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Il Nuovo Calcio

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Il Nuovo Calcio News

L'allenamento fisico nel calcio

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Concetti e principi metodologici seconda edizione

Un nuovo manuale per gli allenatori e i preparatori

La seconda edizione, con 16 pagine in più, comprende un intero capitolo dedicato al riscaldamento pre allenamento e pre gara, oltre alla spiegazione dettagliata del metodo The 11+ il protocollo di riscaldamento, sviluppato dalla FIFA F-MARC specifico per il calcio, che migliora il rendimento e aiuta prevenire gli infortuni.

Un moderno libro sulla metodologia dell'allenamento per i "mister" di tutte le categorie, a cura di Ferretto Ferretti e scritto da Enrico Arcelli, Gian Nicola Bisciotti, Elena Castellini, Piero Congedo, Luca Gatteschi, Ermanno Rampinini, Giulio Sergio Roi e Italo Sannicandro.

LIBRO DI TESTO AI CORSI DI COVERCIANO

DOPPIO DIVERTIMENTO

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Il miglioramento del singolo è ciò che conta in questo periodo.Due strade per ottenerlo: un post-campionato  organizzato da società e tecnici o allenamento individuale. Le esercitazioni più adatte a questo scopo e l’importanza di rendere piacevole questo momento.

footballninosUn periodo fantastico! Sì, possiamo proprio usare questo aggettivo per il mese di giugno e la prima decade di luglio. Un momento fondamentale per concludere la stagione ponendo le basi per il futuro. Un’occasione da non perdere, utile a organizzare in società qualcosa di diverso, di veramente valido per i giovani giocatori di Allievi e Giovanissimi: stiamo parlando di una mini-preparazione di fine campionato.

Ma in pochi, a dire il vero, se ne ricordano e ne sfruttano al massimo le potenzialità. L’annata, certamente impegnativa, è terminata, tutti hanno voglia di iniziare le vacanze e quindi abbandonano il tanto amato calcio spesso per la sedentarietà o altri divertimenti. E anche alcuni allenatori, a dire il vero, desiderano una pausa. È giusto “staccare la pina”, ci mancherebbe, e ciò vale anche a livello giovanile, però – nell’ottica della formazione di un giocatore, del miglioramento delle abilità personali e non del risultato – si può gestire in modo particolare questo periodo, che presenta dei significativi vantaggi. Senza dimenticare che i ragazzi di queste categorie, a differenza di Pulcini ed Esordienti, non hanno disputato innumerevoli tornei di fine anno; pertanto, una sorta di “relax” al termine del campionato ufficiale l’hanno già avuto.

Il singolo e non la squadra
Prima di analizzare i vantaggi e il piano organizzativo del post-season, oltre a esaminare alcune proposte da utilizzare con i giovani, è determinante comprendere l’utilità di una mini-preparazione di fine anno.

L’obiettivo reale, infatti, è quello di lavorare con costanza ed efficacia sul singolo giocatore, lontano dalle partite e dalle immancabili pressioni dettate dai vari match. Quindi, si tratta di proporre esercitazioni mirate a un gruppo di ragazzi che permettano loro di colmare carenze tecniche o legate alla sfera di tattica individuale. In un momento in cui la tranquillità, sia da parte del mister, sia dei ragazzi dovrebbe farla da padrone.Ma andiamo per gradi: quali sono i punti a favore di quest’iniziativa? In primo luogo, i giocatori hanno terminato l’anno scolastico e anche le tensioni per compiti e interrogazioni sono “evaporate” al sole, quindi c’è la giusta serenità per auto-migliorarsi. Inoltre, non essendoci squadre sul campo, vi saranno spazi più ampi, anche perché si possono utilizzare orari differenti dal solito. Orari forse più produttivi, quando il fisico e la mente sono riposati, come il primo pomeriggio o addirittura la mattina, se il tecnico ha la possibilità di farlo. Senza dimenticare che le condizioni atmosferiche di giugno e luglio aiutano ad allenarsi meglio.

 


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Migliora te stesso
Lo scarico mentale può però rivelarsi un’arma a doppio taglio, un boomerang se la stagione è stata intensa, perché i giovani possono essere poco motivati a presentarsi al campo.A tal proposito, dobbiamo avvicinarli con un progetto che riguarda il loro miglioramento personale.

Si tratta di un’iniziativa pensata unicamente per farli diventare più bravi!
Un’idea che non “ruberà” troppo tempo al divertimento estivo tanto atteso, è un’ora al giorno, minuto più o meno.
Un’ora da trascorrere con gli amici, “giocando” a calcio. E il termine gioco è stato usato di proposito perché la componente ludica deve essere sapientemente alternata con esercitazioni in parte più impegnative.
 

Meglio in collaborazione
Predisporre un progetto in sintonia con la società è la strada più efficace. Bisogna parlare la stessa lingua con dirigenti e responsabili, costruire uno staff vero con i colleghi allenatori e i preparatori, un gruppo molto unito. Nell’interesse del
giovane calciatore. Però, anche la buona volontà aiuta!

Quindi, cari mister, se la società non vi segue, insistete, spiegate l’importanza dell’iniziativa. Che, al di là della centralità sul ragazzo, può tornare utile anche per cementare lo staff degli allenatori, che si troverebbero a lavorare insieme sul “patrimonio” della società stessa. Potranno confrontarsi, scambiarsi idee ed esercitazioni, comparando metodologie e comportamenti. Perché si migliora sempre! Senza tralasciare il fatto che si possono inserire nel gruppo dei tecnici i nuovi collaboratori e quelli delle categorie inferiori potranno mettersi alla prova osservando come operano quelli dei “grandi”.

