quel progetto ha sempre creduto. Vedere il Milan dominare in casa e in trasferta, per noi abituati a squadre chiuse e pronte a ripartire in contropiede, è stato bellissimo. In alcune serate ci siamo sentiti tutti milanisti, perché quello spettacolo doveva essere d’esempio anche per la nostra squadra del cuore.

L’addio a Sacchi per sposare il pragmatismo di Capello è servito a rendere più pingue la bacheca, ma all’uscita da “San Siro” malgrado i tre punti, in tanti si lamentavano: “Non ci divertiamo…” era il ritornello. Ecco, la vera rivoluzione di Berlusconi: il tifoso diventa critico, non si accontenta di vincere, perché alla sua squadra chiede anche di dare spettacolo.

E questo, più dei trofei, lo consegnerà alla Storia.

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