Dallo studio degli avversari allo sviluppo della propria organizzazione tattica: come e perché studiare le diverse contrapposizioni tra sistemi e quali aspetti tenere in considerazione.

Preparare la partita è da sempre una questione importante cui dedicarsi durante la settimana di lavoro e di conseguenza è necessario esaminare non pochi fattori, quali:
• le caratteristiche degli avversari (filosofia di gioco, atteggiamento e peculiarità dei singoli);
• le qualità della nostra squadra;
• lo stato di forma psico-fisica in un determinato momento della stagione;
• le eventuali assenze legate a squalifiche e infortuni, che possono condizionare l'abituale atteggiamento o il “modello” di gioco del nostro undici o di quello antagonista.

Le caratteristiche della squadra da affrontare vengono ormai studiate sulla base di almeno 3-4 gare osservate a video, più una (l'ultima o la penultima prima del match) dal vivo, per meglio identificare se vi sia un diverso atteggiamento in casa piuttosto che in trasferta. Questo ad alto livello, ma anche nei dilettanti, attrezzandosi per tempo, è possibile avere informazioni interessanti sui futuri avversari. È con- veniente valutare anche gli avversari contro compagini che adottano il nostro stesso sistema di gioco per meglio comprendere i meccanismi nella fase di possesso e il tipo di organizzazione difensiva.

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Come organizzare con la propria squadra la fase di possesso e chiarire ai propri uomini i vari comportamenti da tenere nello sviluppo dell’azione.

Uno dei compiti di ogni allenatore è quello di chiarire in modo inequivocabile ciò che desidera dai propri ragazzi. Questo non significa certo vincolarli in schemi ripetitivi o obbligarli in giocate sempre codificate. Infatti, l’interpretazione dei calciatori – in particolar modo nella fase di possesso – e le loro letture devono essere stimolate con costanza perché sono loro i veri protagonisti del gioco. Tuttavia, il tecnico deve metterli in condizione di esprimersi e dare loro dei riferimenti univoci in modo che tutta la squadra pensi allo stesso modo.

Nello stesso tempo. In tal caso la squadra saprà sempre “cosa fare” in ogni situazione e saprà agire consapevolmente con tutti gli elementi che saranno stati preparati a comprendere come agire in base alle azioni dei propri compagni. Chiarito questo, a mio avviso conviene che i giocatori sappiano quali sono le diverse zone e come comportarsi in ognuna di queste. Inoltre, devono conoscere le difficoltà che in ognuno di questi settori possono provocare gli avversari così da essere preparati a eventuali contromosse. E tutto ciò deve essere provato in allenamento per offrire a tutto l’undici quelle conoscenze utili a giocare al meglio.

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Il numero di squadre che utilizza la difesa a tre negli ultimi anni è sicuramente aumentato. Ecco che diventa importante per gli allenatori capire come sfruttare tale dislocazione per impostare al meglio l’azione. I comportamenti degli uomini vicino alla palla.

Una delle principali ragioni per cui si sceglie di giocare con la difesa a tre è quella di avere un giocatore in più nella fase di costruzione bassa per uno scaglionamento più ampio in senso orizzontale nella prima linea di costruzione rispetto alla classica disposizione a quattro che impiega solo due giocatori (i due difensori centrali). Per questa ragione, infatti, anche nelle soluzioni a quattro, molto spesso si richiede l’abbassamento di un centrocampista o lo scivolamento di un difensore laterale per avere una prima linea con tre elementi. Per tale motivo, quindi, questo articolo è chiaramente rivolto a tutti gli allenatori che giocano con sistemi di gioco con tre difendenti, qualunque sia la disposizione in campo in fase difensiva.

Per analizzare bene i princìpi e più comuni sviluppi della costruzione con tre difensori è essenziale capire in che modo l’intera squadra si dispone in campo per la fase di possesso, poiché i riferimenti e i movimenti variano sensibilmente a seconda della dislocazione di centrocampisti e attaccanti. Possiamo dire, generalmente, che tali soluzioni tattiche possono essere suddivise in due grandi categorie:

- sistemi di gioco in fase offensiva con tre difensori centrali e un cen- trocampista centrale, tipici di schieramenti quali il 3-5-2, 3-3-4, 3-rombo-3;

- sistemi di gioco in fase offensiva con tre difensori centrali e due centrocampisti centrali, caratteristici di schieramenti quali il 3-4-3, 3-4-2-1, 3-quadrilatero-3 (W-M – parleremo però di questo tipo di costruzione nel prossimo numero).

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Come utilizzare queste esercitazioni coi giocatori delle categorie agonistiche del vivaio. Pro e contro e alcune proposte pratiche.

