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  • La Juventus fa ufficialmente paura. Anche in Champions. La vittoria 1-0 sul campo del Manchester United è di quelle che contengono un messaggio a tutte le avversarie, non solo a chi a lungo non ha visto palla.

    Esagerata la superiorità nei primi 30’, quando la Juve con il palleggio ha cancellato dal campo gli avversari: il 4-3-3 bianconero con Bentancur, Pjanić e Matuidi a centrocampo ha dominato la scena, arrivando addirittura a far sedere in panchina sconsolato Mourinho.

    L’allenatore del Triplete nerazzurro, beccato sul finale dai tifosi juventini, ha schierato Rashford e Martial larghi dietro l’unica punta Lukaku, ma i due anziché attaccare Cancelo e Alex Sandro sono addirittura stati schiacciati sulla linea dei difensori, sintomo di un dominio totale e che in campo ci fosse una squadra sola.

    Paul Pogba, che tanto vorrebbe trasferirsi a Torino, nel secondo tempo ha colpito un palo sull’unica disattenzione della Juve, una palla persa che poteva costare cara, ma sarebbe stata una beffa esagerata, perché il dominio esercitato sull’avversario meritava la vittoria, la conquista dei tre punti.

    La vittoria a Manchester, fa derubricare a “disattenzione” i punti persi con il Genoa. La vittoria di Manchester dice che la “Coppa dalle grandi orecchie”, ha una superfavorita: la Juve.

    E il calcio italiano ieri sera ha festeggiato pure la vittoria per 3-0 della Roma.

  • Ha vinto il migliore. E il migliore è stato l’Ajax. Nettamente il migliore, perché nel secondo tempo i “lancieri” hanno dato spettacolo. Come a Madrid, contro il Real.

    La sconfitta della Juventus, 1-2 il finale, non è altro che la logica conseguenza di quanto si è visto in campo: da una parte una squadra spenta, atleticamente appesantita; dall’altra un’orchestra che ha suonato calcio soprattutto nel secondo tempo, quando i reparti di Allegri si sono sfilacciati.

    Non è bastato il solito gol di Ronaldo, perché l’Ajax ha pareggiato subito con un po’ di fortuna, ma nel secondo tempo ten Hag ha visto i suoi creare almeno cinque palle-gol e segnare una rete di testa con de Ligt.

    In quello che doveva essere l’anno del “triplete”, la sconfitta con l’Ajax certifica il fallimento del progetto. Sabato arriverà lo scudetto, ma oggettivamente è troppo poco. Per quello bastavano la squadra e il budget dell’anno scorso.

  • Ha vinto l’Atalanta. Viva l’Atalanta, prima in Italia a battere la Juventus. E’ finita 3-0, ma ancora una volta l’Atalanta si dimostra la squadra peggiore da affrontare: corsa, intensità e qualità il marchio impresso da Gasperini. Proprio così: l’Atalanta non ti lascia ragionare, ti ruba il tempo sulle giocate, ti obbliga a buttare la palla e quando può giocare in spazi ampi ha attaccanti che non perdonano (e centrocampisti che si inseriscono…). Le sovrapposizioni in fascia sono devastanti, perché Hateboer e Castagne hanno passo e forza.

    Ma se l’Atalanta ha giocato alla grande, la Juventus non è parsa quella vista nel 2018: già contro la Lazio aveva rischiato di finire sotto 2-0 (incredibile l’errore di Immobile), dimostrandosi lenta e prevedibile. Una squadra macchinosa, che non riesce a creare, Dybala ancora una volta nettamente sotto la sufficienza e Cristiano Ronaldo si è visto solo al 92’. Clamorosi gli errori dei difensori… ma a stupire è ancora una volta l’apatia di Dybala, che non sta facendo nulla per cercare di non far rimpiangere Mandzukic, il vero titolare accanto a CR7.

    Se la sconfitta della Juventus fa rumore, quella della Roma è altrettanto fragorosa: 7-1 non è assolutamente un punteggio tollerabile. La serataccia può starci, una sconfitta anche, ma il 7-1 no: è risultato da oratorio, non da calcio professionistico. Dopo l’espulsione di Dzeko, sarebbe bello capire chi ha voluto far salire ulteriormente la linea difensiva, perché recuperare il 4-1 in 10 era impensabile e c’era da gestire una sconfitta che arrivava tre giorni dopo la rimonta subita a Bergamo. Il vento del malcontento che aveva preceduto la gara, si è trasformato in bufera. Si salvi chi può!

