Il sonno è un fattore della prestazione del calciatore. Sicuramente l’alimentazione e altri piccoli accorgimenti possono favorirlo.

Il sonno è un vero segreto di salute e troppo spesso viene trascurato. Servono 7-8 ore a notte per un ristoro ottimale. In media s’intende. Vi sono persone che recuperano efficacemente anche con 6 ore. Ad altre, invece, ne servono una quantità maggiore, diciamo 9. Quanto dormiamo e anche come, insieme al ritmo del sonno, influenza la salute e la performance. È fondamentale infatti andare a letto sempre alla stessa ora. Almeno 5 giorni continuativi a settimana. In questa maniera si acquisisce un’abitudine che si associa al miglioramento di numerosi indicatori di benessere fisico e psichico.

Chi è più costante nella durata del sonno notturno, nell’orario di addormentamento e nella qualità del riposo guadagna non solo in salute, ma anche in prestazione atletica, adattandosi meglio agli stimoli dell’allenamento; inoltre, controlla con migliori risultati il peso corporeo, evitando di accumulare eccessivamente massa grassa; ha poi una minor ricerca di alimenti zuccherini durante la giornata e non ultimo riduce in maniera significativa il rischio di infortuni da microtrauma ripetuto, più comunemente chiamati “da stress”.

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Cosa ha portato l’Inghilterra a essere la regina del calcio europeo. Il modello inglese, la sinergia/simbiosi tra comunità e club, le iniziative intraprese.

Quelli recenti non sono stati tempi indimenticabili per il calcio italiano. Gli scontri di San Siro dello scorso 26 dicembre, o i diversi – e spiacevoli – casi di razzismo hanno fatto riemergere i soliti problemi e le classiche polemiche. Strutture vecchie, sistema che non funziona, cultura sportiva inesistente. Insomma, servirebbe una soluzione definitiva, che possa far tornare a quel livello di eccellenza il calcio del nostro paese. A tal proposito, si è più volte fatto appello al cosiddetto “modello inglese” che, per intenderci, a inizio anni ‘90, mise la parola fine al fenomeno degli hooligans, tracciando la strada per l’ascesa inesorabile della Premier League che oggi ammiriamo.

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Una qualità indispensabile per il calciatore: la sua definizione, i presupposti operativi e le esercitazioni.

L'allenamento può essere definito come un processo complesso, il cui obiettivo è quello di raggiungere un risultato o una prestazione sportiva attraverso la corretta pianificazione dei carichi di lavoro. La scelta delle metodiche ha seguito negli anni un’evoluzione: si è partiti dall’imitazione della partita, passando per quella dei campioni fino a giungere al criterio attuale, che consiste nel seguire il modello prestativo, il quale pone in evidenza le qualità fisiche più importanti da sviluppare e migliorare.

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Come mescolare nella stessa esercitazione obiettivi fisici, tecnico-tattici e cognitivi. Le proposte pratiche.

La metodologia di lavoro integrata deriva dal basket e per definizione indica appunto l’integrazione (l’unione) tra l’allenamento tecnico-tattico e la preparazione fisica (compresi gli aspetti motori). Prevede la sinergia di tutte le componenti relative all’unità funzionale del calciatore, ovvero quella tecnica, tattica, fisica, cognitiva ed emozionale. Utilizzare esercitazioni integrate permette di agire contemporaneamente su più obiettivi. Questo modo di lavorare presenta pro e contro.

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L’allenamento di qualunque sport è veramente efficace se si avvicina a quelli che sono i parametri della realtà della gara per cui ci si allena. Ed essendo la partita il contenitore di tutti gli stimoli che il giocatore dovrebbe ricevere nel corso delle sedute di allenamento, ecco che la proposta che l’allenatore esegue in settimana deve necessariamente focalizzarsi su quelli che sono gli aspetti da migliorare e sviluppare maggiormente.

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Perché è importante la coesione in un gruppo per ottenere degli obiettivi. Cambia qualcosa se le finalità sono diverse da quelle della vittoria? È la coesione che porta alla vittoria oppure il contrario? In questo articolo proveremo a fare chiarezza sull’argomento.

Anni fa uscì un servizio su Repubblica… “della squadra che sognava un gol”. Questa squadra di bambini, infatti, perdeva tutte le domeniche con risultati roboanti: 11 a 0, 7 a 0, 18 a 0, 6 a 0. E mai con una rete realizzata. Dal video i bimbi raccontavano le loro partite, i genitori parlavano del campionato e di questa esperienza.

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Stabilire la posizione in campo e i compiti, insomma il ruolo, è uno snodo importante per qualsiasi allenatore e giocatore. Quando lavorare in questa direzione, quando è meglio evitare e come comportarsi.