La traduzione letterale di Small-Sided Games (SSG) è giochi in spazi ridotti. Derivano dalle “partitelle” che tutti i bambini hanno giocato almeno una volta per strada o in cortile con i propri amici, le quali, pur non avendo regole ben definite né tantomeno arbitri e allenatori, venivano disputate su un campo più ristretto rispetto a quello regolamentare e/o con un numero minore di partecipanti. Quindi, alla domanda se gli SSG possono essere sfruttati con successo nel settore giovanile, la risposta pare ovvia. Anzi, è proprio in tale contesto che dovrebbero essere maggiormente adottati, sebbene siano importanti anche negli adulti. Gli aspetti positivi e pratici sono diversi: infatti, i calciatori, presi dalla voglia di prevalere sui propri compagni di squadra, si allenano senza risparmiarsi, migliorando sia dal punto di vista tecnico-tattico sia fisico, senza rendersene conto.

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L’importanza delle transizione nel calcio moderno e come stimolare la reazioni rapida alle varie situazioni dei giovani giocatori.

Consultando il dizionario “Treccani”, per transizióne (dal latino transitio -onis, derivato di transire, “passare”), si intende… “Il passaggio da un modo di essere o di vita a un altro, da una condizione o situazione a una nuova e diversa. Più genericamente, in un processo qualsiasi, si considera e denomina fase di transizione una fase intermedia del processo, nella quale si altera la condizione, per lo più di approssimativo equilibrio, che si aveva nella fase iniziale, e che dà luogo poi a una nuova condizione di equilibrio” (dal sito www.treccani.it/vocabolario). Nel calcio, l’utilizzo abituale di questo termine è relativamente recente. Si intende il momento in cui una squadra passa da una situazione di possesso palla a una di non possesso o viceversa. L’aumento dell’intensità di gioco e lo sviluppo del “calcio totale” hanno evidenziato l’esigenza di organizzare e interpretare questi due momenti allo scopo di limitare l’avversario o di sorprenderlo quando meno se lo aspetta. Quando si perde palla, passando da una fase di possesso a una di non possesso, si parla di transizione negativa. Se invece si riconquista il pallone, passando da una fase di non possesso a una di possesso, la transizione è denominata positiva.

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Gli Speciali de Il Nuovo Calcio - Master Settore Giovanile

Il “doppio” intervento sia al Master di Settore Giovanile sia a quello per le Prime Squadre di Cristiano Masitto, che ha spiegato quale lavoro specifico si può proporre con gli attaccanti.

Un successo! La relazione di Cristiano Masitto al Master dedicato ai settori giovanili è stato davvero molto positivo. Dopo la sua parte sul campo, è stato “attorniato” da quasi tutti i presenti che desideravano avere ulteriori delucidazioni su quanto illustrato e dimostrato. E, visto il riscontro avuto, Cristiano è stato invitato anche all’appuntamento per le prime squadre, proponendo questa volta solo in aula un interessantissimo intervento.

l tema trattato, chiarito alcuni numeri fa (precisamente nelle uscite de Il Nuovo Calcio di aprile e maggio 2017) e che sarà approfondito nuovamente con contenuti differenti nei prossimi mesi (per questo abbiamo pensato di sintetizzare molto la sua relazione) era relativo all’allenamento specialistico, tenuto da un allenatore esperto nel campo, per gli attaccanti. Come i portieri che si pre- parano con un mister specifico, perché non ipotizzare un intervento a tutto tondo, sia nelle prime squadre sia nel settore giovanile, che miri a elevare le potenzialità di chi gioca in tale ruolo e a colmare le sue lacune? Infatti, spesso il training con la squadra – anche per ragioni di tempo – non entra nei dettagli dei comportamenti individuali e si riduce a una serie di combinazioni con conclusioni finali (cross dal fondo, giocate uno-due, veli, esche e via dicendo). In realtà, la punta ha bisogno di altro: ha la necessità soprattutto di trovare la rete con costanza. Anche durante la settimana. Perché segnare aiuta a segnare.

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Un mix di riscaldamenti da utilizzare in particolar modo con la categoria Esordienti, ma adattabili anche ai Giovanissimi, per iniziare la meglio la seduta.