  • Tutto o quasi secondo previsioni. Roma prima e Juventus seconda. Due vittorie contro Qarabag e Olympiakos come da previsione, due partite giocate con il freno a mano tirato perché il campionato più equilibrato degli ultimi anni non permette distrazioni.

    Proprio così: quando giochi in campionato cerchi di mettere la partita in ghiaccio perché incombe la Champions, ma quando giochi in Europa e la situazione lo consente si centellinano le energie perché la Serie A è alle porte.

    La Roma, comunque, complice il pareggio tra Chelsea e Atletico Madrid, ha compiuto il vero capolavoro: la squadra di Di Francesco ha vinto il suo girone e alzi la mano chi lo pensava al momento dell’estrazione. La Juventus, invece, ha fatto il compitino, facilitato (ma questo è un merito) dal gol che Cuadrado ha segnato in apertura di partita.

    Ora tocca al Napoli, per il quale la situazione è molto più complicata di quanto non lo fosse per Roma e Juve prima del fischio d’inizio delle gare di questa sera. Serve vincere contro il Feyenoord, mentre il City dovrà uscire con tre punti dalla partita con lo Shakhtar. Ma tutto il mondo è paese e il prossimo turno di Premier ha in calendario il derby di Manchester. United contro City. Mou contro Pep. E come direbbero a Napoli “Ccà nisciuno è fesso”!

  • Doppio Italia-Spagna: Barcellona-Roma e Juventus-Real Madrid. L’urna di Champions ha gelato la Roma e raffreddato gli entusiasmi della Juve, perché ora ci saranno le dichiarazioni di facciata, ma c’era chi sperava potesse andare meglio.

    Il Barcellona è più forte della Roma, a Di Francesco e ai suoi servirà un miracolo. Inutile nasconderlo, Valverde ha a disposizione un organico superiore: il Barça non è solo la squadra di Messi (anche se basterebbe per terrorizzare chiunque). Da qualche tempo Valverde è passato al 4-4-2 abbandonando il 4-3-3 che era diventato il marchio di fabbrica dei catalani, la squadra gioca bene e in patria non ha rivali (22 vittorie e 0 sconfitte in 28 partite). Cosa si inventerà Di Francesco? Raddoppiare Messi non basta, perché anche Suarez è un pericolo negli ultimi 25 metri e Dembelé è tornato a essere il giocatore visto a Dortmund. Poi ci sarebbe Iniesta, “Don Andres”, il calcio fatto uomo. E, in molti entrando al “Camp Nou”, si ricorderanno che un paio d’anni fa era finita 6-1. Non il massimo.

    Juventus-Real Madrid è la partita che i bianconeri volevano giocare. Non nei quarti, ma in finale. Troppa ancora l’amarezza per il secondo tempo del giugno scorso a Cardiff, quando Cristiano Ronaldo alzò la Coppa al termine di una gara nella quale la Juve giocò solo per 45’. La Juve si sente menomata a causa degli acciacchi e delle squalifiche che all’andata la priveranno di Pjanic e Benatia, ma dalla sua ha i numeri di una stagione nella quale in Serie A ha perso solo 8 punti in 28 giornate. Il Real nella Liga ne ha già perse 5, ma negli scontri diretti sa fare male. Chiedere al PSG per avere conferma.

  • Così no. Così fa male. Così va veramente male. La Juventus vista a Madrid è una squadra che gioca la partita perfetta, che domina in casa degli avversari otto giorni dopo aver perso 0-3 a Torino. Questa è un’impresa che può essere fatta solo da un gruppo di uomini veri, che hanno saputo guardarsi in faccia e si sono detti: “Se c’è anche una sola possibilità ce la andiamo a giocare”.

    La Juventus vista a Madrid è stata praticamente perfetta, perché non solo ha segnato tre volte, che già di per sé è una prodezza su un campo sul quale si difendono tutti, ma ha pure creato delle occasioni, sbagliato un paio di gol. Questa è la risposta da grande professionista di un allenatore, Massimiliano Allegri, che ingiustamente diventa capro espiatorio quando la sua squadra non vince. Il 4-3-3 della Juventus è stato a lungo un rebus irrisolto per il Real e per Zinedine Zidane che guardava incredulo verso il campo, senza trovare le contromosse.