E viceversa. In ultimo, “tenere aperta” la società in un periodo diverso dal solito significa farla vivere in un modo differente, vuol dire fidelizzare i giocatori. Gli aspetti pratici Stabiliti i giorni e l’orario in cui ritrovarsi (possono essere quattro o cinque durante la settimana, con pausa nel week-end), la situazione ideale vede la  partecipazione a questo momento di più allenatori, che seguono un gruppo ridotto di calciatori (il rapporto ideale è uno a dieci).

Non è necessaria una divisione per categorie, possono tranquillamente allenarsi contemporaneamente Giovanissimi e Allievi, le richieste infatti sono principalmente tecniche e di tattica individuale. Il tempo per ogni seduta può andare dall’ora all’ora e mezza, ricche – oltre che di proposte legate al miglioramento dei gesti – di giochi, staffette, gare per battere il record personale. Senza tralasciare, nella parte finale dell’allenamento, la classica partita o un gioco collettivo. Operate per frazioni di tempo prestabilite, puntate sul numero di contatti piede-palla per quanto riguarda la tecnica e sulle correzioni delle diverse posture per quella applicata. Non lasciate nulla al caso, ma sempre col sorriso sulle labbra.

footballninos1Cinque consigli per il post-campionato

Il post campionato è un momento “quasi” più importante della stagione agonistica. Bisogna crederci fortemente e puntare sulla  formazione al posto che sul risultato.
• Alternate sempre esercitazioni incentrate sulla tecnica di base ad altre situazionali, ricordando che l’aspetto ludico in questo periodo è di vitale importanza.
• Sensibilizzate la società: spiegate quanto conta questo periodo, quali sono i benefici del post-campionato e dell’utilità per i ragazzi.
• Serve un’organizzazione snella e veloce: non gravate troppo sulla società con richieste di difficile fattibilità. È necessario il solito materiale d’allenamento e uno spogliatoio!
• Sono gli allenatori che devono rendere il clima dell’ora di allenamento positivo, divertente ed proficuo.


Come organizzare la seduta di allenamento:

• Riscaldamento (15’).
• Parte dedicata alla tecnica di base (25’).
• Momento di tecnica applicata o tattica individuale (25’).
• Gioco (15’).

Articolo a cura di Gianluca Andrissi

SINCRONISMI PERFETTI - MISTER GIAMPAOLO

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Sono quelli che tutti i giocatori di Marco Giampaolo devono attuare in fase difensiva per fermare insieme gli avversari. Ogni movimento ha come punto focale la palla, la porta, la posizione dei compagni e quella degli avversari.

«A 24 anni, se qualcuno mi avesse detto “appendi le scarpe al chiodo e vieni a fare l’allenatore”, avrei accettato all’istante». Questo ci racconta Marco Giampaolo.

GIampaoloPanchinaUn futuro segnato il suo, l’idea di diventare mister sempre nella testa…

Un’idea che lo ha portato in passato a prendere gli appunti di tutti gli allenamenti dei tecnici che lo hanno guidato. Una vita da mediano per rifarci a una celebre canzone di Ligabue. Anni di fatiche e lotte, di posti in squadra conquistati con il sudore, di  panchine o tribune amare da digerire, ma con la voglia di tornare il martedì per conquistare la fiducia del mister.

Che cosa puoi dirci della tua carriera di calciatore?
«Per lo più ho giocato in C, con un’apparizione di un anno ad Andria, nella serie cadetta. Già nel settore giovanile mi sono accorto di non essere un predestinato, ma non mi sono mai arreso.
Anche perché dentro di me mi sentivo allenatore e volevo sfruttare le esperienze dei vari tecnici per costruirmi un futuro in questa direzione.
Sonzogni è stato il primo mister che mi ha dato un metodo di lavoro: era ed è un sacchiano convinto, abilissimo nell’impostazione della squadra dal punto di vista difensivo e un grande studioso di calcio. Il nostro rapporto non fu idilliaco agli inizi, non ci intendemmo subito: però io avevo capito che da lui potevo apprendere molto, quindi mi diedi da fare per conquistarlo con l’abnegazione e l’impegno settimanale, le uniche due armi che hanno tutti i giocatori. Già a quei tempi avevo l’intenzione di diventare un allenatore, quindi non volevo farmi scivolare via tutti quei preziosi insegnamenti. Vedevo le esercitazioni in un’ottica diversa nell’ottica di chi un giorno avrebbe potuto utilizzarle con il suo gruppo.»

In seguito...
«A Pescara ebbi Delio Rossi, seguace di Zeman, e cercai di rubargli i segreti del gioco d’attacco, le tre punte, i movimenti di taglio e sovrapposizione degli esterni, oltre alla sua abilità di rendere intenso l’allenamento evitando i tempi morti. Pensate poi che a Licata mi allenò Angelo Colombo, che alcuni anni prima fece il  secondo al maestro boemo e ripeteva tutta la sua preparazione, che chiaramente annotai nel modo più  completo possibile. Quindi Galeone e il suo calcio “spagnoleggiante”, fatto di un grande possesso palla per vie orizzontali, ali molto larghe che difficilmente “tagliano” verso il centro e tanti giocatori di qualità. Ma, lo ribadisco, fu Sonzogni che mi entusiasmò.»
 

