settore giovanile

  • Gli speciali de Il Nuovo Calcio - master Master settori giovanili

    Quanto è importante il progetto societario, le linee guida dettate e la coerenza nel perseguirle. Una serie di riflessioni e di proposte pratiche indispensabili per l’allenatore di settore giovanile.

    La domenica pomeriggio del Master 2018, dedicato al settore giovanile, è intervenuta la Juventus, rappresentata dal coordinatore tecnico dell’attività di base, Stefano Baldini, e dall’allenatore dell’U12 bianconero, Edoardo Sacchini. Il primo ha proposto in aula alcuni concetti imprescindibili per lavorare al meglio coi giovani, collaborando con il secondo nello svolgimento delle proposte sul campo.

  • E' arrivato "Settori giovanili d'Europa 2" - Metodologie ed esercitazioni.
    Dopo il successo del primo libro di Ennio Bulgarelli, allenatore Uefa B, e Alessandro Iori, giornalista sportivo, gli autori confrontano le modalità operative di cinque vivai stranieri e quattro italiani: i settori giovanili di Bayern Monaco, Real Madrid, Ajax, Manchester City e PSG, Milan, Atalanta, Empoli e Udinese.
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  • Sprint, arresti e ripartenze durante gli allenamenti rivestono più che mai un ruolo determinante nel calcio perché si alternano frazioni ad alta e bassa intensità. Come lavorare in modo efficace coi giovani.

  • L’intervento in aula e in campo dell’allenatore dell’Empoli è stato incentrato sulla gestualità del passaggio. L’importanza del “gioco”, delle scelte e di ricercare la profondità.

    In questo articolo, che ho accettato molto volentieri di scrivere direttamente, parlerò del mio intervento al Master de Il Nuovo Calcio. Innanzitutto, desidero ringraziare tutta l’organizzazione per aver vissuto un momento del genere. Al termine ci si sente arricchiti, si capisce di aver appreso qualcosa di nuovo, di... sapere di più. Questo grazie anche al confronto informale con tutti i mister presenti. Prima di entrare nei dettagli della relazione, vorrei incentrare il focus sulla locuzione “allenare il passaggio in situazione”: si intende quando il possessore deve scegliere in virtù dei posizionamenti di compagni e avversari; il lavoro in tale direzione è motivato da fondamenti di neuroscienze. Quindi, in questo scritto, dopo una prima parte più didattica, vedremo come stimolare la giocata in profondità e in che modo agire sul campo (l’articolo rappresenta un sunto della relazione di Alessandro, per chi volesse approfondire vi sono i video completi dell’evento, ndr).

    Il passaggio
    Possiamo definirlo come l’atto di trasmissione della palla a un compagno: siamo di fronte all’unione tra due elementi, rappresenta il collegamento tra un’azione individuale e una collettiva in fase di possesso. Possiamo classificarlo secondo la sua direzione o la sua funzione, riconoscendo di conseguenza tipologie direzionali e funzionali. Per la sua direzione, possiamo identificare il passaggio:

    - in profondità (o verticalizzazione);
    - indietro (in scarico);
    - incrociato – si indica la trasmissione solitamente aerea, che va da una parte all’altra del campo, un cambio gioco insomma;
    - trasversale, tipico del giro palla.

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  • Gli speciali de Il Nuovo Calcio - Settore giovanile

    Perché è importante andare oltre al “giocatore pensante”. La percezione delle informazioni, la lettura corretta di queste e l’attuazione di comportamenti efficaci e funzionali al contesto di gioco.

  • I concetti di resilienza, di attenzione e di autocontrollo sono un po’ trascurati dalle generazioni attuali. La loro genesi e perché sono importanti.

    La fatica potrebbe essere definita come “Una riduzione acuta di performance che comprende sia un aumento percettivo dello sforzo nel produrre una determinata forza sia eventualmente un’incapacità di produrre questa stessa forza”. La fatica è un dato scientifico, ma la soglia di sopportazione della fatica è puramente soggettiva. Occupandomi da più di 10 anni di giovani penso che questo aspetto debba essere introdotto fin da adolescenti, se non da bambini, ovviamente in quest’ultimo caso in forma ludica.

  • Nel calcio giovanile l’estro creativo è tutto. Grazie alla tecnica il calcio diventa emozione: per questo un buon allenatore non deve limitare i bambini nella loro fantasia. Ecco il principio su cui si basa la filosofia di Andrea Biffi, nostro relatore a Coverciano.

    Era il 19 aprile del 2000, il Real Madrid affrontava in trasferta il Manchester United campione d’Europa in un quarto di finale di Champions indimenticabile per la storia del calcio. Fernando Redondo regalò a Raul l’assist del facile 3-0, l’azione scaturì da una soluzione personale dell’asso argentino: el taconazo. Apparentemente semplice, ma bello da vedere, il guizzo del metronomo madrileno ha permesso a molti di capire che il nostro sport può essere istinto, ma anche estasi per gli occhi.