    Tutto perfetto, fino a una manciata di secondi dalla fine quando Benatia ha contrastato Lucas Vazquez davanti a Buffon. Rigore? O si poteva lasciar correre? Ancora: si poteva lasciar correre, facendo in modo che le squadre si giocassero tutto ai supplementari?

    Il portierone della Juventus ha detto che dopo una partita simile, in una situazione del genere se si fischia al posto del cuore si ha un bidone dell’immondizia. Che non si possono castrare così i sogni di una squadra. Parole forti, intrise di stizza e delusione.

    A noi, invece, è rimasta la sensazione di aver visto una partita splendida, con una squadra che ha giocato come le imponeva la storia del club. Una squadra della quale andare orgogliosi.

  • Juventus promossa, ma solo per 10’. Poi si visto solo, o quasi, il Tottenham. L’ottima partenza della squadra di Allegri è stata agevolata da una serie di errori della difesa inglese, che dapprima ha lasciato libero Higuain su punizione di Pjanic e poi ha steso Bernardeschi in area con un fallo che ormai non si vede più neppure sui campi di provincia.

    Sul 2-0 al 9’ la Juventus ha concesso campo al Tottenham, che non ci ha messo molto a schiacciare i due centrocampisti bianconeri, mentre per Mandzukic, Douglas Costa e Bernardeschi ripartire si è fatto sempre più facile. La prova negativa di Alex Sandro ha privato la Juve di una freccia importantissima, perché il brasiliano, quando è in giornata, è un continuo campanello d’allarme per la difesa. Ottima, invece, rigore sbagliato a parte, la partita di Higuain che ha segnato, fatto salire la squadra, battagliato con gli avversari e servito assist.

    Il 4-2-3-1 di Allegri all’inizio ha pagato, ma appena il Tottenham ha accelerato, il centrocampo bianconero è sparito, si è trasformato in un reparto anonimo, incapace di interdire. Figuriamoci di ripartite. La rete del 2-1 è una logica conseguenza di quanto visto in campo. Ovvio che se Higuain avesse segnato il rigore al 46’ del primo tempo le cose sarebbero andate diversamente, ma l’argentino non è l’uomo al quale affidare una conclusione dagli undici metri. In Argentina e a Napoli ne sono convinti.

    Nella ripresa, Allegri ha abbozzato una sorta di difesa a tre (con De Sciglio accanto a Chiellini e Benatia), ma un erroraccio di Buffon ha regalato il 2-2.

    Analizzando la gara il risultato è giusto. Come è giusto il piccolo vantaggio che gli inglesi hanno in vista del match di ritorno. Più di Dybala, alla Juventus è mancato Matuidi, che avrebbe dato solidità al centrocampo. A Londra, però, servirà giocare a un ritmo più alto. Così non si passa.

    La Champions non è il campionato. Il Napoli lo ha scoperto a dicembre. La Juventus potrebbe scoprirlo a marzo.

  • Non per fare i catastrofisti. Ma ha perso anche la Roma. Le gare di andata del primo turno a eliminazione diretta ci ricordano che in Champions la Juventus ha pareggiato in casa e, ora, la Roma ha perso in Ucraina contro una buona squadra, che nulla a che vedere con quelle viste ieri sera. In Europa League, invece, il solo Milan ha alzato le braccia perché, seppur in modo diverso, Lazio e Atalanta sono uscite sconfitte da Bucarest e Dortmund, mentre il Napoli ha issato bandiera bianca contro il Lipsia.

  • Dopo aver visto il gol in rovesciata che Cristiano Ronaldo ha segnato alla Juventus penso si possa scrivere qualsiasi cosa. Una però è chiara, banale: il Real è più forte, lo ha dimostrato l’anno scorso a Cardiff, lo ha confermato questa sera a Torino, 4 gol in finale, 3 nei quarti.

    Che i Galacticos siano fuori portata i tifosi della Juventus lo hanno capito e hanno applaudito squadra del cuore e avversari. E non è da tutti, perché quando tifi per chi ha vinto sei scudetti consecutivi non è facile ammettere a sé stessi che ci possa essere qualcuno che ti è superiore. Invece lo “Stadium” ha riconosciuto la prodezza di CR7, la forza del Real l’impegno di una Juventus alla quale manca ancora qualcosa per raggiungere la vetta d’Europa.