Quindi...
«Mi chiesi: quale potrebbe essere l’evoluzione del calcio di Sonzogni?
E pensai alle idee di gioco di Gigi Del Neri, che feci filmare da un amico – sacco a pelo e telecamera – durante la sua preparazione pre-campionato. Rimasi stupefatto della sua didattica per l’insegnamento della zona, efficace, vicinissima a ciò che accade realmente sul terreno di gioco. Ma anche ora che sono arrivato in serie A il mio processo di formazione non si fermerà: per questo motivo, mi documento spesso, studio nuove soluzioni per riuscire a trasmettere meglio il
mio credo. Questa è la vera difficoltà di un tecnico: trasferire le proprie competenze e il calcio che si “ha dentro di sé” ai giocatori. Io so cosa voglio dalla squadra, ma cerco sempre di migliorare il modo in cui posso farlo capire ai ragazzi. Ad esempio, Maradona era fantastico a calciare le punizioni, ma se dovesse spiegare a un calciatore il modo in cui colpisce la sfera… potrebbe trovarsi in difficoltà. E se dovessi essere esonerato, andrei in giro per il mondo a studiare altri tecnici… non solo a vedere le partite della domenica.»
 

Palla, porta, compagni e.… avversari.

Questo il cardine tattico per Marco Giampaolo. I suoi giocatori devono muoversi innanzitutto in funzione del pallone e della porta, in second’ordine alla posizione dei compagni e degli avversari.

Puoi spiegarci il tuo modo di intendere il calcio?
«Il collettivo ha la priorità sull’individuo e se quest’ultimo ha qualità le mette al servizio della squadra. Anche se per ottenere riscontri in termini di gioco e punti percorrendo questa strada ci vuole tempo. E il secondo anno i risultati saranno senza dubbio migliori di quelli del primo perché i giocatori vecchi metteranno al servizio dei nuovi le proprie esperienze.
Comunque, è più semplice abbozzare delle marcature individuali, sfruttare le qualità dei singoli piuttosto che predisporre un’organizzazione difensiva che si muova in funzione della palla.
Ma io credo in questo tipo di calcio. Che non è solo fase difensiva: è fondamentale saper gestire attentamente anche quella offensiva, pronti a ripartire rapidamente appena conquistata la sfera. Quindi, sempre organizzati.»

Non è così semplice trasmettere questa mentalità a una squadra come l’Ascoli e raggiungere certi traguardi.
Come ci sei riuscito?

«In primo luogo essendo credibile. Appena arriva un nuovo mister, ogni giocatore fa un paragone tra i vari allenatori che ha avuto, sia sotto il profilo tecnico sia sotto quello umano. Bisogna essere preparati, ma non solo: la coerenza e una personalità spiccata aiutano. Il giocatore prova a insinuarsi nelle carenze tecniche e gestionali del mister: ecco perché si deve sbagliare il meno possibile.»

Oltre alla credibilità, cosa diventa fondamentale per ottenere la fiducia da parte della squadra?
«Il rispetto! Dietro a ogni giocatore c’è un uomo. Da par mio, non sono stato un calciatore privilegiato, stavo spesso in panchina e quindi so cosa si prova in queste situazioni.
Perciò, dedico molta attenzione ai miei comportamenti verso questi calciatori: non voglio prendere in giro nessuno, niente pacche sulle spalle e “giocherai la prossima domenica”.
Cosa che puntualmente non accade. Il giocatore accetta la scelta tecnica, ma vuole coerenza. Inoltre, se ho trenta ragazzi, li alleno tutti allo stesso modo, dal trentacinquenne al giovane aggregato dalla Primavera ognuno deve ricevere le medesime attenzioni.
Perché, se mi affido all’organizzazione collettiva e mi manca un giocatore, chi subentra deve sapere cosa fare.
L’anno scorso avevo sette centrali di centrocampo, sette per due posti, pensate: li ho coinvolti tutti durante l’allenamento e in campionato, per varie vicissitudini, sono scesi tutti in campo. Qualcuno aveva più qualità di altri, però tutti conoscevano a menadito i movimenti all’interno del nostro sistema di gioco. E non abbiamo pagato più di tanto certe assenze. Così facendo, il giocatore potrà  arrabbiarsi perché non scende in campo la domenica, ma non potrà mai dire di essere trascurato.»

E il martedì si riparte tutti sullo stesso piano…
«Assolutamente sì! Ho vissuto queste situazioni sulla mia pelle: stavo in panchina, in tribuna, facevo anche il
guardalinee nelle giovanili, ma al primo allenamento mi impegnavo al massimo per mettere in difficoltà
l’allenatore. È il mister che non deve “dormire” la notte per le scelte da prendere, non il giocatore che “sogna” di giocare. Inoltre, non voglio che nessuno si dia per vinto se non scende in campo: fa parte del gruppo e per rispetto verso se stesso e la squadra deve dare il meglio e io gli sono “addosso” se non si comporta così. Con la caparbietà e la determinazione sono arrivato in serie B, non mi sono mai arreso e lo stesso devono fare i miei giocatori.»

La fase difensiva:  È il punto di partenza di Marco Giampaolo nella preparazione tecnico-tattica di una squadra.
«Quando ci sono dei giocatori infortunati che devono svolgere lavori differenziati, mi piace che siano costantemente seguiti, non che corrano da soli per il campo. E poi ci dividiamo senza problemi parte tecnica, tattica e fisica.»

In che modo inizi a proporre la fase di non possesso alla squadra? «Partendo da un lavoro per reparti: prima la difesa, poi il centrocampo, infine con l’attacco. Per continuare, provo insieme centrocampisti e attaccanti, infine la squadra al completo. Sviluppo questi interventi dal primo giorno di ritiro. Alterno un giorno sulla fase di non possesso a uno sul possesso – per i difensori la costruzione del gioco, per i centrocampisti e gli attaccanti le linee di smarcamento. E proseguo in questo modo aggiungendo pian piano nuove situazioni tattiche sempre più vicine a quanto succede in gara. Inoltre, faccio filmare partite amichevoli e allenamenti, per rivedere i comportamenti dei giocatori in campo e mostrare alcuni di questi aspetti alla squadra.»