Uno degli aspetti più delicati nella costruzione di un calciatore è la scelta del ruolo. Nel calcio è fondamentale che ciascun giocatore ricopra aree di campo particolari, muovendosi in modo sinergico coi compagni, utilizzando abilità motorie specifiche (“fisica”, velocità, resistenza, visione di gioco...) richieste dalle situazioni e dal compito da svolgere. Ciascun ruolo necessita della presenza sia di qualità tecniche e fisiche, sia di attitudini di tipo tattico e psicologico. Per uno sviluppo motorio efficiente sono fondamentali allenamento e apprendimento nel tempo. Ma c’è l’età giusta per apprendere un ruolo ben delineato?

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La gestione sopraffina del pallone rappresenta un indubbio vantaggio per il giocatore di qualsiasi livello. I vantaggi di agire in tale direzione fin da piccoli e la progressione di attività.

Le migliori prestazioni e le vittorie delle più grandi squadre di tutti i tempi non sono esclusivamente dovute al loro collettivo, alla preparazione atletica e neppure a una buona impostazione tattica. Sempre più spesso la differenza viene fatta dalla “classe” e dalla qualità tecnica dei singoli. Un esempio tangibile è il Real Madrid guidato da Zidane, vincitore di tre Champions League consecutive nelle ultime tre annate, un undici ricco di talento. Ma cos’è il talento?

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Chi sono stati gli allenatori dei grandi campioni di oggi e quali esercitazioni proponevano ai loro allievi quando erano piccoli? Partendo da questa domanda Filippo D’alesio ha illustrato la sua filosofia, che vede il gioco come protagonista. I campioni di oggi non hanno avuto allenatori che continuavano ad insegnare loro come porsi rispetto al pallone, come mettere il piede…ma sono cresciuti giocando in strada, sui campi di periferia o degli oratori. Il gioco rappresenta, quindi, il più potente strumento formativo attraverso il quale il bambino apprende in maniera del tutto spontanea e naturale.

Giocare può generare creatività, empatia, coraggio, ma soprattutto porta a dover prendere una decisione e adottare una strategia. Inoltre, il giocatore ha la possibilità di sbagliare, con l’errore che non rappresenta un problema almeno fino a quando esso non viene ripetuto e viene quindi a mancare l’autocorrezione del giocatore.

Quali sono i particolari e le tecniche che un allenatore dei portieri deve aver presente nell’insegnamento di questo fondamentale.

Nel calcio moderno uno degli aspetti che caratterizzano il portiere di alto livello è la capacità di intervenire sulle palle alte. L’estremo difensore che, attraverso l’uscita su palla alta, riesce a risolvere una situazione pericolosa costituisce un valore aggiunto per l’intera squadra poiché infonde sicurezza e incrementa la consapevolezza dell’undici stesso di saper difendere con efficacia la propria porta.

L’uscita alta richiede:
- una gestualità motoria complessa;
- un’ottima lettura delle traiettorie;
- una dose di coraggio intrinseca nella personalità del portiere.

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Gli approfondimenti de Il Nuovo Calcio - I portieri
Dopo aver analizzato i “nuovi comportamenti” del portiere, in questo articolo una serie di esercitazioni che hanno come obiettivi la tecnica podalica, la presa, la lettura delle situazioni per trovare la giusta “postura” e l’uscita alta.

Del portiere si dice spesso che debba essere un soggetto polivalente, capace di adattarsi immediatamente alle molteplici situazioni e alle svariate difficoltà che una gara gli propone. Per farlo al meglio le tecniche proprie del ruolo e la “tattica”, intesa anche come abilità nel leggere le situazioni e soprattutto prevederle, sono aspetti determinanti.

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Gli approfondimenti de Il Nuovo Calcio - I portieri

Disponibilità, tempo ed età sono le tre componenti fondamentali da tenere in considerazione quando si lavora con i portieri. A queste, ad alto livello, va aggiunta la provenienza geografica dell’estremo difensore, che ne determina la tecnica. Come agire, invece, nel settore giovanile, tenendo ben presenti le tre fasi dell’apprendimento.

Analizzando le rose della nostra Serie A si evince che il numero di portieri stranieri si attesta all’incirca al 40%, mentre se si considera la “titolarità” nel ruolo la percentuale sale di poco sopra il 50%. Di questo 50% solo due portieri hanno avuto esperienze nei nostri settori giovanili (Radu all’Inter, oggi in prestito al Genoa, e Strakosha nella Lazio), il resto proviene da tutta Europa, ad eccezione fatta di Musso dell’Udinese, che è argentino. Solo Sassuolo e Frosinone non hanno portieri stranieri: in tutti gli altri club c’è almeno un numero uno che proviene da un percorso tecnico diverso da quello italiano.

Nelle altre categorie, dalla Serie B ai dilettanti, il numero, in percentuale, risulta inferiore, ma la possibilità di lavorare con portieri stranieri abituati a tecniche diverse è più che probabile…

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Cosa è accaduto in questa stagione, al di là dei risultati del campo, nel calcio femminile. Katia Serra ci offre uno spaccato della situazione.