Incominciare al meglio la sessione di allenamento è uno degli aspetti che ogni allenatore deve tenere in considerazione in sede di programmazione. Infatti, creare sin dal principio il clima ideale, piacevole e coinvolgente, consente di innalzare la motivazione e l’attenzione su quanto si intende proporre in seguito. E a tal proposito utilizzare il gioco è un’ottima soluzione. Coi più piccini è probabilmente la modalità migliore perché appassiona immediatamente i piccoli giocatori, che avranno voglia di correre al campo perché sapranno di iniziare col divertimento. Coi più grandi, pensiamo alle prime squadre o alle categorie agonistiche del vivaio, occorre invece qualche attenzione in più. Le componenti fisiche sono determinanti e la principale funzione del riscaldamento è quella di preparare il corpo a quanto i giocatori devono svolgere (innalzamento della temperatura corporea e via dicendo). Ecco che tutto deve essere ben codificato e studiato anche in funzione delle esercitazioni successive (tecniche, di forza…). Ma con gli Esordienti come si può agire?

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Cosa tenere in considerazione per incominciare al meglio l’annata con le categorie dell’attività di base. Le attenzioni da avere e 50 esercizi per Piccoli Amici, Primi Calci, Pulcini ed Esordienti.
Settembre, tutte le categorie dell’attività non agonistica prendono il via. E l’istruttore preparato deve, oltre a pianificare le sedute con attenzione, tener presente diversi aspetti per coinvolgere i giocatori che dovrà seguire. Non esistono ricette “buone per tutti”, di questo siamo sicuri, perché ogni realtà, ogni categoria, ogni società presenta contesti differenti che il tecnico competente terrà sicuramente in considerazione.

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L’organizzazione e la convenienza di iniziare a insegnare le finte coi bambini dell’attività di base.

Nel mondo del calcio è consuetudine “etichettare” ogni singolo gesto tecnico con il nome del suo “creatore”: il tiro alla Del Piero, il cucchiaio alla Totti, la punizione alla Pirlo, la finta alla Cristiano Ronaldo. Se queste etichette diventano esempi formativi di fantasia, estro e creatività, allora possiamo utilizzarle come strumento allenante per i bambini. In ogni oratorio e a ogni Open Day calcistico al quale ho partecipato, ho sempre visto i bambini indossare le magliette dei loro idoli e questo mi fa capire come le “gesta” dei calciatori famosi siano ormai alla portata di tutti, anche dei più piccoli, che iniziano così a manifestare il loro interesse per il calcio. Ogni bambino tenta di emulare il proprio idolo, non c’è dubbio; gioca e si diverte immedesimandosi in un campione famoso; cerca di “copiare” le movenze del calciatore visto in televisione. Alzi la mano chi non ha mai fatto la telecronaca di una propria azione, mentre giocava a calcio da solo o con gli amici. Io mi ricordo questa: “La palla viene passata a Van Basten... finta, controfinta, tiro e gol!” Perdonatemi, ma l’attaccante olandese era il mio idolo di gioventù.

CHE STORIE DI CALCIO!
Uno dei gesti che più caratterizzano un calciatore (e caratterizzavano anche le mie telecronache) è proprio la finta: la ruleta alla Zidane, il doppio passo alla Ronaldo, la “bicicletta” alla Robinho, la “Cuauhte- minha” del messicano Blanco, l’elastico alla Rivelino (poi ripreso da Ronaldinho), la giravolta di Crujiff e molte altre ancora. Il catalogo è ampio e fantasioso ed esprime tutta la creatività del calcio. Durante le telecronache (quelle dei giornalisti, non le mie...) sentiamo spesso il termine “veronica” per mettere in risalto le movenze che un calciatore utilizza per spiazzare o sbilanciare il suo diretto avversario, allo scopo di superarlo. L’espressione “fare la veronica” deriva dalle corride spagnole e indica la tradizionale mossa alla quale ricorrono i toreri al fine di ingannare i tori e matarli.

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I comportamenti dei numeri uno per affrontare al meglio una giocata dall’esterno con l’attaccante che anticipa il difensore.

Nel gioco moderno, grazie alla match analysis, è possibile notare che diverse reti vengono segnate dopo un cross indirizzato in area con l’attaccante che riesce ad anticipare il diretto marcatore e calciare di prima intenzione oppure trovando l’impatto con il pallone di testa. Inoltre, capita spesso di osservare che, su queste giocate dall’esterno, vi sono dei pericolosi inserimenti in zona gol da parte dei centrocampisti. In tali situazioni il portiere è costretto a intervenire in diverse modalità:
• con una parata in tuffo dopo contromovimento;
• con un intervento in tuffo sulla corsa;
• con uno spostamento e un arresto.

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Foto: La Presse

Portieri

Quanto è determinante lavorare con il portiere sulla lettura di tempi e spazi in un contesto che si avvicina il più possibile alla partita. Come utilizzare lo scudo per rendere più “reali” le esercitazioni.