    Allegri ha scelto di affrontare il Real con il 4-4-2, ma la rete dello 0-1 segnata dal Real dopo 3’ non ha permesso di comprendere se la strategia dell’allenatore fosse giusta o meno. Di certo la Juve ha provato a reagire, Keylor Navas ha dimostrato che Gigio Donnarumma ai “Blancos” non serve, mentre la traversa ha salvato Buffon dal raddoppio (e dal poker) degli ospiti.

    A chi diceva (e scriveva) che Dybala è l’erede di Messi o di qualche fenomeno consigliamo di rivedere la partita (non solo questa). L’argentino della Juventus è un ottimo giocatore, uno dei tre migliori del nostro campionato. Ma non è ancora al livello di chi da dieci anni domina la scena mondiale.

  • Spalle al muro, la Juventus si ritrova ancora una volta nel momento di massima difficoltà. Se la vittoria per 2-0 è utile alla classifica del gironcino, il come sia giunta ci fa comprendere che prima di emettere sentenze ci sia da fare i conti con l'ambiente intero. Allegri sceglie ancora una volta il 3-5-2, Evra dopo aver scosso i compagni fa intendere il motivo per il quale non sia facile spingerlo in panchina. Il gol di Morata timbra il primo tempo, le prestazioni di Hernanes e Cuadrado convincono che si sia imboccata la strada giusta. Zaza regala la tranquillità a fil di sirena.
    Morata segna ancora, cinque gol in cinque partite: a nessuno era mai riuscita una striscia simile.
    È un mercoledì da campioni, perché vincono anche United, City, Real e Psg.
    La Roma regala un tempo e il Bate regala tre gol e spettacolo. Incredibile come la squadra di Garcia si sia consegnata agli avversari, subendo due gol evitabili e regalando la fascia destra. Dopo il secondo tempo, non è piaciuto il terzo, quello degli spogliatoi: il calumet della pace normalmente servito ai giornalisti ha preso fuoco: l'allenatore ha attaccato la squadra e Florenzi ha semplicemente detto "Abbiamo preparato male la partita". Ma chi la prepara la partita?
    Continua la crisi del Chelsea, dopo il 2-2 con il Newcastle, penultimo in Premier, ha perso a Oporto. Normalmente, Arsen Wenger si sarebbe fatto una grassa risata, che questa volta non è partita: l'Olimpiakos ne ha segnati tre all'Emirates e l'Arsenal è quarto nel suo girone. Mal comune, ma è meglio non sentire l'audi.

  • Alla fine hanno vinto tutte. Ma che fatica! L’Inter trova i tre punti al Var; la Juventus li conquista per l’enorme stupidaggine commessa da Zaza; il Napoli segna al 90’. E per ultima la Roma, sufficientemente brutta e fortunata riesce a stendere il Genoa.

    Ed è proprio della squadra di Di Francesco che voglio parlare. In fase di mercato, alla voce acquisti e cessioni, spesso gli allenatori non hanno molta voce in capitolo e, per come è stata congegnata la Roma è evidente che DiFra non abbia detto molto.

    I 20 e più milioni spesi per Pastore e i 26 per Cristante sono lo specchio. Di Francesco gioca con il 4-3-3, quindi senza fantasista. E Pastore è un fantasista! Che l’allenatore ha provato, prima dell’infortunio, a schierare centrocampista con scarsi risultati. Tentativo effettuato per non buttare l’investimento, ma il fallimento è stato evidente.

    Quindi si è passati al 4-2-3-1 e qui Cristante, che ha segnato anche contro il Genoa, non può giocare “secondo talento”, perché i due mediani non dovrebbero fare gli incursori (pena lo squilibrio tattico…). Quindi? Quindi, ne esce una prestazione senza capo né coda come quella contro il Genoa nella quale l’allenatore si è rifugiato nel 3-4-3.

    Pallotta, il presidente, ai suoi diesse chiede di fare trading con i calciatori, ma non sempre le cose vanno per il verso giusto. Così, quest’anno Monchi ha toppato. Ora correrà ai ripari. Scialacquando quattrini, che in estate potevano essere spesi meglio. Nel frattempo la pazienza (malgrado il 3-2 al Genoa) dei tifosi è praticamente al caffè.

  • Il pareggio di De Silvestri a 7’ dalla fine ha consegnato alla Juventus il settimo scudetto consecutivo. Non che dopo la sconfitta di Firenze il Napoli avesse troppe possibilità di scucire il triangolino dalla maglia della Juve, però l’aritmetica e il “Dio del calcio” sembravano non essersi ancora pronunciati. Invece, la vittoria in affanno dei bianconeri sabato sera contro un Bologna molto più che dignitoso e il 2-2 del Toro dell’ex Mazzarri al “San Paolo” sono serviti a emettere la sentenza: 7 scudetti, tre firmati da Antonio Conte, quattro da Max Allegri.