Utilizzi molto le videocassette per correggere eventuali errori o evidenziare le peculiarità degli avversari?
«Abbastanza. Rivedo la gara e faccio “montare” una ventina di minuti su situazioni tattiche che abbiamo gestito più o meno bene nella nostra precedente gara. Tra i due allenamenti del mercoledì le mostro alla squadra. Osservo anche più video degli avversari per scoprire eventuali punti deboli da sfruttare appieno, ma senza mai snaturare troppo il nostro gioco oppure particolari opzioni di gioco che devo ostacolare in fase difensiva. Se ad esempio, chi dobbiamo affrontare ha un trequartista abile tra le linee, durante la settimana intensifico le esercitazioni con la linea a quattro per l’uscita del centrale e la copertura dei compagni.»

Che tipo di esercizi scegli per insegnare questa fase di gioco?
«Schiero la difesa, alcuni giocatori di aiuto – gli sparring – che fanno girare la palla in modo che i difensori si muovano a seconda della posizione di questa. Chiaramente le linee di passaggio le suggerisco in prima persona. Poi passo al 6 contro 4 e all’ 8 contro 4, inserendo man mano i movimenti di taglio da parte degli esterni.»

Parliamo della linea a quattro…
«Inizio con le aggressioni centrali e quelle laterali alla palla. Sempre con una sola linea di copertura, nessuna
profondità regalata agli avversari. In seguito, procedo con esercitazioni che prevedono una palla scaricata indietro (freccia 1), una in diagonale (freccia 2), una in orizzontale (freccia 3) oppure una giocata alle spalle del difensore esterno (freccia 4) – il tutto è mostrato nella figura 1A, n.d.c. In base a queste linee di passaggio coordino il lavoro dei difensori.»

Proviamo a vedere questi comportamenti.

«Con la sfera giocata indietro, i quattro difensori salgono e poi, essendo in situazione di palla “scoperta”, “scappano” immediatamente (figura 1B), con il terzino che rientra nella linea. Il mio scopo è quello di far perdere continuamente profondità agli avversari. Per una giocata orizzontale, il difensore centrale aggredisce il destinatario del passaggio e i tre rimanenti coprono mantenendosi stretti e compatti (figura 1C).»

Con palla “scaricata” diagonalmente?
«Se viene trasmessa indietro, in un settore lontano dalla porta, la linea sale e poi retrocede subito come abbiamo visto nel primo caso. Un movimento a elastico in pratica. Nel caso in cui, invece, sia in zona più avanzata, diciamo a ridosso dell’ipotetica linea dei 23-24 metri, il difensore centrale in verticale al pallone lo
attacca e gli altri coprono (figura 1D).»


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Con il giocatore in verticale rispetto alla palla e coprendo con gli altri (figura 2). Attenzione ad attaccarli immediatamente in modo troppo diretto: può spostare la palla e “saltarti”. Se lo contrasti nei pressi dei 23-24 metri, può anche evitare il difensore, però grazie all’aiuto dei compagni, può essere fermato da questi. Solo se il trequartista è girato di spalle, lo attacco in modo “feroce”. Senza far fallo sia chiaro. E non aggredisco mai con i terzini in zona centrale, perderei un uomo in copertura.»
Una situazione pericolosa è quella in cui gli avversari stanno per crossare dalla linea di fondo. Come vi comportate? «Rimaniamo a zona! È vero però che molti addetti ai lavori preferiscono che i propri giocatori non incentrino l’attenzione solo sulla palla e marchino a uomo: al contrario, io vado avanti coerentemente con il mio modo di insegnare calcio. Quindi, ci disponiamo secondo una diagonale negativa (figura 3). Con palla sul fondo e difensore in ritardo, la giocata sarà quasi certamente indietro. Ecco perché mi preparo con un giocatore a coprire il primo palo e gli altri due in diagonale negativa in modo da fermare le giocate dietro, con il portiere pronto ad uscire.

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IL TREQUARTISTA AVVERSARIO: l’inserimento del rifinitore tra le due linee è ostacolato dall’uscita del centrale in verticale con il possessore di palla (con i compagni in copertura) solamente nei pressi della linea dei 23-24 metri. Prima di raggiungere questa distanza la squadra retrocede (figura 2).  

LA DIAGONALE NEGATIVA: un cross dalla linea di fondo, con il proprio difensore in ritardo, viene contrastato tramite una diagonale negativa (figura 3). Rischiamo quando trasmettono palla al limite dell’area, ma se riesce a tornare un mediano corriamo meno pericoli. Attenzione però: tutti i difensori marcano “d’anticipo”, davanti all’avversario.»

Curi molto le posture corporee dei calciatori?
«Sì, soprattutto quelle nelle situazioni di gioco attivo, con palla laterale o centrale. Dedico meno tempo alla tattica individuale, è vero: però credo che queste abilità debbano essere già nel bagaglio di un giocatore di serie A.»

Facciamo un esempio: con palla esterna, diciamo nella metà campo avversaria, come si posiziona il tuo giocatore? Qual è la sua gamba d’attacco alla sfera? «Con la squadra schierata voglio portare gli avversari all’interno, quindi chiudo la giocata laterale in modo che il terzino possa stringere insieme ai compagni di reparto per le classiche coperture e il portatore possa essere aggredito dai due mediani (figura 4), che effettuano le classiche marcature “al contrario” – uno davanti all’avversario più vicino e l’altro dietro. La gamba d’attacco quindi è la destra, con palla in fascia sinistra. Se la linea dei centrocampisti è stata “saltata”, la sfera è in zona esterna, c’è “campo aperto”, il difensore lo deve indirizzare esternamente, avanzando l’arto sinistro e accompagnandolo verso la linea laterale (figura 5).»