Il vecchio detto che i portieri siano tutti un po’ “matti” è stato ormai sfatato da diverso tempo. La parola d’ordine è infatti diventata… equilibrio. Niente “colpi di testa” quindi. O meglio, in questo articolo ci occuperemo sì dei colpi di testa, ma di un altro genere. Analizzeremo infatti tutto ciò che riguarda il gioco aereo per l’estremo difensore e le possibili strutturazioni/applicazioni delle esercitazioni nell’allenamento.

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Una situazione sempre più frequente nel calcio attuale grazie anche all’intenzione di numerose squadre di giocare palla da dietro e di proporre un calcio offensivo. Tutto quello che c’è da sapere per agire al meglio.

Nel calcio moderno l’1>1 (attaccante contro portiere, nel nostro caso) è una situazione di gioco sempre più frequente quanto decisiva. La volontà di comandare la partita attraverso il possesso palla e, una volta perso il pallone, quella di recuperarlo il prima possibile grazie a una pressione “in avanti”, portano spesso le squadre a trovarsi con numerosi giocatori coinvolti nel settore avanzato del campo. Tale atteggiamento, talvolta, espone gli undici a rapidi ribaltamenti di fronte e/o contropiedi, che spesso si concludono con l’attaccante “liberato” davanti al portiere.

Anche la fase di costruzione del gioco dal basso (sempre più diffusa) ha contribuito all’incremento del numero di 1>1 che il portiere è chiamato a gestire. La perdita della palla nella propria metà campo da parte di chi costruisce il gioco, può infatti permettere agli avversari di attaccare ampi spazi liberi, arrivando verticalmente e ra- pidamente in area/porta. Il calcio, infatti, è cambiato profondamente a tutte le latitudini con più squadre, senza alcuna distinzione tra “grandi” e “piccole”, che agiscono in tal modo. Di conseguenza, gli estremi difensori sono più spesso sollecitati nella difesa dello spazio, oltre che nel duello individuale con l’avversario.

IL DUELLO
Nello specifico, l’1>1 rappresenta una situazione complessa per le numerose informazioni che il numero uno deve elaborare per rispondere efficacemente e in tempi brevi al duello. Sono parecchi, infatti, i quesiti cui l’estremo difensore deve trovare risposta per agire al meglio...

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L’allenatore della Fiorentina Women’s racconta la stagione conclusa con lo scudetto e la Coppa Italia e offre uno spaccato sul calcio femminile italiano.

Fiorentino di nascita, ha giocato nella Fiorentina con la quale in gioventù ha pure vinto un “Torneo di Viareggio” ed ora è allenatore della Fiorentina Women’s, la squadra che ha dominato la scorsa stagione. Sauro Fattori, 56 anni, ha la parlata toscana e la gioia nel cuore per un’annata nella quale ha fatto double, scudetto e Coppa Italia, regalando alla famiglia Della Valle, un trofeo (anzi due), che la sezione maschile non ha mai vinto.

Fattori, lei ha iniziato ad allenare le ragazze nel 2012...
«Sì, il presidente dell’ACF Firenze, Andrea Guagni, mi chiese di avvicinarmi al mondo del femminile, gli dissi di sì. Abbiamo vissuto due buone stagioni nelle quali abbiamo conquistato l’ottavo posto; nella terza ci siamo classificati quarti. Poi...»

Poi?
«Poi è arrivata la Fiorentina, l’amore di una vita sportiva. La Federcalcio, per le società di A, ha inserito l’obbligo di avere almeno una squadra giovanile femminile, un’idea geniale per cercare di allargare la base. Noi abbiamo 10.000 tesserate, i Paesi del Nord e la Germania ne hanno due milioni, lei capisce che quando si fa selezione per la Nazionale non c’è proporzione. Il nome dei club di Serie A è attrattivo, aiuta a catalizzare interesse.»

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Il nostro viaggio nei settori giovanili italiani, per questa stagione, si conclude a Milano. Proprio dove siamo partiti. Questa volta le protagoniste sono le ragazze dell’Inter. Il direttore Roberto Samaden e il responsabile dell’attività di base, Giuliano Rusca ci raccontano l’interesse della società nerazzurra per il calcio femminile. Stefano Torriani e Alessio Marelli ci portano direttamente in campo a vedere gli allenamenti.