  • Giocare una delle migliori partite dell’anno può anche non bastare per vincere, soprattutto se si gioca contro la Juventus, sempre più vicina allo scudetto. Il Milan piace, ma non può fermare la corsa dei futuri ri-campioni d’Italia. Segnano Mario Mandzukic e Paul Pogba; piace Balotelli e questa è un’ottima notizia per Antonio Conte. Il Napoli ha giocato otto volte senza Higuian: aggiornando le statistiche con la vittoria sul Verona (successo mai in discussione) i successi sono sei e i pareggi due. Sarri sembra aver ritrovato la sua squadra, sarà la partita di sabato a San Siro contro l’Inter a far luce sul futuro del Napoli, oggi a più sette sulla Roma che in serata gioca all’Olimpico contro il Bologna.

    Male la Fiorentina, che perde contro l’Empoli, al primo successo nel girone di ritorno: Paulo Sousa a fine stagione potrebbe liberare la panchina e firmare per lo Zenit San Pietroburgo. È più di una possibilità.

    In zona retrocessione, a Palermo, Walter Novellino rischia la panchina: la sconfitta con la Lazio di Simone Inzaghi, all’esordio tra i “prof”, è stata maldigerita. Soprattutto, dopo sei sconfitte in otto partite, le prospettive sono più cupe. Carpi e Frosinone (sfortunato con l’Inter), sperano nella salvezza.

  • La finale sarà Juventus-Milan, la nobiltà del nostro calcio ha avuto la meglio sulla sfrontatezza dell’Atalanta e sull’imprevedibilità della Lazio. Se, con il Napoli che si era arreso ai quarti, la Juventus poteva essere ampiamente pronosticata, il passaggio del Milan non era poi così scontato. Gattuso prima ha dovuto vincere il derby, poi si è trovato davanti un ostacolo non facile da aggirare. Il successo ai rigori, dopo 120’ non esaltanti, ma equilibrati, ne è la prova.

    Per la Juventus la finale di Coppa Italia, con annessa vittoria (Allegri ne ha vinte tre consecutive) è una piacevole abitudine. Dalle parti di Vinovo non si rinuncia a un obiettivo (ogni riferimento ad altri club è puramente voluto), ma si gioca sempre per vincere. La rosa ampia permette di variare la formazione, ma Allegri è sempre molto bravo a motivare i suoi. L’Atalanta ci ha provato in tutti i modi: ha aggredito la Juve, ci ha provato e ha colpito un palo (cosa che ha fatto pure Douglas Costa), ma alla fine ha dovuto arrendersi a una squadra più forte.

    Lazio e Milan non hanno segnato né in 180’ né nei successivi 30’, anzi hanno pure faticato ai rigori, perché dei primi 5 ne sono stati parati 4. Ma Rino Gattuso ha compiuto l’ennesimo capolavoro, tattica e cuore. L’allenatore che ha sostituito Montella ha ribaltato la squadra, via la difesa a 3 e spazio alla linea a 4, ha scelto il 4-3-3 e fatto giocare tutti nel proprio ruolo. Quello di Gattuso non è un calcio complicato, ma il Milan ora è una squadra ordinata, che sa difendere, ripartire e impostare, la confusione della prima parte di stagione non c’è più. Il successo ai rigori è meritato.

    E tanto per cambiare, un trofeo si assegna ancora con una finale tra Juventus e Milan.

  • Il Toro può giustamente recriminare per la concessione del gol del 2-0. Ma poi serve un esame di coscienza: cosa ha costruito la squadra di Mihajlovic per pareggiare l’1-0 di Douglas Costa oppure cosa ha fatto il Torino prima di subire il gol del brasiliano? Niente! Proprio niente!

    La Juventus, non importa quale sia il risultato finale (perché i gol potevano essere ben più di due), ha dimostrato ancora una volta di essere la squadra più forte d’Italia: i titolari sono i migliori e chi subentra giocherebbe in tutte le altre squadre.

    Rispetto al Napoli, che ha affrontato comunque un avversario più forte, la Juventus ha mostrato di essere più squadra e di avere una mentalità vincente che sotto il Vesuvio ancora manca. I bianconeri hanno giocato con l’intensità di una gara di campionato, non hanno mai trotterellato per il campo e si sono dimostrati concreti.