  • Frequentemente si allenano i propri giocatori nella fase di possesso creando delle proposte in cui gli attaccanti sono in superiorità rispetto ai difensori. Purtroppo, questo in partita succede raramente. Ecco alcune esercitazioni per stimolare l’attacco in inferiorità. E non solo.

    La maggioranza degli allenatori, inclusi quelli che operano ai massimi livelli, lavorano solitamente con la superiorità numerica in fase di possesso. Ma questo è ciò che avviene in partita? In realtà no! Ecco perché è necessario rivedere alcune delle esercitazioni che utilizziamo. Dobbiamo capire la realtà del gioco: di frequente in fase di possesso si è in inferiorità numerica, ma questa tipologia di situazione non viene stimolata in maniera costante.

  • L’allenamento di qualunque sport è veramente efficace se si avvicina a quelli che sono i parametri della realtà della gara per cui ci si allena. Ed essendo la partita il contenitore di tutti gli stimoli che il giocatore dovrebbe ricevere nel corso delle sedute di allenamento, ecco che la proposta che l’allenatore esegue in settimana deve necessariamente focalizzarsi su quelli che sono gli aspetti da migliorare e sviluppare maggiormente.

  • Le caratteristiche dei Piccoli Amici e le attenzioni che deve avere l’istruttore nel rapporto con loro.

    Nel considerare il contesto socio-culturale attuale è fondamentale partire dal tempo/spazio vissuti dal bambino nel momento libero della sua giornata (che spesso manca). I pochi stimoli al gioco di movimento, dovuti alla sedentarietà del bambino di oggi, portano a una sorta di analfabetismo degli schemi motori di base, oltre che relazionale e sociale. Pertanto è di fondamentale importanza considerare le differenze individuali sia in termini di diversità biologica, che quasi mai coincide con quella anagrafica, sia i differenti stimoli (in frequenza e intensità) socio educativi-motori vissuti. Premesso questo, è importante che l’educatore/allenatore possieda delle conoscenze teoriche di riferimento sui cambiamenti psicologici e fisici delle diverse fasi evolutive dei Piccoli Amici (bimbi di 5-6 anni).

  • Come preparare delle proposte da campo che partendo dall’esecuzione di gesti tecnici senza avversari si trasformano in situazione.

    Nel settore giovanile (ma non solo) le sedute dovrebbero essere studiate e organizzate con una didattica adeguata al gruppo squadra, attraverso proposte con obiettivi e contenuti che vanno a determinare la formazione tecnico-tattica e psico-fisica del calciatore. Per questo ogni allenatore deve porsi sempre una serie di quesiti per pianificare un allenamento, andando a costruire esercitazioni che si collegano tra loro e hanno come direzione la continua interpretazione del gioco. Negli anni passati, ricoprendo anche il ruolo di direzione tecnica di settori giovanili, mi è capitato di condividere e analizzare le sedute coi tecnici; spesso mi trovavo con loro per studiare le possibili soluzioni per ottenere una sessione dinamica e molto efficace. Uno degli obiettivi era quello di strutturare situazioni didattiche con esercizi che collegavano la tecnica alle situazioni.

  • Come insegnare i comportamenti ideali a un difensore che deve affrontare in duello un attaccante fino ad arrivare ai movimenti della linea difensiva.

    Dagli anni ‘90 ad oggi il ruolo del difensore si è evoluto, come del resto il modo d’interpretare la fase di non possesso da parte della linea difensiva. Il moderno difendente si è dovuto adattare alle maggiori richieste fisiche e tecnico-tattiche del gioco, cambiando alcuni aspetti dei suoi atteggiamenti.

    Ad esempio:
    -l’appoggio dei piedi;
    -la tecnica di corsa;
    -la posizione fondamentale; le posture;
    -i princípi tattici individuali.

    Anche dal punto di vista tecnico, il difensore si è dovuto adeguare alle nuove strategie: infatti, diversi allenatori (e speriamo sempre di più), soprattutto nei settori giovanili, prediligono la costruzione dell’azione dal basso, quindi il difensore deve essere in grado anche di gestire il possesso. In questo articolo cercheremo, con l’ausilio di esercitazioni tecnico-tattiche, fisiche e integrate di far muovere al meglio la nostra linea difensiva, partendo comunque dal miglioramento del singolo, vero obiettivo di ogni vivaio.