All’Inter il calcio femminile è di casa. Infatti, c’è da diversi anni una sinergia con l’Inter femminile grazie al legame con Beppe Baresi, bandiera dell’Inter e secondo di Mourinho, e sua moglie Elena Tagliabue. Ci raccontano tutto del progetto attuale Roberto Samaden, il direttore del settore giovanile, Giuliano Rusca, il responsabile dell’attività di base che segue con attenzione le squadre femminili, Stefano Torriani, il responsabile tecnico per le giovani giocatrici e Alessio Marelli, mister della squadra Giovanissime 2003. Partiamo dall’esperienza del direttore Samaden.

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Il progetto strutturato dalla società del patron Squinzi per il calcio femminile. L’organizzazione, la filosofia, le prospettive.

Ci sono diverse strade che si possono percorrere per allestire un settore femminile. Si può partire creando un vivaio ex novo come abbiamo illustrato nei numeri scorsi (vedi il progetto del Milan, della Roma e del Genoa) o iniziare da una realtà già presente nel territorio. A raccontarci le scelte del Sassuolo, il direttore organizzativo del settore giovanile maschile, Alessandro Terzi e la responsabile della sezione femminile, Maria Grazia Azzolini. Quindi, andremo sul campo con l’allenatrice delle Giovanissime, Patrizia Idili.

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Una progressione di lavoro utile per l’attivazione pre-allenamento, la prevenzione e non solo con questo semplice attrezzo, economico e di facile reperibilità.

Il termine mini-band o “ring” (anello, per via della forma circolare) indica un particolare tipo di elastico utilizzato in ambito sportivo. In commercio, si possono trovare mini-band che differiscono per diametro e livelli di resistenza (leggera, media, pesante ed extra-pesante), oltre che per composizione del materiale elastico. Questi piccoli attrezzi, dal costo contenuto, permettono all’istruttore-allenatore motorio di educare all’utilizzo consapevole del proprio corpo sia gli adulti sia i ragazzi. Aumentare la resistenza contro la quale effettuare un movimento può significare amplificare l’impiego di un particolare comparto muscolare. Uno dei vantaggi delle mini-band è la possibilità di essere sfruttate senza l’ausilio di punti di aggancio esterni. Infatti, mani, piedi, gambe o braccia rappresentano sia punti fissi di ancoraggio sia gli effettori del movimento. Inizieremo ora la nostra “avventura” con questo attrezzo partendo dal centro del nostro corpo, il core.

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Allenamento fisico
Le soluzioni per migliorare la tecnica di corsa mutuando proposte pratiche dall’atletica leggera. L’importanza di allenare i piedi.

Il calcio, come la maggior parte degli sport di squadra, è caratterizzato durante il gioco da azioni di corsa che prevedono variazioni di velocità e di direzione. Tali espressioni della prestazione rappresentano sostanzialmente la risposta fisica e tecnica, con o senza palla, alle richieste tattiche delle varie situazioni di gioco. Fino ad ora il modello prestativo del calciatore, risultante dalla match analysis fatta in gara riguardo le tipologie di spostamento, è classificato come segue:
• sosta;
• cammino (4 km/h);
• jogging (8 km/h);
• corsa a moderata velocità (>12 km/h);
• corsa a media velocità (>16 km/h);
• sprint (>20 km/h);
• corsa all’indietro.

È chiarissima l’importanza dello schema motorio del correre in tutte le sue modalità. Si potrà discutere sulla scelta delle distanze, sull’intensità, sulla percentuale di corsa nel complesso delle varie esercitazioni, ma non si potrà mai prescindere da questa. Tutte le forme di corsa provocano fatica e poiché quella effettuata dal calciatore è di natura aritmica (in parte rapida, in parte moderata, in parte lenta), è necessario che l’individuo sappia adattarsi e sia “condizionato” per queste tre forme principali di locomozione. Per i giocatori è determinante saper giocare a calcio e muoversi in relazione alla palla, agli avversari e ai compagni, ma allo stesso tempo è fondamentale correre bene. E soprattutto nei settori giovanili l’educazione alla corsa dovrebbe essere un tema sensibile da affrontare poiché molti piccoli calciatori hanno tecniche inappropriate.

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SECONDA PARTE
Dopo aver visto sullo scorso numero i 7 test studiati da Cook & Burton (FMS), in questo articolo saranno evidenziate delle proposte pratiche da utilizzare durante la settimana tipo per colmare le “lacune fisiche” e migliorare stabilità, mobilità e asimmetrie.

In base ai risultati dei test FMS, è possibile preparare dei programmi individualizzati e, con le dovute attenzioni anche di squadra, per cercare di migliorare la performance del calciatore e intervenire sulle sue problematiche. In questo scritto, pertanto, mostreremo alcune proposte pratiche, sperimentate nel tempo, atte a ridurre gli scompensi e migliorare mobilità, stabilità e asimmetrie del soggetto.

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