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DIFENSORE INDIRIZZATO INTERNAMENTE: con la squadra schierata, la giocata del terzino avversario è indirizzata internamente per mandare in pressione il mediano vicino (figura 4).
ATTACCANTE INDIRIZZATO ESTERNAMENTE: con la linea di centrocampisti impossibilitata a intervenire, l’ala avversaria è indirizzata esternamente dal difensore (figura 5).

Qualora l’avversario fosse nei pressi di un vertice dell’area di rigore?

«Cerco di indirizzarlo internamente, per mandare il difensore centrale al raddoppio con i compagni di reparto che si dispongono in copertura, sempre su una linea (figura 6). Così se la punta taglia verso la porta rischia sempre di rimanere in fuorigioco. Se non dovesse accadere ciò, c’è il portiere che deve essere pronto a uscire dai pali. Faccio questo perché non voglio rischiare di subire un cross dalla linea di fondo.»

Il portatore potrebbe trasmettere la sfera indietro però…
«Allora il difensore centrale continua l’aggressione e gli altri coprono, indietreggiando. Infatti se non ho i centrocampisti è di nuovo palla scoperta. E torniamo all’esempio visto precedentemente (palla scaricata in diagonale, figura 1D).»

Mettiamo caso che una punta venga sempre incontro al centrocampista centrale con palla: come contrasti
questo movimento?

«Se la riceve alle spalle dei centrocampisti, lo ostacola il difensore. Se potrebbe prenderla fronte a questi, viene seguito dal difensore centrale e poi lasciato ai mediani. Il difensore centrale, lo ribadisco, aggredisce la palla tra le linee se riesce a non far girare l’avversario e “scappa” qualora sia fuori tempo e questo abbia campo aperto. Retrocedendo fino ai 23-24 metri. Mai oltre.»

Come ostacoli le squadre che hanno un metodista come fonte del gioco?
«Schierando le punte in verticale invece che in orizzontale, con quella più indietro che contrasta il “fulcro” degli avversari. Comunque, organizzare gli attaccanti in un modo o nell’altro (orizzontali o verticali, n.d.c.), lo decido in base agli avversari e alla gara che ho intenzione di attuare. Se voglio alzare il pressing schiero i due attaccanti uno fianco all’altro con l’obbligo di occuparsi dei difensori centrali avversari e di indirizzare il primo passaggio verso l’esterno per aggredirlo con le due ali. Preferisco l’altra soluzione, punte una dietro l’altra, quando credo sia più utile temporeggiare e coprire con il “trequartista” le linee di passaggio per indirizzare la manovra avversaria. E poi, se decide di attaccare in modo determinato un avversario, dà il segnale ai compagni di muoversi collettivamente in pressing.»

I tuoi mediani si abbassano mai nella linea difensiva?
«Mai. Si muovono sempre a compasso e accettiamo il 2 contro 2 con i difensori centrali.»
Parliamo degli esterni di centrocampo: quanto “tornano” in fase difensiva? «Rispetto all’anno scorso, visto che ora siamo in serie A, ho abbassato un po’ la linea del pressing. Voglio creare più densità in zona centrale, lasciare meno spazi tra le linee e meno profondità alle spalle dei difensori. Pertanto, i due esterni riescono a tornare più facilmente, anche se quello dalla parte della palla deve rimanere in zona offensiva perché deve essere in grado di ripartire celermente. Quindi, si muovono lateralmente i mediani a contrastare il possessore in fascia con l’ala sul lato debole del campo che recupera arrivando quasi a fare il quinto di difesa (figura 7).»

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ATTACCANTE INDIRIZZATO INTERNAMENTE: nei pressi del vertice dell’area di rigore, la punta avversaria viene indirizzata dal difensore esterno internamente per sfruttare il raddoppio del centrale e mantenere alta la linea. Eventuali inserimenti in taglio degli avversari rischiano di finire in fuorigioco oppure preda del portiere (figura 6). 

I DUE ESTERNI ALTI: con palla a un centrocampista esterno avversario in zona ultraoffensiva, l’ala sul lato forte rimane abbastanza avanzata fungendo da punto di riferimento per eventuali ripartenze, mentre quella sul lato debole ritorna per diventare quasi il “quinto di difesa” (figura 7).

Gianluca Andrissi Luca Bignami

Foto: Michele Tusino

GIOCHIAMO A FARE GOL

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Gli adulti devono assecondare la predisposizione naturale del calciare, proponendo giochi finalizzati al gol. Ne suggeriamo alcuni molto divertenti.

Il gol è il momento più esaltante della partita. E, se questo è vero per gli adulti, figuriamoci per i bambini. Osservando i piccoli mentre hanno una palla fra i piedi, si può constatare che il loro obiettivo principale è proprio quello di centrare un bersaglio. Per noi adulti, allora, bene assecondare questa predisposizione naturale proponendo giochi finalizzati al gol. Il calcio dato al pallone è il gesto tecnico più frequente e importante, vero e proprio elemento di base per il calcio. Con i giochi presentati in questo articolo i bambini impareranno a utilizzare il gesto del calciare in fase offensiva, non tanto per mantenere il possesso della palla attraverso il passaggio (azione che non tutti sono ancora pronti a capire per l’evidente egocentrismo infantile), ma per soddisfare il piacere di segnare!

Cono gol con le mani

In un campo nel quale sono sparpagliati cinque coni (foto A, B, C,D), due squadre composte da 4-6 elementi, giocano una partita utilizzando le mani. L’obiettivo è colpire o abbattere un cono con la palla. Ogni volta che ciò avviene si realizza un gol: 1 punto se il cono viene toccato; 2 se il cono cade. Dopo ogni gol, la palla passa alla squadra avversaria.