    Sei scudetti consecutivi e tre Coppe Italia: il dominio pare non avere limiti. Perché la Juve di Coppa ha lanciato un messaggio chiaro: siamo qui per vincere. Tutto.

  • Il bilancio della serata di Madrid, per la Juventus sconfitta 2-0, è semplicemente disastroso. E poco importa se al ritorno la squadra di Allegri ribalterà il risultato.

    Questa è una serata nella quale le cose da ricordare sono poche, visto che la prima conclusione in porta, eccettuata una punizione di Cristiano Ronaldo da 30 metri, è giunta al minuto numero 90, con Bernardeschi che si è visto deviare in corner da Oblak un tiro dal limite.

    L’Atletico, dopo un primo tempo nel quale si è giocato molto a metà campo e non si sono risparmiati interventi decisi, nella ripresa ha mostrato di averne di più. Prima Diego Costa ha sprecato solo davanti a Szczęsny; poi Grienzmann si è visto deviare sulla traversa un tiro dal limite; quindi l’arbitro e il Var hanno annullato un gol a Morata; poi sono arrivate le reti di Giménez e Godin.

    Ma cosa si può salvare della serata di Madrid? Nulla. Nulla, perché ancora una volta quando gli avversari alzano il ritmo, la Juventus mostra di non essere abituata a giocare ad alta intensità. Paragonare Atletico Madrid e Atalanta può sembrare irriguardoso per la squadra di Simeone, ma è andata così anche a Bergamo. Allegri ha certamente commesso un grosso errore rinunciando a Cancelo (finito in panchina perché era l’unica arma per cambiare volto alla partita?), che le assenze di Cuadrado, Khedira e Douiglas Costa abbiano pesato parecchio.

    Poi ci sono le considerazioni su Paulo Dybala: impalpabile. Qualcuno dirà che il centrocampo non ha costruito, che oltre la metà campo la Juventus ci è andata poche volte, ma Cristiano Ronaldo ha cercato di farsi dare la palla per “inventare” qualcosa. Dybala no. E questo basta a farlo salire sul banco degli imputati. Almeno fino al 12 marzo, quando si giocherò il ritorno.

  • La vittoria della Roma sulla Juventus allontana di sette giorni la festa scudetto della squadra di Allegri e ricaccia a distanza il Napoli che nel pomeriggio aveva impartito una incredibile lezione di calcio al Toro.

    Ma se i tifosi della Juventus non devono temere per lo scudetto che campeggerà anche nella prossima stagione sulle maglie della loro squadra del cuore, quattro punti da gettare al vento in due gare sono moltissimi, qualche preoccupazione in più, invece, la devono avere pensando alla singola partita. E ribaltando il discorso sull’Europa.

    La sconfitta, infatti, infila un tarlo nella testa: se Buffon sbagliasse anche contro il Real? Se la Juve andasse in difficoltà pure contro il Real? Se Higuain scioperasse per un tempo anche a Cardiff? Tutte domande lecite, paure che potevano tranquillamente fare capolino anche in caso di un successo sul campo della Roma, ma la sconfitta le catapulta nella testa con irruenza.

    Proprio così: nella testa dei giocatori della Juventus c’è una data una sola, il 3 giugno. E un pensiero fisso: la Champions. Perché tutto il resto è argenteria che in Corso Galileo Ferraris hanno accatastato un po’ dappertutto.

  • Luis Enrique sceglie le parole al miele: "Le emozioni non possono essere quelle della finale di Berlino, ma dico che Juve era forte allora e lo è anche adesso”. Poi lascia spazio alla recriminazione per l’assenza di Sergi Busquet: “Per noi è vitale”. Pronostici non ne fa nessuno: né l’ex allenatore della Roma, né Massimiliano Allegri e neppure Gigi Buffon, che andando in campo si sbilancia più di tutti: “Sono ottimista, da Berlino siamo cresciuti”. Giocata a parole Juventus-Barcellona è tutta qui. Niente proclami, niente frasi fatte, niente di niente. Bello! Bello così!

