Vittoria e sconfitta che valore hanno

Vittoria e sconfitta che valore hanno

Il mio sport non è il tuo

Attenzione: guidare i giovani in questo processo è tremendamente complicato. E presuppone che l’educatore utilizzi la vittoria come strumento, non che la ricerchi a ogni costo. John Kirwan, ex All Black e allenatore della nazionale italiana di rugby, ci mette in guardia: “Il pericolo è quando ti aspetti che la tua squadra vinca per confermare il tuo valore personale. Da allenatore, la prima e miglior cosa che devi imparare è dare senza aspettarti niente in cambio, senza lasciare che il tuo egointerferisca coi risultati.” Quando prevale l’atteggiamento passionale o il semplice amor proprio dell’allenatore, la sua funzione per gli altri svanisce.

E veniamo al nodo fondamentale: il risultato della partita appartiene a chi la gioca. Non è dei grandi. Give us back our game, cioè “Ridateci indietro il nostro gioco”, recita una campagna della federazione inglese di qualche anno fa. L’allenatore non vince quando vincono i suoi bambini. L’allenatore vince quando favorisce il divertimento, crea un clima sereno che premia l’entusiasmo, l’impegno e i progressi… non solo i risultati agonistici. Vince quando i propri ragazzi battono le proprie paure. L’allenatore-educatore deve saper discernere se è educativo celebrare un successo o se invece va ridimensionato. Diceva Johan Cruijff: “Il peggio che può capitare non è perdere. Il peggio è vincere 1-0, giocando a casaccio, tutti all’indietro, nella convinzione che questa sia la strada, la filosofia”.

Allo stesso modo, l’allenatore deve essere in grado di capire quando è opportuno lavorare su una sconfitta e quando invece è giusto rientrare negli spogliatoi, sdrammatizzare, distribuire un sorriso e mandare tutti a casa tranquilli. Perciò, le parole “successo” e “sconfitta” non sono sinonimi di vincere e perdere la partita, anzi. Ci possono essere gare vinte che rappresentano sconfitte (comportamentali, di atteggiamento), così come è importante l’idea di sconfitte positive, quelle in cui si impara o si dona qualcosa o quelle in cui si fa un passo indietro per far spazio al migliore.

Nel bagaglio valoriale dell’allenatore dei giovani l’onestà, il rispetto dell’avversario e del percorso di crescita di ognuno, la sportività e la correttezza devono tassativamente venire molto prima del portare a casa il risultato. Il sospetto è che le modifiche ai regolamenti degli ultimi anni, volte in buona fede ad abbassare l’agonismo esasperato nelle gare dei più piccoli, nascondano in realtà l’intento di “togliere” il risultato agli allenatori e ai dirigenti. Peccato che così facendo si privino i bambini di una parte determinante del loro “calcio”.

Investiamo in cultura… sportiva

Dopo le mie partite da ragazzino, in un’epoca in cui non esistevano le app aggiornate in tempo reale, aspettavo il giovedì per vedere i risultati ufficiali delle gare pubblicate dal giornale del CSI. E mi costruivo a mano la classifica completa, gol fatti e subiti, vittorie in casa e in trasferta, differenza reti e media inglese. Per me era parte del gioco, una storia che continuava anche a casa. Eliminando il risultato ufficiale togliamo peso a vittoria e sconfitta, vanificandone in parte il potere educativo e lasciando campo aperto a giornali e riviste non ufficiali che scimmiottano la Gazzetta dello Sport con interviste e titoli fuori contesto.

Invece che eliminare il risultato dovremmo investire in cultura sportiva, formare una generazione di istruttori con radici salde nei valori dello sport e dell’educazione. I migliori tecnici e genitori (in senso sportivo) sono quelli appagati e che non hanno bisogno di ricevere soddisfazioni dai risultati dei ragazzi. A dire il vero, non aiuta la presenza di una classe di dirigenti spesso meno formata degli istruttori stessi e che inevitabilmente valuta gli allenatori secondo criteri anacronistici in cui il piazzamento in classifica la fa da padrone.

A chi ha la responsabilità della guida di altre persone, tanto più se queste hanno un ruolo determinante nell’educazione dei giovani, dovrebbe essere richiesto un alto profilo etico, morale e culturale. Se si vuole far crescere l’intero movimento, in ogni sua forma, investire nella formazione è una partita che non si può più rimandare. Una partita i cui risultati si vedranno a lungo termine. “L’educazione non è una medicina istantanea – ci ricorda Marco Paolini – è una profilassi contro certe infezioni contagiose che tendenzialmente si ripresentano.”

Vedere oltre

Lo sport è uno dei più grandi patrimoni dell’umanità. Permette ai giovani di vivere le emozioni che fanno parte della vita, una vita che alla fine è fatica, sofferenza, disperazione, rabbia, gioia, soddisfazione e felicità. Il risultato degli incontri fa parte di questo mosaico. La sfida è usarlo con saggezza, come un mezzo educativo, e non farne lo scopo ultimo del nostro operato. La capacità di competere, di vincere o di perdere, di elaborare la sconfitta per poi tornare a confrontarsi, è anche il fondamento della nostra vita. Allenare a tutto questo i giovani calciatori è un privilegio, ma anche un lavoro di immensa responsabilità e fatica: trattiamolo con il rispetto che merita.

Autore: Matteo Zago.
Foto: Italyphotopress, Sartoriafotografica, 123RF

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