Regole: il giocatore in possesso di palla può fare solo due passi con la sfera in mano, poi la deve passare; non si può trasmettere la palla al compagno da cui la si è ricevuta; non sono ammesse spinte, trattenute e azioni aggressive.

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 Foto A, B, C, D. Il gioco “Cono gol con le mani”

Cono gol con i piedi

In un campo (disegno 1) nel quale sono sparpagliati cinque coni (foto E, F), due squadre composte da 4-6 elementi, giocano una partita.


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 Foto E, F.  Il campo per giocare a “Cono gol con i piedi”


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Disegno 1. “Cono gol con i piedi”

 Ogni volta che si colpisce un cono con la palla si realizza un gol; ogni giocatore può toccare consecutivamente la palla solo tre volte. Dopo ogni gol, la sfera passa alla squadra avversaria (foto G, H, I, L,M, N).

Variante: dopo una serie di passaggi saggi con le mani, il cono va abbattuto con un colpo di testa (fotoO, P, Q, R).


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Foto G, H, I, L,M, N. Una partita a “Cono gol con i piedi”

Foto O, P, Q, R. Una variante di “Cono gol con i piedi”


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Gol umano

In un campo di 30 x 20 metri (disegno 2) giocano quattro squadre A, B, C, D. Nella prima metà campo la squadra A attacca contro la B; mentre nell’altra metà campo C attacca D (foto S, T). Gli attaccanti devono segnare, entrando nella porta, senza essere toccati dai difensori, che non possono entrare nell’area (foto U, V).


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 Disegno 2. “Gol umano”

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Foto S, T. Il gioco “Gol umano”

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Foto U, V. Come si segna a “Gol umano” . Foto W. I giocatori toccati si siedono nel campo

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Foto X, Y. Il gioco “Metti le uova nel nido”

Gli attaccanti toccati, si devono sedere sul posto (foto W). Quando tutti i giocatori sono entrati nella porta o sono stati presi, si conta il numero di gol realizzati e si invertono i ruoli (chi attacca difende e viceversa).

Variante: in base alla difficoltà o alla facilità con cui le squadre segnano, si possono proporre varianti in cui le squadre dei difensori abbiano un numero di giocatori superiore a quello degli attaccanti o viceversa.

Variante: gli attaccanti, ciascuno in possesso di palla, devono entrare in porta guidando la palla, mentre i difensori devono opporsi con un contrasto o un intercettamento.

Consiglio: dopo tre-cinque partite, i vincitori e i perdenti di ogni metà campo giocano tra di loro oppure si può fare un torneo.

Mettere le uova nel nido

Due squadre giocano in un campo (disegno 3), in cui sono sparsi a terra dei cerchi (in numero di poco superiore, uno o due, a quello dei giocatori di una squadra foto X, Y).

La squadra in possesso palla, deve “mettere l’uovo nel nido”, cioè fare rimbalzare dentro un cerchio un pallone lanciato con le mani. I difensori cercano, invece, di impedire ciò, entrando nel cerchio prima che arrivi la palla. Quando i difensori entrano in possesso della palla intercettandola, partono a loro volta in attacco. Chi si trova in possesso della palla può fare solo un passo. Vince chi in un tempo stabilito “mette più uova nel nido”.

Variante: si gioca con i piedi. Gli attaccanti devono, guidandola o ricevendola  direttamente da un compagno, stoppare la palla all’interno di un cerchio.


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Disegno 3. Mettere le uova nel nido


Il carico didattico

I giochi proposti sviluppano tutti i fattori della prestazione. Infatti, possiedono un’importante componente coordinativa (sviluppo dell’equilibrio, dell’orientamento spazio-tempo), tecnica (calciare, passare, colpire di testa), di tattica individuale e di squadra, mentale (marcamento, smarcamento) e relazionale (cooperazione per uno scopo comune).

Inoltre, questi giochi richiedono una buona capacità decisionale: considerando diverse variabili (la posizione personale, degli avversari, dei compagni…) si devono fare delle scelte in tempi brevissimi, valutando la reale possibilità di metterle in atto.

I gesti tecnici si possono apprendere anche tramite la ripetizione di esercizi analitici. Ma la replica di un esercizio induce spesso un calo di concentrazione e di tensione, cosa che non succede nel gioco. Rapportarsi con l’errore, il successo, l’ingiustizia e  l’imprevedibilità delle situazioni; saper stare in campo, anticipare le azioni di compagni e avversari; approfittare di circostanze inaspettate; controllare le proprie azioni in base allo stato fisico del momento; gestire le emozioni; sviluppare la tenacia e mantenere la concentrazione; essere regolari e stabili, e così via: sono tutte abilità che vanno apprese. E l’unica possibilità per farlo è l’esperienza diretta e personale, acquisita con molte ore trascorse a giocare. Inoltre, questi giochi sono assai divertenti, quindi i bambini sono disposti ad allenarsi a lungo senza annoiarsi.


STEFANO BONACCORSO
RESPONSABILE DELL’ATTIVITÀ DI BASE DELL’ATALANTA

LUCIA CASTELLI
PSICOPEDAGOGISTA DEL SETTORE GIOVANILE DELL’ATALANTA

FOTOSERVIZIO: MICHELE LA STELLA

IDRATAZIONE INTELLIGENTE - PARTE PRIMA

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Una semplice guida per comprendere quando la “corretta alimentazione” non è più sufficiente per uno sportivo. Sali,minerali, zuccheri, vitamine e aminoacidi sono alcuni degli elementi che il calciatore assume prima e dopo l’allenamento o durante la partita. Quando sono realmente utili?