La stagione 2018-2019, per il calcio femminile, è sicuramente stato un momento di svolta, sia per il passaggio dalla LND alla FIGC, sia per il seguito che ha avuto tutto il movimento. Abbiamo voluto quindi fare il punto della si- tuazione con Katia Serra, ex calciatrice della massima serie, docente ai corsi allenatori UEFA B e C, com- mentatrice tecnica di Sky e responsabile dell’AIC per il femminile.

Cosa è cambiato, per le calciatrici, passando dalla LND alla FIGC?
«Dal punto di vista dello status non è successo niente di speciale. Le calciatrici non erano professioniste prima e non lo sono tutt’ora. Le tutele che hanno oggi sono in vigore dal primo luglio 2016, niente di più. Fortunatamente, dal punto di vista della visibilità è tutto diverso: il fatto che SKY trasmetta le partite rende tutto il movimento più ap- petibile anche per gli sponsor e si innesca un mecca- nismo che fa crescere l’intero sistema.»

Il professionismo resta quindi lontano per le donne...
«Il professionismo lo disciplina la legge 91 emanata nel 1981 e non è previsto per nessuno sport femminile. Il problema principale è la sostenibilità economica, ma anche dove vi fosse, non viene introdotto per scelta, vedi la pallavolo. Inoltre, le federazioni hanno autonomia, pertanto, se vi fosse una volontà politica, la FIGC potrebbe inserirlo.»

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Allenamento fisico. Femminile
Tutto quello che c’è da sapere per organizzare una meticolosa pianificazione delle attività “fisiche” nel calcio femminile. Forza, resistenza, aspetti preventivi e coordinazione.

Il calcio femminile in Italia è in continua crescita. Al 30 giugno 2017 erano 23.665 le calciatrici tesserate per la Federcalcio (12.747 under 18) e 677 le società registrate, delle quali 12 per il campionato nazionale di Serie A e 57 per quello di Serie B (stagione sportiva 2017-18); quest’anno è cambiata la formula, con Serie A e B a 12 squadre e 4 gironi di “C”. Anche a livello tecnico, gli allenatori e i preparatori atletici, che si sono specializzati nell’allenamento delle calciatrici, sono aumentati. Il calcio femminile presenta alcune differenze rispetto al maschile. Sono dettate principalmente dalla diversità nella capacità di esprimere performance da parte delle atlete. Infatti, le giocatrici presentano minori livelli di forza e resistenza specifica. Questo ha un notevole impatto sulla prestazione, sia dal punto di vista fisico sia tecnico. Lo staff di una squadra femminile dovrebbe tenere conto di queste differenze, lavorando in maniera specifica e migliorando le qualità tecniche delle giocatrici e le determinanti fisiche della prestazione.

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Lorenzo Francini ha dedicato il suo scritto al mondo del calcio femminile. In particolare, si è espresso circa gli aspetti da tenere in considerazione per organizzare una meticolosa pianificazione delle attività “fisiche” con le ragazze. L’autore ha quindi indicato come sollecitare al meglio la resistenza, la forza, la coordinazione e la prevenzione, tenendo conto delle diverse caratteristiche le donne hanno rispetto agli uomini. Francini, inoltre, ha fornito un esempio di proposta per sollecitare la resistenza, uno per l’allenamento di forza in circuito e uno per i cambi di direzione. Infine, un circuito di prevenzione, che può essere svolto prima della seduta o durante l’attivazione.

Simone Lorieri ha concentrato il suo scritto su questo distretto muscolare molto importante, che viene sollecitato dai calciatori per via dei frequenti cambi di direzione, di senso, accelerazioni e decelerazioni.

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L’articolo di Simone Lorieri si concentra su un’esercitazione utile a stimolare la forza e la stabilità: lo split squat. Se pensiamo alla maggior parte degli sforzi ai quali i giocatori sono sottoposti durante una partita, comprenderemo immediatamente come il calciatore non sia quasi mai in appoggio su entrambi gli arti contemporaneamente.

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Quanto sono importanti queste esercitazioni per allenare i glutei, migliorare di conseguenza la performance e prevenire gli infortuni.

Lo studio del modello prestativo ha consentito di aumentare i livelli di specificità del training: infatti, l’adattamento utile al miglioramento della prestazione che si vuole raggiungere in allenamento deve rispondere alle richieste della disciplina che si pratica. La maggior parte delle azioni che svolge il calciatore durante una gara, se riflettiamo, è in modalità monopodalica.

Pensiamo ai salti per un colpo di testa o a un controllo aereo della palla. Anche lo studio biomeccanico dei gesti tecnici, ad esempio controllo e difesa della palla, tiro in porta, contrasto, evidenzia che la maggior parte di questi viene effettuata su un arto. Non dimentichiamo poi le accelerazioni, le decelerazioni e i cambi di direzione in cui l’enfasi maggiore si riscontra su un solo arto. Nell’ambito dell’allenamento di forza per il calciatore, risulta evidente che, oltre al controllo motorio, gli schemi motori di base e la qualità del movimento, è necessario adattare il sistema alle sollecitazioni intense e specifiche cui sarà sottoposto durante un incontro.

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