    Parlerà il campo e nessuno rinuncerà alla sua identità. A quella nuova, il 4-2-3-1 la Juventus, al 4-3-3 con Neymar, Suarez e Messi il Barça. E proprio il 4-2-3-1 deve essere motivo di preoccupazione per i catalani: se Allegri ha detto che non rinuncerà ai 4 attaccanti è perché è certo di avere una squadra in condizioni fisiche ottimali, è perché ha visto tutti i suoi in salute e soprattutto ha undici titolari e sette riserve pronte a dare tutto.

    Cuadrado e Mandzukic dovranno aiutare i centrocampisti, perché sulle fasce andranno a ricevere Neymar a sinistra e Messi a destra, due che palla al piede e in velocità non hanno rivali al mondo. Ma se ci sarà da preoccuparsi in fase di non possesso, la domanda vera è: cosa accadrà quando la Juve avrà palla? Dybala chi lo prende? Ci fosse stato Sergi Busquet la risposta era certa a priori, ma così? Quale centrocampista dovrà pensare a costruire senza perdere di vista la “Joya”?

    Ma il Barça, in quella zona del campo dovrà fare doppiamente attenzione, perché siamo certi che Allegri studierà qualcosa di particolare per sfruttare al meglio anche le qualità di Pjanic. E avere Pjanic, Dybala e Higuain in pochi metri quadrati non è il sogno di nessun difensore.

  • La Juve gioca 30’, ha tre occasioni, ma poi subisce un castigo pesantissimo. La rete di Messi a fine primo tempo è stato il chiaro segnale che nella ripresa potesse accedere qualsiasi cosa. Purtroppo è accaduto il peggio. I tre gol fanno male, parecchio male.

    Allegri, che aveva parecchi infortunati, si era giocato bene le sue carte: 4-3-2-1, linee di passaggio chiuse, Barcellona costretto a un tiki-taka piuttosto sterile e Juve pronta a ripartire in contropiede. Insomma, una squadra fastidiosa, che in caso di disattenzione sapeva pungere.

    L’infortunio di De Sciglio e l’assenza di un sostituto di ruolo, ha cambiato il volto della gara. Allegri ha scelto di inserire Sturaro basso a destra, anche se la mossa più indicata pareva essere l’ingresso di Rugani con il passaggio alla difesa a tre (Douglas Costa e Alex Sandro avrebbero fatto gli esterni), ma così non è stato. Evidente che se Allegri non ha optato per questa soluzione avrà avuto i suoi buoni motivi.

    E ora? Ci sarà da far fronte alle polemiche perché quando una squadra abituata a vincere subisce tre gol è evidente che critica e tifosi muovano appunti. Noi, invece, vogliamo dire una: ok, il Barça è stato superiore; ok, la Juve ha avuto un autonomia di 30’ e ha pagato l’assenza dalla lista Champions di Lichsteiner, ma siamo al 12 settembre. Il tempo per recuperare non manca.

  • Belle per un tempo. E’ poco! Troppo poco. Passi per il Napoli che obiettivamente aveva poche possibilità di battere il Real Madrid, ma il crollo della Roma a Lione è veramente inspiegabile. O meglio una spiegazione c’è l’ha. La mancanza di serenità di un ambiente che dopo la bella e meritata vittoria di San Siro con l’Inter, non ha saputo reggere l’urto della sconfitta in Coppa Italia con la Lazio. Quindi è arrivato il ko in casa con il Napoli. E ancora, la Roma è stata battuta 4-2 anche a Lione. Tre sconfitte in otto giorni!

    La rosa a disposizione di Spalletti è di poco inferiore a quella della Juventus, ma non ci si riesce a spiegare la mancanza di continuità di un gruppo che, sorteggio permettendo, avrebbe (non è ancora detta l’ultima parola come insegna il Barcellona) dovuto giocare la finale con il Manchester United.

    Dopo un ottimo primo tempo, la Roma a Lione si è autocancellata dal campo, infilzata dopo 2’ della ripresa da Tolisso non è più stata capace di reagire, di riprendere il dominio a centrocampo.

    Inutile stare a dire che la squadra potrebbe avere la testa altrove per la questione stadio, perché non è così, ma in società non sono piaciute un paio di uscite dell’allenatore. La prima dopo la vittoria con il Torino quando disse (senza che nessuno facesse domande al riguardo) che sarebbe rimasto solo se fosse stato rinnovato il contratto di Totti e l’altra è la mancanza di chiarezza sul futuro. Spalletti potrebbe aver scavalcato Paulo Sousa nella corsa alla panchina della Juventus (se Allegri dovesse veramente lasciare). Ma a Torino vogliono allenatori vincenti!

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