BUFFON_IDRATAZIONEIl primo passo per addentrarci nell’argomento integratori è capire il corretto significato del termine e, soprattutto, la reale necessità di utilizzo. Se un dilettante o un amatore che si allenano tre volte la settimana mi chiedono come integrare dico loro che occorre valutare con maggior attenzione la loro effettiva necessità di aggiungere elementi nutritivi al normale regime dietetico.

Abitudini alimentari particolari come ad esempio essere vegetaliano o situazioni personali specifiche da valutare in ambito medico possono richiedere un contributo extra alimentare particolare. Con il termine integratori alimentari ci riferiamo a prodotti specifici atti a fornire principi nutritivi non adeguatamente presenti negli alimenti mangiati per implementazione intendiamo invece qualcosa che superi i contributi alimentari per ottenere particolari effetti sull’organismo.

Gli integratori sono prescritti nei casi in cui l’organismo sia carente di determinate sostanze: non sono medicamenti che ti curano, ma servono a perfezionare un normale regime alimentare. Per le loro proprietà nutrizionali, vanno assunti entro dosaggi di sicurezza (upper safe level: UL), tenendo conto delle RDA (recommended dietary allowances), ossia le raccomandazioni degli specialisti.

CHIAREZZA

Un aiuto per il corpo

Gli integratori alimentari includono una vasta gamma di prodotti (sali minerali,vitamine, aminoacidi, proteine, omega 3, ecc.) acquistabili senza ricetta (non sono farmaci) in varie categorie di negozi, compresi i supermercati. Il loro scopo è di far fronte a scarsità di uno o più elementi nutritivi, a causa di un loro apporto insufficiente attraverso un normale regime alimentare. Ciò significa aiutare il corpo a mantenere un adeguato

regime di salute e prevenire l’insorgere di carenze talvolta dannose. È doveroso evitare un utilizzo ingiustificato, specie se consigliato da persone non appartenenti a professioni sanitarie.

I cosiddetti ‘‘integratori alimentari per lo sport’’ rientrano nell’elenco di ‘‘Alimenti adattati a un intenso sforzo muscolare soprattutto per gli sportivi’’ per i quali il Ministero della Salute, ha emanato specifiche linee-guida (circolare 7 giugno 1999, n. 8) che stabiliscono che tutti questi prodotti ‘‘devono essere formulati in modo confacente alle esigenze nutrizionali per il tipo di attività svolta, e assicurare un’ottimale  disponibilità dei nutrienti apportati’' e sono collocabili nelle seguenti categorie:

1 prodotti finalizzati a un’integrazione energetica;

2 prodotti con minerali destinati a reintegrare le perdite idro-saline causate dalla sudorazione conseguente all’attività muscolare svolta;

3 prodotti finalizzati all’integrazione di proteine;

4 prodotti finalizzati all’integrazione di aminoacidi e derivati;

5 prodotti contenenti derivati di aminoacidi (creatina);

6 prodotti con valenza nutrizionale, adattati a un intenso sforzo muscolare;

7 combinazioni dei suddetti prodotti.


MOURINHO_IDRATAZIONEA cosa servono?

Alcuni giocatori assumono integratori per giocare meglio o correre di più ma – oltre a essere un falso obbiettivo per l’insufficienza di ricerche scientifiche che  provino tali risultati – occorrerebbe pensare

che la performance migliora se ci si allena bene sino a un livello oltre il quale la genetica ci ferma. Sono i nostri geni a determinare le nostre potenziali capacità, gli integratori servono a mantenerci sani permettendoci di allenarci.

A conclusione di queste brevi note sugli integratori per lo sport ci sembra opportuno ricordare quanto stabilisce il “Codice di Deontologia Medica” (Capo II, Art. 76, dell’ottobre 1998): “Il Medico

non deve consigliare, prescrivere o somministrare trattamenti farmacologici o di altra natura, diretti ad alterare le prestazioni di un atleta, in particolare qualoratali interventi agiscano direttamente o indirettamente, modificando il naturale equilibrio psico-fisico del soggetto” e più recentemente la legge n. 376, del 14- 12-2000 ‘‘Disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping’’ (articolo 1, comma 2) che definisce come doping “ ...la somministrazione o assunzione di farmaci o sostanze biologicamente e farmacologicamente attive o la sottoposizione a pratiche mediche non giustificate da condizioni patologiche e idonee a modificare le condizioni psicofisiche obiologiche dell’organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti’’.

Quando la corretta alimentazione non basta

Un atleta di alto livello si allena parecchie ore al giorno con una notevole spesa energetica e dissipazione di elementi nutritivi e acqua sia attraverso il sudore (indispensabile per il mantenimento di una normale temperatura corporea) sia attraverso i vari metabolismi. Utilizzare il cibo come unica risorsa di reintegrazione potrebbe non essere sufficiente. Al pari dei campioni vi sono atleti amatoriali che si allenano anche più di due ore al giorno per 6 -7 giorni la settimana. Osservate le strade fuori dai centri urbani nei giorni festivi: pullulano di ciclisti che pedalano diverse ore con percorrenze spesso superiori ai 100 chilometri, pensate che basti l’acqua che hanno bevuto ai pasti o gli zuccheri ingeriti a colazione per mantenerli idratati e ricchi di risorse energetiche durante simili sforzi? 

E dopo tali allenamenti non pensate vi siano necessità di favorire il recupero restituendo al corpo gli elementi nutritivi persi senza necessariamente ingurgitare enormi quantitativi di cibo? Quindi è corretto supplementare l’alimentazione con integratori secondo una strategia atta a mantenere il corpo in salute, a favorire un recupero fisiologico e colmare eventuali lacune alimentari.