    APPOGGI E POSIZIONE FONDAMENTALE
    Per agire al meglio e in modo efficace quando si è senza palla, è doveroso insegnare quanto prima la posizione fondamentale. Il difensore deve, in linea di massima, avere:
    -lo sguardo “avanti” per controllare la situazione;
    -il tronco flesso anteriormente, con il corpo che si frappone fra palla e porta;
    -le ginocchia semi-flesse;
    -gli arti inferiori divaricati in direzione antero-posteriore;
    -il “carico” sugli avampiedi.

     

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  • La riflessione

    Come si sviluppa un talento e come può l’ambiente che circonda un atleta di prospettiva aiutarlo e indirizzarlo verso la miglior performance possibile? In che modo si possono trovare aspetti “futuribili” in qualcosa/qualcuno che sembra “ordinario” al momento? E quali possono essere le strategie per scoprire un talento che ancora non lo è? Queste sono le domande che hanno dato il là a tale scritto. Per analizzare la situazione, partiamo da qualche “ricerca” come quella di Rasmus Ankersen, autore del libro “The gold mine effect” e presidente della squadra di calcio danese FC Midtjylland.

    Ankersen ha girato il mondo per sei mesi con l’obiettivo di provare a rispondere a diverse domande che aveva in testa in riferimento a questo tema: ad esempio, come mai 137 delle migliori 500 golfiste donne sono coreane? Perché i più forti maratoneti al mondo vivevano quasi tutti in villaggi in Kenya e in Etiopia? E quali sono i segreti dietro la nascita continua di giocatori di calcio in Brasile? L’autore danese, pertanto, ha visitato questi posti, si è allenato in loco e soprattutto ha trascorso le giornate con questi atleti, cercando l’esistenza di un codice comune che consentiva a un talento di trasformarsi in un atleta di classe mondiale. I posti dove ciò accadeva con una frequenza ricorrente li ha definiti The gold mine effect, cioè effetto miniera d’oro.

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  • L’ultimo articolo della mini-serie di Andrea Biffi dedicata ai più piccoli: il focus è sul tiro in porta. Per i più piccoli, imparare a calciare deve avvenire attraverso il gioco e la scoperta, mentre nei Pulcini bisogna apprendere la tecnica del calciare mediante un percorso didattico più approfondito.

  • Perché il gioco è fondamentale per stimolare l’apprendimento nei giovani calciatori. Le strutture da utilizzare e l’importanza delle emozioni.

    I termini istruttore e formatore sono spesso usati come sinonimi, ma a mio parere sono esattamente l’uno il contrario dell’altro: l’istruttore è colui che istruisce, che dà istruzioni, che trasmette il suo “sommo” sapere, che dice “si fa così”; il formatore invece è colui che aiuta il “formando” ad acquisire una propria forma, una propria identità. A tal proposito è chiaro che i bambini non sono vasi da riempire, ma fiaccole da accendere. Proprio da questo concetto sono voluto partire al Master de Il Nuovo Calcio, in merito al quale vi propongo un sunto del mio intervento in aula e sul campo.

    Tornando al discorso precedente, spetta a noi la scelta da compiere: dobbiamo capire cosa vogliamo essere per i nostri ragazzi: vogliamo “riempirli” di nozioni oppure considerarci una scintilla per provare a innescare quel fuoco che ogni singolo ragazzo alimenterà nel tempo in base alle sue potenzialità. Spesso pensiamo che il bravo “allenatore” sia quello che spiega tanto, che corregge, che dà consigli durante una seduta, una partita, che guida la squadra, ma siamo sicuri che così facendo aiutiamo un giocatore a esprimersi al meglio e soprattutto ad acquisire competenze di gioco durature? Secondo il pedagogista americano Edgar Dale, mediamente una persona dopo due settimane tende a ricordare il venti per cento di ciò che ascolta e il novanta per cento di ciò che fa. Nel primo caso si parla di un apprendimento di tipo passivo, utile nello sviluppo di memoria a breve termine, mentre nel secondo di apprendimento attivo, in cui viene sollecitata la memoria a lungo termine, elemento prezioso poiché, se ben stimolato, permette al giocatore di interiorizzare determinate competenze che lo renderanno, nel tempo, indipendente dall’aiuto dell’allenatore che lo ha sempre guidato in ogni situazione.

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  • Scegliere la metodologia globale o quella analitico-situazionale in base ai gesti da allenare. Una serie di esercitazioni utili allo scopo.

    In un momento storico particolare per il nostro calcio (eliminazione dai Mondiali, partite della nostra Serie A in cui nei 22 in campo a volte non viene schierato nemmeno un italiano...) tra le critiche più frequenti vi è quella che nei settori giovanili non si insegna più la tecnica o che bisogna fare più tecnica.

  • Perché è conveniente nel settore giovanile impostare il gioco dal portiere. I vantaggi e le proposte per farlo indicati da Giovanni Valenti nel corso del suo intervento al nostro Master.

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