Il Mondiale del 2030 sarà in Spagna, Portogallo e… Marocco. Il Paese africano sta vivendo un momento importante di sviluppo del calcio, fatto sì di passione ma anche di organizzazione, ricerca del talento e soprattutto formazione.
Carlos Bilardo, ex CT dell’Argentina Campione del Mondo nel 1986, ha sempre visto molto lungo. Studioso di calcio come pochi (celebre la sua stanza stracolma di videocassette, da cui la frase di Caniggia: “A parte Bielsa, non ho mai incontrato un tecnico così ossessionato dall’analisi”), figlio calcistico di Osvaldo Zubeldía, inventore del grande Estudiantes degli anni Sessanta, non smetteva mai di curiosare su tutto ciò che avveniva nel mondo del futbol. Anche quando le possibilità esplorative non erano quelle di oggi, nemmeno lontanamente. Al principio degli Anni Duemila raccontò di un’esperienza vissuta nel 1975 in Marocco, dove il suo Estudiantes era stato invitato a un prestigioso torneo locale: “Non ho dubbi che questo diventerà un grande Paese calcistico. Vedi la gente con quanta passione gioca in ogni angolo? Ecco, questo li porterà molto avanti”.

Il lavoro federale del Marocco
Il discorso si allargava poi anche sul calcio africano ma quel vaticinio del Narigon, come tutti lo chiamano, distribuito alla televisione argentina, è rimasto nella memoria collettiva che lo accompagna e ripescata in occasione dell’ultimo Mondiale, quando, appunto, il Marocco si issava addirittura fino alle semifinali: mai nessuna africana era giunta così in alto. Il Paese è in verità cambiato molto, ovviamente, dagli anni Settanta ma ha mantenuto lo stesso sentimento verso il calcio. Ancora oggi il Gioco nel paese del Maghreb è diffusissimo, ovunque: campi da calcio, ma anche vie e strade sterrate. Passione, insomma. Una cosa però che Bilardo non avrebbe potuto sapere è che a questa palese esplosione del calcio in Marocco avrebbe coinvolto anche la diaspora.
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Foto copertina: Imago.