Sbagliato utilizzare integratori a dosaggi non consoni con la volontà di migliorare la performance, ma col risultato di fallire in tale direzione e, in taluni casi, arrecando danno alla salute. Tre sedute settimanali di aerobica giustificano solo una reintegrazione idrico salina durante lo sforzo, ma non quantitativi giornalieri di vitamine e proteine pensando di avere instaurato carenze.

Fate il tagliando

Esattamente come portate la vostra autovettura dal meccanico per regolari revisioni, recatevi almeno una volta all’anno  da un medico specialista in medicina dello sport e fatevi consigliare su come alimentarvi al meglio e che tipo d’integrazione attuare. Noi cercheremo di fornirvi comunque adeguate informazioni.

Le linee guida del ministero della salute indicano che allenamenti intensi richiedono adeguata reintegrazione per poterci allenare al meglio mantenendoci sani.

Carenze di glutammina ad esempio, riducono il potenziale delle nostre difese immunitarie facilitando infezioni. Quindi è logico comprendere come in questa situazione sia facile ammalarsi anche di un banale raffreddore che comunque ci impedisce di allenarci per qualche giorno o, se lo facciamo, essendo meno difesi lo complichiamo immediatamente in una bronchite o peggio.

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L’integrazione idrico salina
La cultura sportiva – dall’inizio del secolo scorso fino agli anni ’70 – sosteneva che chi s’impegnava nello sport non dovesse bere.
Oggi si pensa differentemente: bere durante lo sforzo prolungato (corsa, bici, sci di fondo, calcio, basket, ecc) impedisce un eccessivo incremento della temperatura corporea e fornisce maggior resistenza, soprattutto se si pratica attività sportiva in condizioni ambientali caldo umide.

COME E QUANDO BERE
Alcuni atleti lamentano disturbi gastrici ingerendo troppi liquidi sotto sforzo e gli allenatori non vogliono creare interruzioni. Il problema è superabile con un’adeguata strategia, mirata a introdurre liquidi adeguati come quantità (bere poco, frequentemente, anziché tanto in rare occasioni) e qualità (composizione della bevanda). I problemi da affrontare sono:
Gusto piacevole - la bevanda non deve procurare disgusto.
Rapido svuotamento gastrico - la bevanda deve superare rapidamente lo stomaco per entrare nell’intestino dove è assorbita.
Ottimo assorbimento intestinale - l’intestino deve cedere i liquidi al sangue e, sotto sforzo, questo è un argomento delicato perché solo un’adeguata composizione della bevanda facilita tale assorbimento.
Fornire elettroliti (sali) - il sudore fa disperdere sale e occorre evitare di diluire ulteriormente i pochi sali rimasti bevendo solo acqua (fenomeno noto come iponatremia, situazione pericolosa che ha portato al ricovero di alcuni maratoneti a fine gara).
Fornire energia “rapida”: attraverso lo zucchero.
Il gusto di una bevanda è soggettivo, tenendo presente che sotto sforzo si modifica rispetto a una condizione di riposo. Nella mia esperienza le bevande da sport sono ben gradite dai giocatori durante allenamenti e partite.
Per accelerare lo svuotamento gastrico è utile che la bevanda non sia troppo concentrata e fresca. Le bevande fresche (4-10°C)
sembrerebbero uscire dallo stomaco più rapidamente di quelle calde.
L’assorbimento dei liquidi, avviene prevalentemente in corrispondenza del tratto prossimale dell’intestino tenue (duodeno e digiuno) e la velocità di tale processo dipende dalla composizione e dall’osmolarità (l’osmolarità è un’unità di misura della concentrazione delle soluzioni usata in chimica) delle bevande ingerite. Bevande con adeguate concentrazioni di glucosio e di sodio sono più facilmente assorbite, a livello dell’intestino tenue, rispetto alla semplice acqua.


ALCUNE INDICAZIONI

• Effettuare una corretta idratazione prima della gara.
• Garantire all’organismo molti liquidi prima, durante e dopo la prestazione agonistica.
• Preferire soluzioni ipo o isotoniche (ossia con la giusta osmolarità e quindi non troppo concentrate).
• Prevenire l’iponatremia (riduzione del sodio) quando si disputano più partite nella stessa giornata, con un giusto apporto di sali e minerali.
• Includere piccole percentuali (4-6%) di carboidrati.
Leggete in tal senso le etichette delle bevande già pronte se la quantità è eccessiva diluitele ulteriormente con acqua. Se dovete prepararle voi (prodotti solubili) utilizzate la formula: dividendo il contenuto di carboidrati in grammi per il volume del fluido in millilitri e moltiplicando per 100.
• Avvalersi di bevande fresche, a 7-10°C, e di gusto gradevole.
• Bere prima dell’insorgere della sete.


L’ESPERIENZA INSEGNA
Quando approdai al Milan con Arrigo Sacchi e col preparatore atletico Vincenzo Pincolini stabilimmo di interrompere l’allenamento ogni 20’ per far bere i giocatori (bevanda da sport). Un giocatore olandese ci disse che perdevamo tempo e in Olanda non si beveva durante le sedute. Dopo pochi giorni si ricredette e mi disse che finalmente aveva capito perché quando era ragazzino e si allenava al caldo, in quel di Utrecht, gli veniva mal di testa. Non gli permettevano di bere e da quando lo faceva regolarmente, durante gli allenamenti, aveva risolto il problema.
Se non si beve si rischia di aumentare la temperatura interna esattamente come quando ti viene la febbre e con la febbre, si sa, si ha il mal di testa.

 

RODOLFO TAVANA


SEGUITECI SU ILNUOVOCALCIO.IT PER LA SECONDA PARTE DELL'ARTICOLO.

 

 

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